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14 ottobre 2026
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Sospettiamo del pensiero libero
di Massimo Ragnedda *

No, non sono un bot russo. Quelli bravi. Quelli ai quali «non la si fa», perché mica sono come noi, «poveri bot russi», anime ingenue pronte a credere a tutto, hanno invaso la rete con una notizia che pareva scolpita nel marmo, ovvero che il bombardamento ucraino di un data centre russo avrebbe provocato lo stop della propaganda russa. Una vittoria epocale, insomma. Peccato che a smentirla sia arrivata la BBC, il più antirusso dei canali. A volte la realtà ha questo vizio imperdonabile, tende a rovinare le narrazioni proprio quando cominciano a funzionare.

Ora, che esistano bot russi impegnati a propagare in rete la visione del Cremlino è tanto ovvio quanto banale. Esistono. Eccome se esistono. Come esistono quelli ucraini, israeliani, americani, inglesi e di molti altri Paesi. Esistono perché l'informazione è un'arma di guerra. Esistono perché non esiste una verità oggettiva che tutti possano contemplare dalla stessa finestra, ma punti di vista diversi, verità diverse. Ognuna vera. E proprio per questo, ognuna falsa.

Esistono perché non esiste la favola rassicurante del buono contro il cattivo, dell'aggressore contro l'aggredito, con i ruoli assegnati una volta per tutte e il pubblico comodamente seduto in platea. Esiste, invece, la stupidità di una guerra che non andava aizzata, che non andava combattuta e che andrebbe fermata. Ma questo, evidentemente, è un pensiero troppo sovversivo per chi ha bisogno di eroi immacolati e nemici assoluti.

Esistono milioni di morti e dispersi. Esiste un Paese che, prima della guerra, aveva 40 milioni di abitanti e oggi ne avrebbe meno della metà. Esiste un Paese distrutto, usato come piede di porco per sfondare le porte del nemico e indebolirlo. Un Paese che non potrebbe reggersi senza gli aiuti internazionali e che, in qualche modo, dovrà, o dovremo, ripagare. Perché gli aiuti, nella politica internazionale, raramente sono regali di Natale. Prima o poi arriva il conto, anche quando nessuno ha avuto il coraggio di mostrarlo al momento della consegna.

Esiste un continente, l'Europa, immerso in una crisi economica, sociale e politica, guidato da una classe dirigente incompetente che ci spinge verso la guerra totale, mettendo a rischio la vita di tutti noi. Una classe dirigente che insiste sulla via bellicosa mentre tratta la diplomazia come una debolezza, quasi fosse un difetto morale cercare di evitare che la gente continui a morire.

In quattro anni non c'è stato mai, e dico mai, un solo sforzo diplomatico da parte dell'UE, per far finire la guerra. Sanzioni che hanno azzoppato la nostra economia. Invio di armi che gettano benzina sul fuoco e prolungano l'agonia di una guerra che non potrà essere vinta. Ma, del resto, a morire, almeno per ora, sono i poveri. I ricchi ucraini scappano in Europa. I ragazzi poveri, quelli che non riescono a pagare le tangenti per sfuggire al fronte, vengono mandati al macello a morire per una guerra voluta dalla NATO. È una divisione del lavoro crudele, ma perfettamente comprensibile nella sua logica: qualcuno decide, qualcun altro paga, qualcun altro ancora finisce sottoterra.

Nel frattempo, si riduce il nostro sistema sociale per finanziare la guerra tra Russia e Ucraina, alimentando le tensioni sociali in Europa. Si sottraggono risorse ai bisogni dei cittadini per comprare armi dai produttori americani e regalarle all'Ucraina. Un meccanismo quasi miracoloso: noi paghiamo, le multinazionali incassano, le armi partono e la guerra continua. E chi osa domandare quanto durerà questo magnifico circolo vizioso viene immediatamente sospettato di lavorare per il nemico.

A me della Russia importa relativamente. Non sono un bot russo. Incredibile, si può chiedere la pace senza essere pagati dal Cremlino. Sembra un concetto difficile da digerire, soprattutto per chi ha trasformato il dibattito pubblico in un controllo di fedeltà. Se non ripeti la parola d'ordine, dev'essere perché qualcuno ti paga.

A me importa dell'Europa, dell'Italia, della Sardegna. Mi importa che stiamo distruggendo il futuro dei nostri Paesi, impelagandoci in una guerra civile che non è la nostra, avvelenando i pozzi, gridando all'invasione russa (sic!) per giustificare il saccheggio delle casse dello Stato, lo smantellamento della sanità pubblica e la distruzione della nostra economia. Tutto per comprare armi da regalare a un Paese che non fa parte né della NATO né dell'Unione europea, affinché possa continuare a mandare i propri cittadini (poveri) a morire in una guerra che non potrà vincere.

E guai a chiedersi quale sia il punto d'arrivo. Guai a domandare quale sia il piano per la pace. Guai a ricordare che una guerra non si ferma con le dichiarazioni roboanti, con i pacchetti di sanzioni o con l'ennesimo carico di armi. Ma con i negoziati. E i negoziati si fanno con il nemico, non con gli amici che già la pensano come te. È una banalità della storia, non una rivelazione del Cremlino.

No. Non sono un bot russo. No, non sono pagato dal Cremlino. No, non tifo per la Russia.

Ragiono in piena autonomia. O almeno ci provo, che è già più di quanto si possa dire di chi scambia l'obbedienza per pensiero critico e la ripetizione di una narrazione ufficiale per indipendenza intellettuale.

Voglio la pace. Voglio che l'Europa si impegni seriamente nei negoziati. Voglio che si smetta di saccheggiare le nostre risorse per finanziare una guerra inutile e dannosa, mentre le multinazionali delle armi si avvantaggiano di un conflitto senza fine.

Voglio che la politica estera europea smetta di essere guidata da una guerrafondaia imbarazzante e ossessionata dalla Russia. Voglio che l'Europa non sprofondi, come sta iniziando a fare, in una stagione di tensioni sociali sempre più profonde. Voglio che non si arrivi allo scontro diretto con una potenza nucleare, perché trasformare l'eventualità di una catastrofe in una prova di fermezza non è coraggio, ma è irresponsabilità con una buona agenzia di comunicazione e qualche bot amico.

E per volere tutto questo, non significa essere un bot russo. Significa essere cittadini. Significa avere ancora il diritto di dubitare, di dissentire, di chiedere conto a chi decide e di non accettare che ogni obiezione venga liquidata con un'accusa di tradimento.

Perché se per chiedere la pace bisogna dimostrare di non essere pagati da Mosca, se per criticare le scelte di Bruxelles (o dell'Estonia o della Polonia) bisogna prima esibire un certificato di fedeltà atlantica, se per difendere la sanità pubblica e il futuro dei nostri figli bisogna giustificarsi davanti a una folla di inquisitori digitali, allora il problema non sono i bot russi.

Il problema è che abbiamo cominciato a considerare sospetto il pensiero libero. E questo, per l'Europa, sarebbe una sconfitta ben più grave di qualsiasi battaglia combattuta su un campo di guerra.

* Ricercatore


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