28 marzo 2008

 
     

Giustizia e camorra : gestione pentiti e minacce , la parola ai penalisti
di Mauro W. Giannini

Continua la saga che vede coinvolti i penalisti napoletani, alcuni magistrati anticamorra della Procura partenopea e due giornalisti antimafia, Roberto Saviano e Rosaria Capacchione.

Nel corso del processo per gravi fatti di criminalita' organizzata in fase di celebrazione a Napoli, infatti, i difensori degli imputati avevano denunciato un inquinamento probatorio da parte di collaboratori di giustizia. In particolare, sarebbe emerso da intercettazioni telefoniche che questi, oltre a tenere liberamente contatti tra loro, concertavano il contenuto delle rispettive dichiarazioni processuali.

Nel contempo, la stampa informava che, in relazione allo stesso processo, la locale Procura della Repubblica aveva avviato un'indagine per valutare la rilevanza penale di alcuni passaggi contenuti in una richiesta di rimessione per legittimo sospetto presentata da due imputati (due esponenti del Clan dei Casalesi) e letta in udienza dal loro difensore. La vicenda era arrivata sulla stampa nazionale, avendo preso a bersaglio due giornalisti, Roberto Saviano, l'autore di "Gomorra", e la cronista de "Il Mattino" Rosaria Capacchione, gli articoli dei quali venivano accusati di creare una situazione tale da condizionare il procedimento.

Le accuse dei due imputati erano rivolte anche dell'ex PM della Dda di Napoli, Raffaele Cantone che come i due giornalisti si e' occupato della camorra casertana ed era gia' stato destinatario di minacce di matrice camorristica. Lo stesso legale degli imputati, in una successiva intervista alla stampa, definiva quantomeno discutibili i passaggi dell'istanza di rimessione contenenti inaccettabili espressioni polemiche o intimidatorie.

Intanto la Camera Penale di Napoli, con una delibera del proprio Direttivo, richiamava il problema delle modalita' di gestione dei collaboratori di giustizia e sottolineava l'esigenza di introdurre interventi legislativi di modifica sia dei criteri di valutazione della chiamata in correita' dei collaboratori di giustizia, sia delle disposizioni deputate a garantire la trasparenza dei relativi "meccanismi di acquisizione", sollecitando tra l'altro una indagine su quanto accaduto.

Ma il giudice Roberti sulla stampa accusava la Camera Penale parlando di "Strategia dei boss per indebolire la Procura" e sottolineava il silenzio tenuto sulle minacce. Giungeva anche la presa di posizione dell'ANM che respingeva "con forza il basso tentativo di intimidire i magistrati napoletani impegnati in importanti indagini e processi contro la criminalità organizzata" ed in una nota a forma del presidente, Simone Luerti, e del Segretario Generale, Luca Palamara, esprimeva la propria solidarieta', vicinanza e sostegno ai colleghi Franco Roberti e Raffaele Cantone, "che con sacrifici personali e quotidiano lavoro si battono per l'affermazione della legalità e offrono un importante contributo per il miglioramento della convivenza civile in una zona segnata dalla pesante presenza della camorra".

Sulla vicenda interveniva anche l'Unione Nazionale Cronisti, esprimendo ferma solidarieta' ai due colleghi ed al magistrato presi di mira. A questi interventi e ad altre critiche di politici, scrittori e giornalisti che stigmatizzavano il silenzio della Camera Penale partenopea sul "tentativo di delegittimazione" e sulle minacce, la Camera penale di Napoli rispondeva che il mancato riferimento alle frasi contenute nell'istanza di remissione trovava giustificazione nel fatto che la Procura avesse aperto al riguardo un'indagine preliminare.

E' di ieri invece una delibera la giunta dell'Unione Camere Penali a sostegno di quella dei penalisti napoletani. La Giunta dell'Unione delle Camere Penali Italiane che sottolinea come "è indubbio che i penalisti napoletani abbiano posto una questione nota a quanti si occupano di processi di criminalità organizzata: quella, cioè, della inesistenza di sanzioni efficaci nei confronti dei collaboratori le cui dichiarazioni, all'esito della verifica giudiziale, siano risultate false".

I penalisti italiani sottolineano di essere "pienamente consapevoli del pericolo che i fenomeni criminali, specie se radicati e conformati secondo logiche di anti-Stato, rappresentano per la tenuta degli equilibri di una pacifica convivenza in libertà ma parlano di fraintendimenti ed equivoci cui possono dar luogo quelle posizioni che - talvolta ispirate da comprensibili sentimenti di nobile indignazione generati da escalation criminali violente ed efferate, talaltra mosse, al, contrario, da visioni autoritarie del controllo sociale - tendono a trasferire sul processo penale le esigenze di lotta alla criminalità e di difesa sociale, sottolineando fra l'altro che i processi in materia di criminalità organizzata scivolano versa questa pericolosa deriva simbolico-autoritaria, in tal modo trasfigurando la fisionomia del rapporto tra autorità e libertà e sovvertendo, quindi, i fondamenti dello Stato costituzionale".

L'UCPI ribadisce che "Il diritto di difesa perde inesorabilmente di effettività in processi con centinaia di imputati, con migliaia di intercettazioni telefoniche disposte senza alcun effettivo controllo del giudice (e della difesa, che spesso non ha neppure modo per conoscere tutti gli atti), con l'applicazione sistematica di una giurisprudenza 'emergenziale', con controesami falsati dalle ormai rituali videoconferenze, con il conferimento, di fatto, di valore di prova piena alle parole dei cosiddetti collaboratori e con un abbassamento impressionante della 'soglia' probatoria necessaria all'accertamento della responsabilità penale".

L'organismo presieduto dal prof. Oreste Dominioni riafferma quindi l'esigenza di affrontare i problemi con metodo analitico, evitando confusioni concettuali che - lungi dall'agevolare una loro comprensione - ne oscurano l'analisi, rendendo più difficile la ricerca delle soluzioni. La Giunta UCPI condivide percio' quella che definisce "la coraggiosa e ferma presa di posizione dei penalisti napoletani, allorché essi pongono la fondamentale questione del procedimento, complesso, di gestione dei collaboratori di giustizia e di utilizzazione e valutazione in ambito processuale delle relative dichiarazioni".

I penalisti italiani denunciano quindi pubblicamente e fanno propria la situazione segnalata dalla Camera Penale di Napoli, ribadendo che sui problemi collegati al fenomeno processuale del pentitismo "manterrà costante la propria vigile attenzione critica, promuovendo le necessarie iniziative volte sia ad informare l'opinione pubblica dei reali termini delle questioni sul tappeto, sia a sollecitare decisioni politico-legislative di riforma della disciplina oggi in vigore".

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Camorra e informazione: solidarieta' a Saviano e Capacchione