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Donne
e violenza : con Marisela Ortiz Rivera e il nostro ritorno
a casa
di
Doriana Goracci
Le
hanno ucciso il compagno della figlia Nakar, si erano da poco
sposati. Sabato 28 novembre, Alfredo Santos Portillo, attivista
e studente presso l’Università Autonoma di Ciudad Juárez nell’istituto
di Graphic Design è stato ucciso da due uomini, gli hanno
sparato mentre in un negozio comprava una coperta: morto sul
colpo. Aveva 27 anni.
Il fatto in sè non è straordinario, siamo abituati alla morte
su commissione, anche in Italia. Straordinaria è questa donna,
portavoce e fondatrice di Nuestras Hijas de Regreso a Casa.
Marisela Ortiz Rivera, insieme con i difensori Norma Andrade,
María Luisa García Andrade avevano ricevuto messaggi che minacciavano
l’uccisione dei loro figli. Il professore universitario Galvan
Manuel Arroyo, è stato ucciso lo scorso 29 maggio. Il 19 novembre
era stata rapita, successivamente liberata l’attivista Orrantia
Alicia, 55 anni , nella sua casa presso la città di Nuevo
Casas Grandes Salaiz nella quale l’8 ottobre le avevavo ucciso
il marito e un anno fa il figlio.
Nello scorso 9 dicembre 2008, Marisela Ortiz è diventata cittadina
onoraria di Torino, donna messicana che da anni lotta nella
sua terra contro l’omertà sugli assassini di Ciudad de Juarez,
città divenuta delle “sparizioni, con un crescendo impressionante,
di giovani donne, talvolta addirittura bambine, quasi sempre
meticce, di umile estrazione sociale, spesso impiegate in
una delle centinaia di “maquilas” cresciute come funghi intorno
alla città, residenti in una delle tante bidonvilles periferiche.”
“Nella città messicana, dal 1993 ad oggi, 430 donne sono state
assassinate e 600 sono desaparecidas: un bilancio drammatico,
reso ancora più grave dal clima di impunità che si respira
nella città. Le famiglie delle vittime sono ostacolate nella
loro ricerca della verità, gli assassini protetti, le indagini
non fatte. Per porre fine a tutto ciò nel 2001 è nata l’associazione
Nuestras Hijas de Regreso a Casa (Le nostre figlie di ritorno
a casa), a seguito della scomparsa di Lilia Alejandra García
Andrade di cui Marisela era stata l’insegnante”. Un
film - Bordertown - ha raccontato la storia di queste donne
sparite e di quelle che lottano.
Allego
il testo di un’ intervista rilasciata il 18 ottobre da Marisela
al Centro Pandora di Padova e alle Donne in Nero. Ringrazio
Anita Silviano per aver messo in Rete la notizia, tragica,
ma dobbiamo conoscere e fare sapere. Con Marisela e tutte
le donne che vogliono ritornare a casa, vive e lottano.
Intervista
a Marisela Ortiz Padova – 18 ottobre 2008
Vorrei porti una domanda sul coraggio: dove trova una donna
il coraggio per affrontare quello che tu stai passando, minacce,
tentativi di ucciderti, mobbing, e continui, nonostante tutto
vai avanti. Come si fa a convivere con la paura?
"Non
è una decisione che ho preso da un momento all’altro, credo
sia un processo lungo, è un apprendistato che viene da tutte
le esperienze che mi sono capitate durante tutti questi anni.
Penso che la forza la devi avere quando hai esempi come questi
di fronte a te: un gruppo di madri che hanno perso in maniera
così tragica le proprie figlie, che vivono senza dormire e
pensano sempre alle sofferenze che hanno passato le loro figlie
e che nonostante questo dolore lottano per andare avanti,
per stare con i propri figli, per cercare la giustizia e per
cercare di evitare che altre madri soffrano questo terribile
dolore. Allora, quando hai davanti a te questi esempi, non
puoi far altro che seguirli. Per me è un grande impegno, l’ammirazione
e il rispetto che ho per queste donne mi fanno andare avanti
e d’altra parte ho una famiglia che mi ha sempre appoggiato.
Certo all’inizio è stato difficile, come ho detto è un processo
che non si crea dalla mattina alla sera. Bisogna passare per
molte cose. All’inizio le mie figlie mi reclamavano e mi dicevano
che avevano bisogno di stare con me, ma anche loro poco a
poco si sono coinvolte perché hanno visto l’importanza di
questa partecipazione e sapevano che, se non lo avessimo fatto
noi, nessuno lo avrebbe fatto. Ho una famiglia che capisce
la situazione, che aiuta che partecipa e quindi non possiamo
sottrarci nei confronti della nostra comunità, d’altra parte
ci sono persone che sperano in me. Anche se avessi voglia
di ritirarmi per riposare, non potrei perché ho davanti a
me tutta la situazione tutto l’impegno.
Adesso per me è anche difficile nelle occasioni in cui mi
chiamano e mi dicono che mi danno un premio, io dico: “Perché?
Sto semplicemente portando avanti una funzione sociale, il
mio impegno di cittadina, sì c’è sforzo ma perché non sforzarci
per quelli che amiamo?” Ma poi ho capito che, come dice Amnesty
International, i premi servono a proteggerti, a dare forza
al gruppo, a renderti più visibile e a non farti rischiare
tanto hai fatto finora.
Perché comunque la paura è sempre esistita, non c’è paura
che si possa superare così semplicemente. Il fatto di sapere
che tutti i giorni puoi perdere la vita per mano di gente
che non ha scrupoli è terribile. Credo che non supererò mai
la paura, ma tuttavia ho imparato cosa fare con questa paura.
Perché prima era una paura che avrebbe potuto paralizzarmi,
una paura che mi avrebbe potuto far tirare indietro per dedicarmi
ad altro: la mia vita, i miei figli, la mia famiglia, ma ora
ho deciso di continuare anche con la paura e mi sono detta
che anche con la paura possiamo andare avanti.
La paura non deve farmi nascondere sotto il letto, la paura
non deve farmi tenere le braccia incrociate, devo affrontare
la situazione per rendermi più coraggiosa e perché la gente
che mi minaccia non veda mai la mia debolezza".
 
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