Osservatorio sulla legalita' e sui diritti
Osservatorio sulla legalita' onlusscopi, attivita', referenti, i comitati, il presidenteinvia domande, interventi, suggerimentihome osservatorio onlusnews settimanale gratuitaprima pagina
22 ottobre 2026
tutti gli speciali

Schiavo: una storia mediterranea - 4
di Alessandro Zilli

L'Ottocento abolizionista e il problema delle libertà proclamate

L'Ottocento viene spesso presentato come il secolo nel quale l'Europa, attraverso le rivoluzioni liberali, le trasformazioni costituzionali e l'affermazione dei movimenti abolizionisti, cominciò finalmente a riconoscere l'incompatibilità tra la schiavitù e i principi della modernità politica.

Si tratta di una ricostruzione sostanzialmente corretta, purché non si dimentichi che quel riconoscimento avvenne secondo percorsi differenti e che l'abolizione della tratta, la soppressione giuridica della schiavitù e la liberazione effettiva delle persone schiavizzate non furono necessariamente eventi coincidenti.

La situazione italiana rappresenta un caso particolarmente istruttivo, perché la frammentazione politica della penisola rendeva impossibile un processo legislativo uniforme, mentre l'influenza delle potenze straniere contribuiva a orientare gli ordinamenti dei diversi Stati. L'età napoleonica introdusse importanti trasformazioni giuridiche, sebbene la Francia stessa avesse seguito un percorso contraddittorio, abolendo la schiavitù coloniale nel 1794, ripristinandola nei territori in cui poté farlo nel 1802 e giungendo all'abolizione definitiva soltanto nel 1848.

Dopo il Congresso di Vienna, le pressioni britanniche contro la tratta contribuirono alla diffusione di accordi internazionali, ma proprio il fatto che molte disposizioni fossero dirette soprattutto a colpire il commercio atlantico lasciava aperte questioni relative alla condizione delle persone già schiavizzate e alle pratiche ancora presenti nel Mediterraneo.

La ricerca di Giulia Bonazza, che costituisce uno dei riferimenti fondamentali per ricostruire queste vicende, documenta la sopravvivenza di rapporti schiavistici a Napoli, Caserta, Roma, Palermo, Livorno e Genova fino alla prima metà dell'Ottocento, distinguendo le trasformazioni degli ordinamenti dalla condizione concreta delle persone.

Il quadro che ne emerge non è quello di una penisola dominata ancora da grandi economie schiavistiche, perché il fenomeno aveva ormai assunto dimensioni residuali, bensì quello di società nelle quali l'emancipazione giuridica poteva precedere di molto la definitiva scomparsa delle pratiche servili.

Proprio per questo, quando ci domandiamo se Venezia sia stata la prima ad abolire la schiavitù oppure quando Napoli e Sicilia abbiano definitivamente rinunciato a tale istituzione, rischiamo di porre la questione nei termini sbagliati, come se la storia procedesse attraverso una successione di date che separano nettamente un passato schiavista da un presente libero.

L'abolizionismo fu invece un processo politico, culturale e giuridico, attraversato da resistenze economiche, interessi diplomatici e contraddizioni sociali, nel quale le leggi ebbero un'importanza decisiva senza riuscire sempre a trasformare immediatamente la realtà.

Se c'è una lezione che il caso italiano permette di ricavare, è proprio questa: una società può proclamare principi di libertà e continuare, per inerzia istituzionale o convenienza economica, a conservare rapporti incompatibili con quei principi. La contraddizione non riguarda soltanto le monarchie dell'antico regime, perché attraversa anche le esperienze liberali e costituzionali, dimostrando quanto la conquista dei diritti dipenda non soltanto dalla loro formulazione teorica, ma dalla possibilità concreta degli individui di esercitarli.

Kunta Kinte, lo zio Tom e il nostro comodissimo oceano (come se non ci bastasse vergognarci per i morti delle carrette del mare...)

Arriviamo così a Radici, la miniserie televisiva del 1977 tratta dal romanzo di Alex Haley, che contribuì a far conoscere a un pubblico vastissimo la storia della schiavitù americana attraverso le vicende di Kunta Kinte e dei suoi discendenti.

Chi ricorda l'effetto prodotto da quella narrazione sa quanto fosse potente la rappresentazione di un uomo strappato alla propria terra, privato della libertà e sottoposto al tentativo di cancellarne persino il nome, perché la violenza dello schiavismo non consisteva soltanto nello sfruttamento del lavoro, ma nella pretesa di trasformare una persona in un oggetto sul quale altri potessero esercitare un diritto di proprietà.

Il successo di Radici, come quello ottenuto più di un secolo prima da La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe, dimostra quanto la letteratura e la rappresentazione drammatica possano contribuire alla formazione della coscienza storica, anche quando, come nel caso della ricostruzione genealogica proposta da Haley, esistono questioni di attendibilità documentaria che impongono di distinguere la forza del racconto dalla certezza di tutti i suoi particolari.

Il valore culturale di queste opere risiede soprattutto nella capacità di restituire un volto e una storia individuale a persone che i documenti commerciali e amministrativi avevano spesso ridotto a quantità, prezzi e categorie.

Eppure, mentre assistiamo alle vicende degli schiavi americani, esiste un particolare meccanismo della memoria europea che meriterebbe di essere osservato con maggiore attenzione, perché la distanza geografica ci permette di considerare quel sistema come un capitolo della storia altrui, separato dalle nostre tradizioni e dalle nostre identità nazionali.

La Virginia, la Louisiana e le piantagioni del Sud degli Stati Uniti appartengono a un paesaggio storico che riconosciamo immediatamente come americano, mentre Venezia ci richiama Marco Polo e i mosaici di San Marco, Genova le sue imprese marinare, Palermo la straordinaria stratificazione delle civiltà mediterranee e Caserta la magnificenza dell'architettura borbonica.

Non c'è nulla di sbagliato nell'ammirare queste realizzazioni, così come non sarebbe storicamente sensato pretendere di giudicare tutte le civiltà esclusivamente sulla base delle loro pratiche più violente; tuttavia, se vogliamo comprendere davvero il passato, dobbiamo accettare che gli stessi luoghi possano essere contemporaneamente testimonianza di grandezza culturale e di profonde ingiustizie sociali, senza che l'una debba necessariamente cancellare le altre.

La memoria della schiavitù americana occupa giustamente una posizione centrale nella storia degli Stati Uniti, perché quell'istituzione contribuì a definire l'economia, la politica e la struttura sociale del Paese, lasciando conseguenze che attraversarono la Guerra civile, la segregazione e le successive lotte per i diritti civili.

In Italia, invece, la frammentazione degli ordinamenti preunitari, il ridimensionamento progressivo della schiavitù e l'assenza di una continuità istituzionale paragonabile a quella statunitense hanno favorito una memoria assai più discontinua del fenomeno, che è rimasto prevalentemente confinato agli studi specialistici sulle repubbliche marinare, sulle galere, sulle città mediterranee e sulla storia del diritto.

A questa differenza si aggiunge probabilmente il peso delle grandi narrazioni nazionali, perché la storia italiana, almeno nella sua forma scolastica e divulgativa più tradizionale, ha privilegiato la civiltà romana, l'età comunale, il Rinascimento e il Risorgimento, costruendo un percorso nel quale la libertà viene frequentemente associata all'indipendenza delle città, alla grandezza delle arti e all'emancipazione nazionale.

In tale racconto la presenza di esseri umani ridotti in schiavitù nelle case dei patrizi veneziani, nei mercati siciliani o nei cantieri borbonici appare quasi come un elemento estraneo, difficile da collocare senza disturbare l'armonia del quadro.

Il rischio, naturalmente, non è tanto quello di ignorare qualche episodio secondario, quanto di abituarci a considerare la schiavitù un fenomeno caratteristico di altre civiltà o di altre epoche, dimenticando che la storia italiana ne conserva testimonianze fino all'età contemporanea.

Né possiamo rinviare l'intera questione a un passato anteriore all'unità nazionale, perché anche l'Italia unita avrebbe successivamente conosciuto l'esperienza dell'espansione coloniale africana, nella quale forme di coercizione lavorativa, violenza politica e dominio razziale avrebbero posto problemi ulteriori, da studiare senza confondere il colonialismo con la schiavitù propriamente detta.

Quanto alla tentazione di utilizzare queste vicende per sostenere che gli italiani fossero sostanzialmente identici agli schiavisti americani, credo che sarebbe altrettanto poco utile, perché le differenze tra i sistemi economici, le forme giuridiche e le dimensioni del fenomeno sono reali e meritano di essere conservate.

La conoscenza storica non guadagna nulla sostituendo al mito dell'innocenza nazionale quello di una colpevolezza indistinta, soprattutto quando ciò impedisce di riconoscere le responsabilità concrete dei diversi protagonisti.

La questione, a mio giudizio, dovrebbe essere posta in termini differenti: non abbiamo alcun bisogno di dimostrare che Venezia fosse identica alla Virginia o che Palermo costituisse una versione mediterranea di New Orleans per riconoscere che la riduzione di esseri umani in proprietà appartiene anche alla nostra storia, e che la distanza quantitativa tra i fenomeni non cancella il significato delle singole vicende documentate.

(continua)


per approfondire...

Dossier diritti

_____
NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI
CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org

°
avviso legale