06 ottobre 2007

 
     

Effetto Lucifero : come si diventa torturatori
di Rico Guillermo*

Chiunque potrebbe diventare un carceriere crudele, se posto in adeguate condizioni ambientali e quindi i torturatori di Abu Ghraib non sono mele marce. Lo afferma l'ultimo studio del Professor Philip Zimbardo, dell'Universita' di Stanford, dal significativo titolo "Effetto Lucifero".

Parte del libro illustra un esperimento condotto nel 1971 dallo stesso Zimbardo e la sua squadra di investigatori selezionati. A ventiquattro giovani fu proposto di partecipare ad uno studio sulla psicologia della reclusione. Gli uomini, solo alcuni dei quali erano studenti, aveva risposto ad un annuncio messo sul giornale studentesco e sul quotidiano locale che offriva quindici dollari al giorno per due settimane per partecipare allo studio di "vita in prigione".

I candidati furono assegnati in maniera casuale ai ruoli di guardia e prigioniero. I prigionieri dovevano restre in carcere tutto il tempo, mentre le guardie facevano turni di otto ore. La prigione fu costruita nell'Universita', dato che la polizia locale aveva rifiutato di partecipare all'esperimento, pur prestandosi ad arrestare i futuri prigionieri a sorpresa nelle loro case, per accentuare la verosimiglianza della situazione.

Zimbardo aveva concepito lo studio come un'indagine sull'isolamento e la perdita di individualita' che si verificano durante la prigionia e non aveva dato ai detenuti istruzioni dettagliate, eccetto il fatto che chiunque era libero di lasciare l'esperimento in qualsiasi momento rinunciando al compenso. Egli aveva anche assicurato che non ci sarebbe stato abuso fisico, ma le guardie furono autorizzate sin dall'inizio a privare i prigionieri del sonno e ad agire in modo energico, indossando occhiali a specchio per eliminare il contatto umano con i detenuti.

Fin dall'inizio, i prigionieri erano stati resi anonimi con uniformi e con l'uso di un numero al posto del nome. Zimbardo, che assunse il ruolo di supervisore del progetto ma anche di sovrintendente della prigione, chiese alle guardie di creare una esperienza che comprendesse frustrazione, paura, perdita di controllo e senso di impotenza, per poter studiare come i detenuti avrebbero tentato di ottenere il potere, di ritrovare un certo grado di individualita', liberta' e privacy.

In breve, la situazione comincio' a degenerare. I prigionieri iniziarono a manifestare i sintomi della depressione e dislocazione. Le guardie, nel frattempo, operavano atti di umiliazione mentre i piu' aggressivi tra loro prendevano il comando e gli altri non protestavano. Alcuni prigionieri abbandonarono l'esperimento, altri due si impegnarono in forme di resistenza contro le guardie. Il quinto giorno Zimbardo blocco' l'esperimento, convinto dalla futura moglie, una psicologa scioccata dagli abusi cui aveva assistito.

Ovviamente l'autore non si basa su quello studio per trarre le sue conclusioni, dato che esso era affetto da diversi problemi che ne falsavano in parte il risultato, ad esempio il doppio ruolo del capoprogetto, l'orientamento dato alle guardie e il fatto che i soggetti studiati erano consapevoli di star partecipando ad un gioco di ruolo per uno studio e quindi erano portati a comportarsi come credevano che lo sperimentatore si aspettasse.

Zimbardo invece aggiunge la descrizione di molte altre ricerche condotte in modo piu' scientifico. Fra questi lo studio di Solomon Asch sul fatto che la pressione psicologica puo' portare le persone a fare dichiarazioni false e gli esperimenti sull'autorita' di Stanley Milgram, replicati in molti Paesi.

Uno studio mostrava ad esempio le dinamiche comportamentali in una classe in cui l'insegnante "informava" gli scolari che i bambini con gli occhi azzurri sono superiori ai bambini con gli occhi scuri. Ne derivava un comportamento gerarchico e vendicativo. Quando l'insegnante diceva ai bambini che era stato commesso un errore, e che la realta' era invertita, i ruoli si scambiavano, e i bambini dagli occhi scuri sembravano non aver imparato nulla dalla discriminazione provata.

Zimbardo conclude che le caratteristiche della situazione, molto piu' che la predisposizione personale, spiegano il motivo per cui le persone hanno comportamenti crudeli e di abuso sugli altri. Collegandosi alle vicende di Abu Ghraib, egli afferma quindi che le umiliazioni e i tormenti subiti dai prigionieri non sono stati prodotti dalle caratteristiche personali delle "mele marce" (come sostenuto dall'amministrazione USA), ma da una situazione che - come il sistema carcerario creato nel suo esperimento degli anni '70 - praticamente garantisce che le persone si comportino male. E' il sistema dunque, che va cambiato, e' infine il messaggio dello studioso.

* si ringrazia Claudio Giusti

Speciale Guantanamo e Abu Ghraib

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