NEW del 18 febbraio 2006

 
     

Vignette Maometto : l'analisi di un Iraniano occidentalizzato
traduzione di Rico Guillermo

Ci sembra interessante riportare la riflessione sulle vignette danesi di Amir Taheri, giornalista e scrittore iraniano che ha studiato a Teheran, Londra e Parigi, ha collaborato con The International Herald Tribune, The Wall Street Journal, The New York Times e The Washington Post e che fra il 1980 e il 1984 fu il direttore per i Medio Oriente del Sunday Times di Londra. Ha scritto 9 libri di cui tradotti in 20 lingue di cui un best seller sul terrorismo islamico. L'articolo, con data di oggi, compare sulla testata Asharq Al-Awsat con il titolo "Cercando la censura in nome del dialogo", ed analizza alcuni significativi retroscena culturali della vicenda delle caricature di Maometto e delle successive reazioni.

Il mese scorso, la capitale della Malesia, Kuala-Lumpur, ha ospitato un congresso dal titolo: "Chi parla per l'Islam, chi parla per l'Occidente?". Il congresso, cui hanno partecipato circa 60 politici ed esperti di oltre 20 Paesi, era stato progettato mesi fa ed era stato ideato come un approfondimento sulla nuova 'moda' di "dialogo delle civilita'". Ma di fatto la polemica sui fumetti del giornale danese ha dominato la discussione e prodotto un insieme di interventi sui limiti da imporre alla liberta' di espressione. Un delegato, l'ex presidente della Repubblica islamica, Muhammad Khatami, ha persino invitato i governi democratici ad imporre la censura a tutto il materiale che potrebbe offendere finanche la forma di alcune credenze di qualunque fede.

La prima difficolta' che il congresso ha affrontato partiva dal titolo. Che cosa significa "Occidente"? Se usiamo questo come termine geografico allora l'Iran certamente "l'Ovest" per la Malesia. Ma se prendiamo il termine per significare un tipo di civililta' basato sui diritti, sul pluralismo politico e su un'economia di mercato, il termine si applica ad oltre 140 paesi che hanno adottato il modello "democratico-capitalista", fra cui l'India che e' patria del piu' grande numero di Musulmani al mondo e, in parte, persino alcuni Paesi a maggioranza musulmana come la Malesia, il Bangladesh e la Turchia.

Il congresso ha avuto difficolta' anche con l'altra meta' del suo titolo, quella riferita all'Islam. Era evidente che i partecipanti non potessero essere concordi su una definizione di Islam. Teologicamente ci sono cinque "scuole" importanti dell'Islam, ciascuna divisa in un numero di minori. E quanto alla pratica, l'Islam, come altre religioni, corrisponde in definitiva al comportamento dei singoli adepti. Chi puo' dire che questo o quel kamikaze non e' un musulmano? Il massimo che uno possa fare e' dire che si tratta di un musulmano politicamente disorientato. Alla stessa maniera, i bombardieri-suicidi potrebbero vedere la maggior parte dei Musulmani come dei "decaduti" o persino "kuffar" (infedeli).

Il presupposto implicito del congresso era che, per quanti concerne l'Islam, solo i governi hanno l'autorita' di parlare in suo nome. Ma chiunque con conoscenze sull'Islam contemporaneo saprebbe che la maggior parte dei Musulmani rifiutano questa posizione. In molti Paesi musulmani non c'e' dialogo ne' nella comunita' nazionale, ne' tanto meno fra la nazione ed altri Paesi. Ne' l'Islam e' limitato a coloro che vivono nei Paesi a maggioranza islamica. Infatti, almeno un quarto dei Musulmani vive come minoranza in piu' di 130 Paesi. Come detto, l'India valuta in 200 milioni i Musulmani. Ci sono inoltre circa 50 milioni di Musulmani in Cina ed almeno altri 100 milioni nelle terre non islamiche in Australasia, in Africa, Europa e nelle Americhe. La complicazione aumenta perche' l'Islam non riconosce strutture ecclesiastiche ne' gerarchie clericali. Si potrebbe dire che il Papa parla per la Chiesa cattolica. Ma un'asserzione simile non puo' essere fatta per nessuno nel caso delle varie scuole islamiche.

Nel diciannovesimo secolo, Jamaleddin Assadabadi, altrimenti detto Al-al-Afghani, ingaggio' un dibattito con l'erudito francese Ernest Renan su una divisione simile del mondo. In una conferenza a Parigi, Renan aveva sostenuto che i Musulmani, influenzati dalla loro fede - come egli credeva che fosse - erano incapaci di ricerca sulle grandi questioni scientifiche dell'uomo. Assadabadi aveva replicato precisando che e' errato dividere il mondo in Occidente e Islam. Invece suggeri' che il mondo e' diviso in nazioni "libere" e "oppresse". Quelle libere hanno potuto avanzare nella scienza e sviluppare una vita piu' prosperosa per la loro gente. Quelle non libere, invece erano state condannate all'arretratezza, alla tirannia ed alla miseria.

Assadabadi rifiutava l'analisi dei Marxisti secondo cui la cultura, compresa la religione, fornisce una sovrastruttura ad un'infrastruttura politico-economica che funga da schema per i valori, le norme e le transazioni contrattuali nella societa'. Credeva invece che nessuna religione potrebbe essere considerata come la causa dell'arretratezza e della miseria di alcuna nazione. Cio' che ha causato la miseria e l'arretratezza era il modo in cui la gente esercitava la sua fede. E quella, chiosava Assadabadi, era una scelta politica. Gli stessi Musulmani, che erano stati supposti da Renan come incapaci di pensiero scientifico, hanno generato e messo in atto nell'ottavo e nono secolo le uniche correnti di ricerca e di studio scientifico. In altre parole, quando i Musulmani erano relativamente liberi, almeno rispetto ai Cristiani, non hanno avuto difficolta' con la scienza.

La divisione proposta da Assadabadi rimane oggi valida. Il mondo e' ancora diviso fra nazioni "libere" e "non libere" piuttosto che fra "Occidente" e "Islam". Allo stesso tempo, in parte grazie alla globalizzazione ed all'espansione degli ultimi decenni, vi sono spazi di mancata liberta' in molte societa' libere, mentre esistono spazi di liberta' in alcuni Paesi "non liberi".

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