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A chi la guerra?
di Elisa Fontana
A Varsavia in questi giorni si è svolto il Forum per la Sicurezza ed è interessante seguire quanto ha relazionato il comandante supremo della Nato in Europa, il generale americano Grynkewich che ha illustrato la sua “teoria della vittoria”.
L’esordio non è stato dei più felici, avendo attribuito la trita frase “se vuoi la pace, prepara la guerra” a George Wahington. Ma si sa, gli americani con la storia non hanno buoni rapporti, soprattutto se antecedenti alla creazione del mondo, cioè allo sbarco del Myflower nel Massachussets. Perdonatogli lo sfondone storico, il seguito è stato degno dei crescendo della Cavalcata delle Valchirie.
“La nostra Alleanza ha un vantaggio essenziale: noi sorvegliamo il territorio circostante con un sofisticato sistema di intelligence che ci consente di gestire un’enorme massa di dati con gli algoritmi. Difficilmente possiamo essere colti di sorpresa. Saremo, quindi, in grado di bloccare l’attacco iniziale. Se sarà necessario, distruggeremo lo schieramento nemico, mettendo in campo le nostre forze convenzionali: l’esercito, l’aviazione, la marina, ma anche i reparti cibernetici. In questo modo non consentiremo al nemico di occupare neanche una piccola porzione del nostro suolo”.
E se l’attacco continua, “spezzeremo il sistema del nemico” con operazioni multi-dominio. Infine per mettere una buona parola ha concluso “Se la Russia attacca la Polonia o i paesi baltici, siamo pronti a rispondere molto rapidamente. Ma spero che quel giorno non arrivi mai, perché li terremo in scacco prima ancora che considerino di muoversi contro la nostra alleanza”.
Ora, non so se il ruolo di comandante supremo della Nato in Europa comporti anche la postura da Rodomonte annessa al ruolo, non so se il comandante supremo debba essere sulla stessa lunghezza d’onda del proprio presidente, quello che ha chiuso otto guerre invisibili, per capirci. Ma al di là di tutto, vorrei solo sottolineare che da tempo non si fa altro che parlare di guerra, guerra probabile, guerra possibile, guerra annunciata, guerra purchessia.
E, ovviamente, con annesso riarmo perché dobbiamo essere pronti, ciascuno con il suo esercitino a fronteggiare le eventuali atomiche di Putin. Il quale Putin risulta abbastanza impantanato da quattro anni in Ucraina, però allo scoppio della guerra ci spiegarono come c’era da aspettarsi che dilagasse tranquillamente fino in Portogallo.
E prima del generale qualche giorno fa Lady Ashton, la dimenticabilissima ex Alta Rappresentante della UE ha dichiarato in una intervista “Qualcosa accadrà nei prossimi giorni, settimane, mesi: non sappiamo dove, non sappiamo cosa, ma qualcosa accadrà che cambierà il corso del conflitto, al di là dell’escalation attuale. E noi dobbiamo essere pronti per questo e per le sue conseguenze: ma dobbiamo anche avere un piano per ciò che succede al momento in cui è possibile intravedere un modo di fermare le ostilità”.
Una dichiarazione di una concretezza rara e inappuntabile, come vedete.
Ma il fatto di continuare a parlare ossessivamente di guerra serve solo a normalizzarla, a farla rientrare di fatto in quel paesaggio europeo dal quale pensavamo di averla espulsa per sempre, a far rimanere i cittadini sotto una cupola di paura e tensione che possa favorire il consenso popolare a comprare armi, tante armi, con grande felicità di costruttori e aziende del settore.
Il fatto di avere poi Putin a disposizione come nemico rende tutto più semplice sia le azioni a lui attribuibili, sia quelle volenterosamente attribuite, anche se poi si rivelano farlocche.
In un sussulto di residua onestà il generale ha ammesso che il rischio che Putin attacchi la Nato è molto basso, visto l’impegno in Ucraina, ma si è subito ripreso “Questo non significa che non potrebbe fare qualcosa di minore e ovviamente vediamo le attività di sabotaggio e tutto il resto”, come il sabotaggio del gasdotto North Stream, per dire, sabotaggio serenamente affibbiato a Putin per poi scoprire che erano stati gli Ucraini. Come avviene, del resto, in tutte le guerre in cui c’è quel che si vede e quel che si vuol far vedere.
Ecco, a me sembra proprio che quel che si voglia far vedere in questo momento storico è proprio la guerra alle porte, la ricerca di un nemico invincibile e il martellamento continuo, questo solo reale, dell’opinione pubblica affinché si abitui alla ineluttabilità della guerra e alla necessità di riarmarsi.
E il buon generale ha chiuso la sua allocuzione assicurando che il presidente Trump non ha mai messo in dubbio l’applicazione dell’art.5, per cui se saremo attaccati correrà in nostro soccorso. Adesso sì che possiamo dormire tutti tranquilli.
 
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