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La più grande democrazia del mondo
di Elisa Fontana
Scrivo queste righe quando ancora negli USA stanno votando, dunque senza sapere il risultato delle midterm, ma poco importa per quel che voglio sottolineare.
Non sono certo le prime elezioni di metà mandato nella storia degli Stati Uniti, ci sono state mid term favorevoli al presidente in carica e elezioni che lo hanno reso un’anatra zoppa, ma la faccenda interessava il giusto gli americani e blandamente il resto del mondo, non rappresentando alcuno sconquasso, ma solo una normale dialettica democratica in quella che ci è sempre stata presentata come la più grande democrazia del mondo.
Questa volta no, questa volta è diverso, non tanto per il risultato che teoricamente dovrebbe rendere Trump un’anatra zoppa, ma per le reazioni al voto di quel campione di democrazia di Donaldo.
D’altronde lo abbiamo già visto all’opera nel 2020 incitare all’assalto di Capitol Hill dopo aver perso le elezioni presidenziali, senza che accadesse niente di speciale a suo carico dopo l’assalto. E senza che nessuno facesse un plissé quando il primo atto della sua attuale presidenza è stato quello di graziare quei criminali golpisti.
La più grande democrazia del mondo sembrava distratta, incapace di rendersi conto della enormità di quel che era accaduto e di quel che stava accadendo. Con l’aggravante che se una cosa del genere fosse accaduta in America Latina o altrove, gli esportatori della democrazia un tanto al chilo avrebbero strillato come aquile.
Ma Trump non si è certo fermato lì, visto oltretutto che nessuno gli eccepiva nulla. E così abbiamo assistito alla trasformazione dell’ICE in una vera e propria polizia privata che rispondeva solo personalmente al presidente, che rastrellava, deportava, uccideva per le strade delle città americane senza che nessuno potesse legalmente frenarlo. Certo, tante manifestazioni “No king” per le strade, ma nessun intervento dei famosi checks and balance, quei contrappesi che hanno reso universalmente famosa la più grande democrazia del mondo.
E così da mesi assistiamo ad una vera e propria erosione dei principi costituzionali senza che nessuno batta ciglio. E sì, perché, onde evitare una sonora sconfitta alle mid term, sono mesi che Trump sta cercando di portare a termine una vera e propria eversione, per impedire, rendere difficoltoso, delegittimare il voto.
Ha cercato di riscrivere a suo favore le circoscrizioni elettorali, ha cercato di abolire il voto per corrispondenza che negli USA è una modalità di voto usuale, non certo di nicchia, ha cercato di creare un registro nazionale degli elettori che aveva il sapore della schedatura, iniziativa prima stoppata dai tribunali e poi autorizzata dalla Corte Suprema per individuare “i non americani”.
Non contento di tutto ciò ha cominciato a mettere in dubbio che le macchine per il voto e i sistemi di conteggio sarebbero vulnerabili ad attacchi informatici e, dunque, inattendibili.
Insomma, Trump dilaga come e quanto crede senza che nessuno sia in grado di fermarlo, quanto meno nelle iniziative più smaccatamente incostituzionali o al limite della legalità.
Non ho idea dei risultati delle mid term, ma ho ben chiara l’idea che quella che ci è stata gabellata da sempre come la più grande democrazia del mondo ha grossissimi problemi di democrazia proprio al suo interno se un presidente democraticamente eletto può impunemente trasformarsi in un autocrate che calpesta ogni giorno quei principi scolpiti nella Costituzione, senza che nessuno dei famosi checks and balances abbia la forza di metterlo davanti alle sue irresponsabilità e fermarlo.
Forse sarebbe il caso per gli USA più che esportare la democrazia nel mondo, di fermarsi ed importarne un po’ dentro gli States.
 
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