28 ottobre 2008

 
     

Immigrati e scuola : ruolo dell'autorita' e rischi di razzismo
di Rita Guma*

C'è poca preoccupazione per il fatto che raramente gli immigrati italiani sembrano arrivare a pensare a se' stessi come Britannici perche' in Gran Bretagna si ritiene che gli Italiani abbiano opinioni simili sul modo in cui la societa' dovrebbe essere realizzata.

E' una osservazione tratta da uno studio di Alan Manning e Sanchari Roy - della London School of Economics - che dovrebbe far riflettere: la tanto invocata identita' nazionale che gli immigrati dovrebbero assorbire e dimostrare non e' importante, se si tratta di un europeo o di un americano, mentre lo diventa nei confronti di quelle etnie che riteniamo molto diverse da noi. Ma, come mette in luce lo stesso studio (a conferma dei risultati di altre analisi sulla questione), gli immigrati che sono andati a scuola nel Paese che li accoglie hanno lo stesso senso di identita' e appartenenza nazionale di coloro che hanno nonni e genitori nati in quel Paese. Tutti gli immigrati, di tutte le nazionalita' e religioni.

La scuola svolge quindi un ruolo importante e naturale di mediatore culturale e di palestra di convivenza. I tanti problemi che preoccupano gli adulti relativamente alla 'diversita'' non contano per la maggior parte dei bambini e ragazzi, che si accettano ed integrano e convivono serenamente. L'atteggiamento, appunto, cambia con l'eta' e non per via di una accresciuta consapevolezza della diversita', ma per le sovrastrutture costruite, per i pregiudizi assorbiti e spesso frutto di ignoranza o propaganda.

Secondo una indagine svolta da Camilla Pagani e Francesco Robustelli, psicologi dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR, in quasi tutte le scuole del campione non ci sono state particolari difficoltà nell'inserimento di alunni stranieri, specie quando questi sono in Italia da qualche anno e hanno frequentato gia' la scuola materna e la scuola elementare da noi. Anzi, per gli alunni stranieri insegnanti e coetanei sono un punto di riferimento e talvolta sono le famiglie dei ragazzi immigrati ad ostacolare la socializzazione, mentre fenomeni ritenuti manifestazioni di intolleranza sono in genere identificabili come bullismo, presentandosi con le stesse motivazioni e modalita' di quelli ai dani di altri soggetti deboli, a prescindere dalla loro nazionalita' o etnia. I problemi aumentano pero' con l'eta' e in alcuni contesti si ha una certa diffusione di atteggiamenti razzisti tra gli alunni, in particolare verso neri, 'zingari' ed Ebrei.

Il problema della lingua viene segnalato dagli insegnanti di tutte le scuole intervistate. Uno degli aspetti del problema linguistico, sollevato da 5 scuole su 10, è che in numerosi casi vengono inseriti nelle classi alunni stranieri, che non conoscono o conoscono molto poco l’italiano, 2-3-4 anni più grandi rispetto ai loro compagni. Qualcuno a livello politico ha proposto di risolvere tale problema con classi differenziali (nome addolcito in 'classi ponte').

Qualche riflessione in piu' sulla questione puo' venire da un'analisi dello stesso Robustelli che, riflettendo sull'Olocausto e sul suo studio nelle scuole e sull'antisemitismo, affronta dinamiche applicabili all'approccio con qualsiasi persona "diversa" da se'.

Robustelli ci ricorda che "la genetica moderna è arrivata alla conclusione che la specie umana non può essere divisa in razze. Cioè non esistono razze umane, e quindi non esiste la razza ebraica" (su questo punto ha scritto un interessante libro di facile lettura Guido Barbujani, professore ordinario di genetica presso Università di Ferrara). Tuttavia certe convinzioni sopravvivono, grazie all'ignoranza, al pregiudizio, alle tradizioni, ma soprattutto, spiega lo psicologo, per il fatto che "i sistemi di potere che dominano la nostra società tendono a perpetuarsi soprattutto sul piano ideologico, cioè per mezzo della solidificazione, potremmo dire, delle idee, degli atteggiamenti, dei sentimenti, in modo da indurre negli individui una mentalità più o meno immutabile, che garantisca appunto la loro accettazione dei sistemi di potere".

Robustelli ricorda che "Nei numerosissimi processi che sono seguiti alla fine della seconda guerra mondiale gli assassini degli ebrei si sono quasi sempre giustificati sostenendo che avevano ricevuto degli ordini e che, in quanto militari, sarebbero stati severamente puniti se non li avessero eseguiti" ma che "esiste infatti un'ampia documentazione che attesta come spesso ai militari tedeschi incaricati di eliminare gli ebrei i superiori offrivano la possibilità di essere esonerati nel caso che trovassero questo compito troppo stressante sul piano psicologico. Ciononostante erano pochi coloro che chiedevano di essere esonerati".

La ragione, spiega lo psicologo, risiede nel fatto che solo "per mezzo di un'obbedienza incondizionata, si sentivano veri uomini, saldi, affidabili, efficienti, e non deboli, vigliacchi, inetti, e come tali oggetto di disprezzo da parte dei loro superiori e dei loro compagni". Lo psicologo evidenzia quindi l'esistenza del "fenomeno senz'altro impressionante dell'obbedienza all'autorità" che non si ha solo negli stati autoritari come la Germania nazista. Infatti la struttura gerarchica c'è anche negli stati cosiddetti democratici. Egli aggiunge che "E' importante che i giovani abbiano la possibilità di analizzare a scuola il fenomeno dell'obbedienza all'autorità. Lo scopo di questa analisi deve essere quello di dimostrare che in nessuna situazione un individuo può venire meno al suo impegno morale e più in generale che in nessuna situazione un individuo può permettere che qualcun altro pensi al posto suo".

Robustelli sottolinea che la condizione di chi subisce passivamente la pressione del gruppo, di cui condivide acriticamente orientamenti e valori, si ha quando le tradizioni costiscono per tutti un punto di riferimento granitico, che non puo' assolutamente essere messo in discussione. "In questo senso l'esempio dell'Olocausto è significativo. Milioni di tedeschi passivi di fronte all'antisemitismo che permeava la loro cultura e di fronte all'autorità criminale che faceva leva su questo antisemitismo. Per le personalità deindividuate i pregiudizi sono verità assolute, di cui è impensabile dubitare, e la razionalità è una condizione mentale sconosciuta e inimmaginabile".

"La ricerca psicologica ha messo in evidenza le strategie che gli esseri umani mettono in atto per neutralizzare la tensione che deriva dalla consapevolezza di una contraddizione. La strategia fondamentale consiste nell'isolare, per così dire, le idee che sono in conflitto in modo che non comunichino fra di loro, in modo da evitare il loro confronto. Si creano così dei compartimenti stagni. E, per esempio, si può tenere in un compartimento l'idea dell'amore per il prossimo e in un altro compartimento l'idea dell'obbedienza all'autorità o della natura diabolica e subumana degli ebrei, senza far comunicare o almeno senza far comunicare adeguatamente fra di loro i due compartimenti. Detto in parole semplici si rinuncia a ragionare fino in fondo. L'irrazionalità può essere rilassante", conclude Robustelli.

Per questo anche persone che in talune circostanze sono piene di compassione per il prossimo riescono ad essere graniticamente razziste. Molti studi, fra cui quello di Solomon Asch sul fatto che la pressione psicologica puo' portare le persone a fare dichiarazioni false e gli esperimenti sull'autorita' di Stanley Milgram, replicati in molti Paesi, mostrano questi meccanismi. Uno studio mostrava ad esempio le dinamiche comportamentali in una classe in cui l'insegnante "informava" gli scolari che i bambini con gli occhi azzurri sono superiori ai bambini con gli occhi scuri. Ne derivava un comportamento gerarchico e vendicativo. Quando l'insegnante diceva ai bambini che era stato commesso un errore, e che la realta' era invertita, i ruoli si scambiavano, e i bambini dagli occhi scuri sembravano non aver imparato nulla dalla discriminazione provata. Secondo lo studio "Effetto Lucifero", del Professor Philip Zimbardo, dell'Universita' di Stanford, le caratteristiche della situazione, molto piu' che la predisposizione personale, spiegano il motivo per cui le persone hanno comportamenti crudeli e di abuso sugli altri.

Queste riflessioni sono importanti sia per i governanti - atteso che il loro scopo sia integrare e non discriminare - sia per i docenti che si trovano a gestire classi con studenti stranieri.

* si ringrazia Giulia Alliani

Speciale immigrazione e razzismo

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