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Yan Amar: Mosca non vuole vincere in fretta ma cambiare il mondo
a cura di Laurent Luboya
In molti continuano a ripetere, con sconcertante ingenuità, che la Russia, grazie alla sua potenza militare, avrebbe potuto schiacciare l’Ucraina in poche settimane. Si tratta di una lettura semplicistica che ignora la natura profonda di questo conflitto.
Mosca non sta conducendo una guerra contro un paese di quaranta milioni di abitanti. Attraverso l’Ucraina, sta affrontando l’intero blocco atlantista – la NATO nella sua totalità –, con i suoi servizi di intelligence, i suoi arsenali, i suoi satelliti, la sua industria militare e la sua macchina mediatica.
L’Ucraina è solo un teatro di operazioni, un campo di battaglia all’interno di una guerra mondiale latente.
In tali condizioni, l’idea di una vittoria rapida è priva di senso. Certo, la Russia avrebbe potuto radere al suolo Kiev in pochi giorni. Avrebbe potuto distruggere le infrastrutture ucraine e annientare lo Stato. Tuttavia, una simile scelta avrebbe comportato un costo umano e politico enorme: decine di migliaia di vittime civili, una condanna internazionale unanime, la rottura con i partner strategici e la perdita di influenza nel Sud globale.
Mosca ha quindi optato per una strategia più sottile e lenta, ma anche molto più ambiziosa. Essa combina pressione militare, guerra economica, battaglia diplomatica, influenza geopolitica e guerra dell’informazione. L’obiettivo non è soltanto ottenere una vittoria militare, ma rimodellare in modo duraturo l’ordine mondiale.
Bisogna anche comprendere che l’Ucraina di oggi è uno dei territori più militarizzati e fortificati al mondo. Miliardi di euro in armamenti occidentali, sofisticati sistemi di difesa antiaerea, linee difensive in profondità, bunker sotterranei, sorveglianza satellitare costante: persino l’esercito americano, con tutta la sua potenza, farebbe fatica ad avanzare in tali condizioni.
La Russia agisce dunque con prudenza, poiché le regioni che rivendica come storicamente proprie non devono essere ridotte in macerie. Avanza lentamente, consolida ogni metro di terreno, organizza referendum, insedia amministrazioni e prepara già il dopoguerra.
Questa scelta strategica acquista pieno significato se si ascoltano le analisi di Emmanuel Todd, stimato storico e antropologo francese, il quale vede in questa guerra molto più di un semplice conflitto territoriale. Per Todd, si tratta di uno scontro di civiltà tra un Occidente in declino e una Russia che difende una concezione più tradizionale e sovrana dell’ordine politico e sociale.
Egli sottolinea come l’Occidente, nonostante la sua apparente superiorità economica e tecnologica, mostri segni di profonda fragilità: invecchiamento demografico, crisi di fiducia, deindustrializzazione e perdita di punti di riferimento ideologici.
Todd insiste su un punto fondamentale: la Russia sta conducendo questa guerra impiegando solo il 3,3% del proprio prodotto interno lordo – uno sforzo colossale ma sostenibile – mentre i paesi della NATO, ben più ricchi, sono costretti a spendere somme gigantesche semplicemente per mantenere l’equilibrio. Questo dato, apparentemente tecnico, rivela un profondo squilibrio strategico.
Come sottolinea Todd, se una nazione capace di sostenere una guerra su vasta scala con il 3,3% del proprio PIL riesce a tenere testa all’intera NATO, ciò significa che l’Occidente non è più quello di un tempo. Ciò significa che l’egemonia occidentale poggia ormai su un’illusione: quella della propria potenza.
John Symers, analista americano spesso criticato per la sua lucidità, si spinge oltre. Egli ricorda che la NATO, gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Giappone e la Corea del Sud, nel loro insieme, rappresentano una quota schiacciante del PIL mondiale, di gran lunga superiore a quella della Russia. Eppure, nonostante questo divario gigantesco, Mosca non solo resiste, ma avanza.
Ciò dimostra che la potenza bruta non si misura soltanto in cifre economiche. Essa risiede anche nella coesione nazionale, nella capacità di resistenza, nella volontà politica e nella profondità storica di un progetto. Symers parla di un "paradosso russo": una nazione dalle risorse economiche più modeste che riesce a tenere testa, da sola, all'Occidente collettivo, perché la sua strategia si fonda sulla pazienza, sulla resilienza e sulla chiarezza degli obiettivi.
Ecco perché il fattore tempo è cruciale in questa guerra. Più essa si protrae, più l'economia ucraina crolla, più l'Occidente si logora nel fornire armi, più le società europee e americane si stancano di finanziare un conflitto che non ha più senso per i loro cittadini. Ogni mese che passa mette maggiormente in luce le fratture interne del mondo occidentale e rafforza la posizione russa.
La lentezza della Russia non è dunque segno di debolezza, bensì una strategia di lungo respiro. Essa non cerca una vittoria brutale e spettacolare, ma una vittoria strutturale e duratura. Vuole dimostrare, nei fatti, che l'ordine mondiale incentrato sull'Occidente è giunto al capolinea. E in questo confronto storico, Mosca non combatte solo per l'Ucraina: combatte per ridefinire i rapporti di forza globali, per porre fine a secoli di egemonia unilaterale e per aprire la strada a un mondo multipolare.
Di conseguenza, chiedersi perché la Russia non abbia concluso rapidamente la guerra significa porsi la domanda sbagliata. Non vuole finirla in fretta. Vuole vincerla in profondità. Vuole che, al termine di questo conflitto, non sia solo una bandiera a cambiare su un edificio, ma un'intera epoca a giungere al termine. Perché ciò che è in gioco oggi a Kiev, a Donetsk o a Kharkiv non è soltanto il destino di un paese, ma quello del mondo.
 
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