NEW del 31 luglio 2005

 
     

Sventurati fiumi d'Italia : tra inetti, ignoranti, e imbroglioni
di Nicola Bonelli, geometra

< prima parte

L'abusivismo autorizzato. Il dragaggio dei fiumi, quindi, si fa eccome, ma non si dice. Gli inerti fluviali sono un'immensa risorsa mineraria; intorno e contro la quale girano notevoli interessi: c'è chi vorrebbe accaparrarsela, e chi invece (la lobby delle cave private) ne teme la concorrenza e fa di tutto per escluderla dal mercato. Perciò si assiste ai tanti giochetti che mirano a nasconderla ai più per riservarla ai pochi; ad occultare i quantitativi reali per trattare la differenza sotto banco.

E da qui nasce il sistema delle concessioni "virtuali": ti autorizzo per un metro cubo ma ne puoi prelevare 10 - 100. Certo, è illegale ma in Basilicata si può operare solo con questo sistema; sistema che a quanto pare vige anche altrove: le concessioni di cui riferisce l'Assessore del Piemonte, "di un limite massimo di diecimila metri cubi", altro non sono che concessioni virtuali, dietro cui si nascondono quantitativi reali ben più consistenti.

Poi c'è la lobby Tangenti & Appalti, che predilige i fiumi per le sue scorrerie; che cerca di abolire il sistema preventivo di manutenzione fatta mediante le concessioni estrattive, per poter intervenire, dopo il disastro alluvionale, col sistema degli appalti e nell'ottica dell'emergenza. ed organizzarvi le sue operazioni spartitorie. Ed anche qui si occultano i quantitativi reali, allo scopo di scambiarli con fondi neri e tangenti. Insomma, c'è un vasto panorama di "abusivismo" diffuso in tutta Italia, che viene prima imposto, poi tacitamente consentito, ed infine criminalizzato.

Del resto, lo stesso Segretario Generale dell'Autorità di Bacino del Po, Michele Presbitero, denuncia il fenomeno dichiarando: "Vi è una difficoltà nella sorveglianza: sul Trebbia, in un solo giorno, ho personalmente contato 400 camion che portavano via il materiale rimosso dagli alvei; tale lavoro è proseguito per mesi". Notizia sbalorditiva che merita un piccolo commento. Facendo un po' di conti ed ipotizzando la durata di tre mesi (del descritto traffico di 400 camion al giorno) viene fuori un totale di 500 mila metri cubi di materiale asportato. Quantitativo che, se non fosse compatibile con le esigenze di regimazione, farebbe pensare ad una vera voragine prodotta nel povero fiume Trebbia.

Viene quindi da chiedersi: come mai nessuno si è opposto ad uno scempio simile, fatto alla luce del sole e durato alcuni mesi ? Era poi tanto difficile sorvegliare affinché non accadesse ? Come mai il bravo Presbitero - che peraltro non è un comune cittadino ma il rappresentante di un'autorità con competenza specifica in fatto di polizia idraulica - denuncia questo fatto solo adesso in Commissione, e non ha pensato in tutti quei mesi di chiamare i carabinieri o la forestale ? Ed ancora: ma siamo poi sicuri che i 500 mila metri cubi tolti non fossero compatibili con le esigenze del fiume ? O invece, pur essendo pienamente compatibili, erano però nascosti nel computo dei volumi, previo accordo tra "contraenti", consulenti, tutori, vigilanti, ecc. ecc. ?

Per completezza va precisato che l'esondazione fluviale non è causata solo dall'ostruzione degli alvei, per mancato dragaggio, ma anche da altre cause. Vi sono ad esempio degli sbarramenti di ritenuta (traverse e briglie) lungo i tratti fluviali di pianura, che, riducendo la pendenza naturale e quindi la velocità della corrente, producono rigurgito idraulico ed innalzamento del livello idrico. Le alluvioni di Alessandria '94, Casale Monferrato-2000 e Lodi-2002, per esempio, furono per gran parte causate dalla presenza di briglie nei rispettivi tratti urbani. Per cui, prima di "programmare altre opere", andrebbero demolite alcune di quelle esistenti.

Vi sono inoltre delle derivazioni d'acqua dissennate: fatte per captare fino all'ultima goccia in periodo di magra, ma senza il controllo di portata massima; opere realizzate per lo più dai consorzi di bonifica a scopi irrigui, che in caso di piena fanno da deviazione al corso d'acqua. A vederle sembrano opere d'esondazione programmata. Sarebbe proprio il colmo affidare ai Consorzi di bonifica il governo dei fiumi, come gli stessi hanno proposto in commissione. E poi c'è la vegetazione sviluppatasi negli alvei: in tanti anni di incuria e di sistematica inadempienza agli obblighi di cui al D.P.R. del 14 aprile 1993, molti tratti fluviali sono diventati dei veri e propri boschi d'alto fusto; vegetazione che frena la corrente e provoca innalzamento del livello idrico e quindi esondazione.

Va inoltre evidenziato che l'innalzamento degli alvei, causato dall'accumularsi del sedimento alluvionale, non provoca solo l'esondazione (d'inverno), ma anche l'accentuarsi della secca dei fiumi (in estate): la portata di magra si sommerge nel materasso alluvionale e da qui confluisce nel subalveo, provocando la risalita della falda acquifera della pianura circostante. Con tutte le conseguenze che ne derivano per insediamenti ed infrastrutture. Quanto a quell'abbassamento generalizzato e misterioso degli alvei, di cui parlano alcuni illustri Auditi, è solamente una madornale falsità. Che andrebbe verificata sul luogo, magari con l'aiuto dei carabinieri.

Di contro, le Casse d'espansione (o di laminazione), tanto volute e propagandate dalle Autorità di bacino, non serviranno affatto ad evitare l'esondazione fluviale, specie se gli alvei continuano ad ostruirsi. Né quelle previste intorno all'Arno potranno salvare Firenze dalla prossima alluvione. La verità è che queste "casse" sono nient'altro che delle cave di inerti fuori alveo; cave singolari, che producono un immenso volume d'affare per chi ne estrae gli inerti, ed anche un apprezzabile vitalizio per chi potrà gestirle dopo: come aree protette, parchi fluviali ecc... Del resto, lo stesso Dirigente della Regione Piemonte, Nella Bianco, ammette in commissione che sono delle cave di inerti, quando afferma che si è pensato di ricorrere alle casse di espansione a causa della "contingenza" dei grandi lavori: "dovendo procurare una quantità di inerti incompatibile con il ripristino della officiosità dei fiumi...".

Va detto intanto che la dichiarata incompatibilità - tra fabbisogno di inerti e quantità disponibile nei fiumi - è tutta ancora da accertare. Si potranno infatti conoscere i quantitativi di materiale asportabile da un alveo fluviale solo quando sarà definita la corrispondente sezione di deflusso: idonea a contenere la portata massima prevedibile. E' evidente: solo conoscendo questo parametro idraulico degli alvei, si potrà calcolare il quantitativo di materiale che vi è in eccesso, e che va rimosso. Per quanto mi risulta, la suddetta verifica non è stata effettuata, da nessuno, in tutta Italia. Parlare pertanto di "incompatibilità" è da sprovveduti. Ed anche da irresponsabili. Pensando ai fiumi padani, ostruiti e pensili, ridotti a tante fiumare, si sarebbe dovuto già da tempo effettuare la suddetta verifica. E invece niente. E quando i tecnici preposti si pronunciano sui loro fiumi, sembra che parlino dei fiumi lunari.

A sostegno delle "casse d'espansione", il Dirigente piemontese tra l'altro dice: ".si avrebbe il vantaggio di trattenere l'acqua a monte del corso del Po, accontentando, di fatto, le regioni a valle. che da sempre ci chiedono di trattenere il più possibile l'acqua sul territorio regionale piemontese".(???) Ci crede e vorrebbe farne tante; ma si cruccia di non poterle fare per l'alto costo delle aree da espropriare. E dice: "bisognerebbe approfittare del ciclo economico negativo".(???) Sembra quasi auspicabile una crisi economica: il tutto perde valore e diventa più facile espropriare le aree industriali. Se poi quelle stesse aree sono soggette ad allagarsi, il valore si riduce ancora. Se infine l'Autorità di bacino approva un Piano di delocalizzazione, quelle aree valgono zero. Basta aspettare la prossima esondazione, e tutto sarà più facile.

Sacrificare il proprio territorio per salvare quello altrui è senz'altro un nobile sentimento. Ma facciamo un po' di conti e vediamo quanta acqua bisogna trattenere in Piemonte, per evitare ad esempio un'esondazione simile a quella del 2000 a Casale Monferrato, estrema punta piemontese del Po. Ebbene, nelle attuali condizioni di deflusso, in quella sezione può transitare una portata di 3.000 mc/sec.; la portata di piena, prevedibile nella stessa sezione, è di 8.000 mc/sec.; la differenza, di 5000 mc./sec., è quindi l'acqua che bisognerebbe "trattenere a monte" per tutta la durata della piena. Ipotizzando una durata di 15 ore, si avrebbe un accumulo di 300 milioni di metri cubi d'acqua. Per contenere la quale ci vorrebbe una "cassa" di pari capacità; che occuperebbe non meno di 10 mila ettari di terreno.

Praticamente, per salvaguardare le regioni di valle non bastano le casse e cassette pensate da quel Dirigente, ma bisogna allagare gran parte della pianura piemontese. E se poi capita che le regioni di valle vengano allagate non dalle acque del Po, ma da quelle del Ticino. dell'Adda. del Lambro. del Seveso. ecc. ecc. ? La verità è che nei vari studi, piani e piani-stralcio - sinora sfornati dall'Autorità di bacino del Po, come pure da tutte le altre - non esiste un solo accenno a fattori importanti come "erosione del suolo" o "portata solida"; né si parla dei 12-15 milioni di metri cubi di sedimento alluvionale che ogni anno si accumula nel Po e nei suoi affluenti. E soprattutto, ripeto, viene disattesa la citata norma (art. 17, comma 3, lettera l della legge 183/89) che, tra le finalità dei piani di bacino, prevede: "la normativa e gli interventi rivolti a regolare l'estrazione dei materiali litoidi dal demanio fluviale. in funzione del buon regime delle acque e della tutela dell'equilibrio geostatico e geomorfologico del territorio.".

Di conseguenza, in mancanza di dati certi, si improvvisa ogni cosa, e si assiste a decisioni demenziali, come le casse di espansione avviate in Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna, come quelle contestate in Friuli Venezia Giulia; o come pure i recenti piani cave approvati in Lombardia. Si deve intanto sapere che il quantitativo di materiale esistente nel Po ed affluenti ammonta - per difetto e non per eccesso - a 300 milioni di metri cubi; quantitativo che basta ed avanza per soddisfare sia l'attuale che il futuro fabbisogno di inerti per l'intero bacino idrografico. Lo stesso dicasi, con le dovute proporzioni, per il Brenta e per il Piave. con i loro bacini.

Il Tagliamento invece, il fiume più sovralluvionato d'Italia, potrebbe fornire inerti anche alle regioni limitrofe. Si tratta peraltro di un'immensa risorsa mineraria, che potrebbe produrre notevoli entrate al Padrone-Stato: entrate vanificate dalla negligenza e infedeltà dei suoi Servitori. Da notare inoltre che, rimuovendo quei 300 milioni di metri cubi, oltre a ripristinare un'idonea capacità di deflusso del reticolo idrografico, si ottiene anche un incremento, di pari misura, di capienza per l'acqua: proprio ciò che si persegue con le casse d'espansione. Con la differenza che non si occupa un solo metro quadro di terreno al di fuori degli alvei.

L'Acqua disfa li monti e riempie le valli (Leonardo da Vinci); ed ostruisce e innalza gli alvei fluviali: in modo inesorabile e irreversibile. E' una legge di natura chiamata erosione del suolo, che gli "organi preposti" si ostinano ad ignorare o a nascondere: con ogni mistificato mezzo, contravvenendo a precisi obblighi di legge. L'unica amministrazione che opera in questa ottica, è la Provincia di Sondrio, "il cui vigente Piano cave. non prevede cave di inerti, in quanto tal tipo di materiale viene reperito dalla pulizia degli alvei", come ci fa sapere la Direzione Qualità dell'Ambiente della Regione Lombardia, nella sua risposta del 25.02.2005.

L'altro obiettivo perseguito dalla Commissione, oltre la sicurezza del territorio, è la navigabilità del Po, inteso come "infrastruttura strategica est-ovest"; idonea quindi non solo per il turismo ma anche per il trasporto merci; in evidente alternativa a quello autostradale; da inserire nel famoso Corridoio 5° d'importanza europea. Su questo punto inviterei a riflettere. Il Po è un fiume a corrente libera, cioè senza un bacino centrale di ritenuta: che trattenga a monte il sedimento alluvionale e che controlli a valle la portata idrica. Per cui è soggetto ad un'escursione, per diversi metri, del livello idrico; passa dal fiume in secca ai 6-8 metri di altezza, e dopo ogni piena, a causa dell'apporto solido, bisogna fermare la navigazione e riprendere a dragare per ripristinare la navigabilità. Se a questo si aggiunge che esistono un'infinità di ponti di attraversamento, stradali e ferroviari, il cui franco d'aria consente a malapena il passaggio della piena, mi sembra azzardato pensare al Po come "Grande opera strategica".

Va detto, infine, che non sempre la navigabilità si concilia con la sicurezza. Il previsto programma delle audizioni è terminato. Ma non credo che la Commissione ne abbia tratto grande conoscenza del problema. Anzi, temo che le tante mistificazioni possano inficiarne i lavori e deviarne le conclusioni. Specie se il problema della sicurezza viene sottovalutato, come dal vice Presidente On. Franco Stradella che considera le lamentele degli alluvionati: "argomenti che, travalicando il dato scientifico, sono il più delle volte determinati solo dalla paura". Non si capisce, tra l'altro, a quali dati scientifici egli si riferisca, viste le tante approssimazioni ed improvvisazioni ascoltate; che offendono l'intelligenza di chi sa, e confondono le idee di chi non sa e vorrebbe sapere.

Le anomalie del sistema. Stabilito che l'obiettivo primario di questa indagine conoscitiva è la sicurezza del territorio, andrebbe soprattutto recuperata la cultura dell'idraulica fluviale. La funzione primaria di un fiume è quella di drenare l'acqua del proprio bacino. Da qui il concetto di "buon governo idraulico": basilare per la "salvaguardia del territorio": a sua volta basilare per la "tutela dell'ambiente": in questo stesso ordine, e non viceversa. Andrebbe poi ripristinato il concetto stesso di manutenzione, che, come per tutto il resto, anche per i corsi d'acqua è fatta di interventi di ripristino: conseguenti all'usura, all'azione dell'acqua, alla morfodinamica fluviale, ad eventi imprevedibili; ed è fatta di interventi conservativi e non innovativi; che non modificano l'assetto dell'opera o del fiume, e che perciò non richiedono valutazioni d'impatto o pareri e nulla-osta; interventi, insomma, che non vanno pianificati ma decisi di volta in volta ed avviati quanto prima ad esecuzione.

Invece no: si pianifica, e si continua a pianificare. Poi si deve programmare. Se poi arriva qualche evento che scompagina il primo piano, si ricomincia daccapo. E comunque non si muove nulla se non prima del coordinamento. A meno che non arrivi prima il disastro alluvionale. Nel qual caso arriva Santo Bertolaso che dichiara l'emergenza, ed arrivano soldi in abbondanza, che per molti sono forse il vero obiettivo.

Certo, questo "stato di confusione e di scollamento" è da addebitarsi soprattutto a chi opera sul territorio, quindi alle Regioni. Ma il tutto nasce, a mio avviso, da alcune decisioni sbagliate prese al centro: da Governo e Parlamento. Per "Difesa del suolo" s'intende la salvaguardia del territorio, che fa tutt'uno con quella degli insediamenti e delle infrastrutture. Le tre cose dovrebbero far capo ad un'unica competenza e responsabilità. Averle divise fra due ministeri, in una mera logica di spartizione, ha dato origine a tutto questo bailamme di strutture e sovrastrutture regionali e provinciali: una miriade di uffici, che si sovrappongono; confliggono tra loro; si accusano e/o si coprono a vicenda; ma non fanno assolutamente niente di operativo.

Emblematico è il caso di Lodi. Dove, accertata tra le cause dell'alluvione del 2002 la presenza di una briglia a valle del ponte urbano sull'Adda, il Comitato Alluvionati ne chiede la demolizione da oltre un anno. L'Autorità di bacino del Po risponde dopo otto mesi e si dichiara d'accordo a demolirla; l'AIPO, invece, di quella stessa briglia, ne ha programmato il consolidamento per una spesa di 170.000 euro, ed è in attesa di fondi. Il tempo passa ma nessuno decide. Né si sa chi deve decidere. I Lodigiani intanto rimangono in perenne attesa. Della prossima alluvione.

Le Autorità di Bacino sono di per sé un'anomalia del nostro sistema perché operano al di fuori dell'ordinamento amministrativo: quelle regionali fuori da ogni dipartimento; quelle nazionali, fuori da ogni ministero. Quindi non rendono conto del loro operato ad alcun organo collegiale di governo e di controllo, rispettivamente: Giunta e Consiglio regionale; Ministero e Consiglio dei Ministri. L'altra anomalia sta nel fatto che le AdB hanno solo il compito di pianificare e non pure quello della gestione sul territorio. Hanno però la facoltà d'imporre il loro parere (o nulla-osta) sulle decisioni degli enti gestori; per cui si sovrappongono ad essi, frenando e bloccando la loro azione amministrativa.

A rigore, la funzione delle AdB dovrebbe esaurirsi con l'approvazione dei Piani di bacino, così come avviene con qualsiasi professionista: consegnato il lavoro; liquidato il compenso; concluso il rapporto. Ma così non è con le AdB. Che quindi si inventano come giustificare la permanenza e meritarsi il vitalizio. Per questo procedono per Piani stralcio e non per piani completi e definitivi. Sono ormai dei pianifici: sfornano montagne di carta e cartografia, che appaiono e scompaiono dai loro siti, per poi ricomparire, rivedute e corrette, a seguito di nuove "esigenze" speculative sul territorio. E così via, in una specie di perenne pianificazione fine a sé stessa, molto simile a quella che mandò in frantumi l'Unione Sovietica.

Quanto ai contenuti - dei loro cosiddetti Piani d'assetto idrogeologico (PAI) - altro non sono che piani di evacuazione progressiva del territorio. Nel senso che invece di ridurre il rischio idraulico, mirano ad allontanare la gente da tale rischio: creando delle fasce di rispetto intorno ai fiumi con divieto di residenza e di attività. Ad ogni alluvione, e con l'aumento del rischio, non fanno altro che allargare tali fasce di rispetto. E già propongono i cosiddetti Piani di delocalizzazione, cioè la sottrazione di prezioso territorio di pianura all'agricoltura e ad insediamenti residenziali e produttivi.

Nella stessa logica rientrano le tanto declamate casse d'espansione, che non a caso in futuro si chiameranno opere di rinaturazione.(???) Come dire: cacciare l'Uomo e le sue cose per restituire le pianure fluviali alla natura. Se non sapessimo degli interessi "terreni", esistenti dietro queste balzane idee, dovremmo pensare a dei marziani. Proseguendo comunque in questa logica, è facile prevedere la totale evacuazione del territorio di pianura: Pianura Padana in testa.

Le AdB sono insomma delle sovrastrutture, politiche più che amministrative, facilmente manovrabili perché non soggette ad alcun controllo democratico. Sono nient'altro che un abnorme strumento di potere, al servizio del governante di turno. A mio avviso sono un serio pericolo istituzionale. Andrebbero abolite. L'involuzione del sistema. In conclusione, man mano che la competenza sui corsi d'acqua passa dall'uno all'altro ente, si va perdendo la cultura stessa del governo delle acque e, quel ch'è peggio, si vanno distruggendo i supporti informativi - dati storici centennali delle portate fluviali, raccolti dal defunto Istituto Idrografico Nazionale - che una volta consentivano una corretta gestione.

Mi riferisco a quando la competenza era del Ministero dei LL. PP.; che la esercitava sul territorio nazionale tramite i defunti Uffici del Genio Civile, sotto la responsabilità dell'Ingegnere Capo, importante figura istituzionale, con competenza professio-nale, ancor prima che amministrativa. E così era stato a partire dal 1921: anno in cui, con R.D. n. 1688, le attribuzioni, per polizia idraulica ed opere idrauliche nei corsi d'acqua, furono demandate agli ingegneri capi degli uffici del genio civile. Prima di allora, a partire dal 1865 (legge organica 20 marzo 1865, n. 2248) tali attribuzioni erano invece affidate ai prefetti.

Evidentemente, nel 1921 ci si rese conto che l'aspetto tecnico della materia rivestiva particolare importanza, per cui si decise di affidarne la gestione ad un Organo tecnico, il Genio civile, sotto la guida e la responsabilità di persona con specifica capacità professionale: l'Ingegnere capo, appunto. Con il passaggio alle Regioni, come abbiamo sentito dai rappresentanti dell'APAT, la manutenzione dei corsi d'acqua è finita nelle mani di coloro che "non possiedono la necessaria capacità progettuale e professionale per affrontare certi tipi di problemi". Da qui si deve dedurre il descritto stato di scollamento e confusione ed il totale immobilismo che ne deriva.

Ma già si intravede l'inizio di una nuova fase. Di fronte all'immobilismo delle Regioni, interviene sempre più spesso il Governo centrale: in stato d'emergenza, con la Protezione civile e con le Prefetture. Emblematico è il recente intervento del Presidente del Consiglio dei Ministri, cui l'Ordinanza n. 3401 del 18 febbraio 2005; emessa a seguito dell'alluvione, del novembre 2004, in provincia di Matera. Con questa ordinanza il Prefetto di Matera viene nominato commissario delegato, e gli viene affidato il compito "di provvedere al ripristino delle infrastrutture pubbliche danneggiate, alla pulizia ed alla manutenzione straordinaria degli alvei dei corsi d'acqua., nonché alla realizzazione di adeguati interventi. di prevenzione dei rischi idrogeologici ed idraulici".

Staremo a vedere con quali capacità progettuali e professionali, le prefetture affronteranno certi tipi di problemi. Intanto prendiamo atto: la materia in questione è tornata in mano ai prefetti, proprio com'era nel 1865.

Speciale DisastrStato

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