11 febbraio 2009

 
     

Peppino Englaro e l'aborto di Veronica Berlusconi
riceviamo e pubblichiamo

desidero portare alla vostra attenzione un articolo che mi è stato segnalato: riguarda un'intervista a Veronica Lario nella quale la moglie di Berlusconi racconta di un suo aborto, a seguito del quale dovette rinunciare al filgio che aspettava dall'attuale Presidente del Consiglio. Un aborto terapeutico, perché il bambino era malformato, effettuato al SETTIMO MESE DI GRAVIDANZA.

Dobbiamo avere il coraggio di essere cittadini schierati contro le mistificazioni e le bugie di Berlusconi. E allora, lungi da me il giudicare Veronica Lario (alla quale porto il massimo rispetto per una scelta che ritengo dolorosissima) giudico e combatto invece chi ritiene di poter prendere in giro gli italiani, spacciandosi per il paladino della moralità cattolica, ergendosi - per esempio - a giudice di Peppino Englaro.

Stralcio dell'intervista a Vernica Berlusconi (Maria Latella, Corriere della sera, 08 aprile 2005):

Andrà a votare il 12 giugno?

«Andrò a votare. Questo referendum affronta questioni su cui è doveroso formarsi un’opinione. Mi sembra quasi di essere tornata agli anni Settanta, quando il diritto all’aborto diventò un argomento di discussione quotidiana. In questo caso, la quantità e qualità dei temi da affrontare è ancora più impegnativa, non c’è solo la negazione della vita, ma anche la vita e la malattia. Come allora, ci sentiamo tutti un po’ impreparati. Negli anni Settanta, ricordo, la discussione sull’aborto ruppe quel muro di silenzio e di vergogna che opprimeva l’animo di una donna costretta a quella scelta. Nell’aborto non c’era soltanto il rischio di morire e la morte che dolorosamente si infliggeva, ma anche il silenzio, tremendo, che accompagnava la scelta e che veniva mantenuto: non si ama parlare di qualcosa che si è perduto».

Perciò, in che modo si sta formando un’opinione?

«Se si chiede a un cittadino di esprimersi su questi argomenti, credo che la prima, istintiva, reazione, sia di guardare alle proprie personali esperienze o di immedesimarsi in quelle degli altri. Per quanto mi riguarda, c’è un’esperienza personale che mi fa riflettere. Ho avuto un aborto terapeutico, molti anni fa. Al quinto mese di gravidanza ho saputo che il bambino che aspettavo era malformato e per i due mesi successivi ho cercato di capire, con l’aiuto dei medici, che cosa potevo fare, che cosa fosse più giusto fare. Al settimo mese di gravidanza sono dolorosamente arrivata alla conclusione di dover abortire. È stato un parto prematuro e una ferita che non si è rimarginata. Ancora oggi è doloroso condividere pubblicamente quell’esperienza, ma in un momento in cui tanti di noi si sentono immaturi, impreparati, rispetto alla conoscenza della legge 40, ai contenuti del referendum, ecco, sapere come andavano le cose venti o trenta anni fa, quando la scienza non era così avanti come oggi, potrebbe essere utile».

Come sa, la Chiesa suggerisce di astenersi dal voto nel giorno del referendum.

«Se da noi, in Italia, certe tecniche fossero proibite, si andrebbe all’estero e mi spaventa l’idea che altri Paesi, meno scrupolosi, potrebbero consentire qualsiasi cosa. Non andare a votare significa non voler affrontare il problema. Essere chiamati al voto, invece, impone di informarsi, magari in linea con le proprie convinzioni religiose, filosofiche o politiche. L’importante è non fingere che il problema non esista. Penso che in certe circostanze l’umanità debba sforzarsi».

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Speciale diritti

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