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08 ottobre 2026
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San Giovanni in Fiore e il raddoppio della DDA
di Raffaele Florio

​Pensavano che la storiella del «sequestro di routine» reggesse. Si illudevano che la visita di cortesia della Direzione Distrettuale Antimafia si chiudesse tra le pareti del Municipio di San Giovanni in Fiore, lasciando intatte le stanze dei bottoni dove si decidono gli affari veri.

E invece la favoletta del "modello virtuoso" è franata sotto la seconda scossa di assestamento: gli uomini della DDA di Catanzaro hanno bussato a ritmo di carica anche alle porte di Palazzo Piacentini, sede della Provincia di Cosenza.

​Perché quando la Procura antimafia comincia a seguire la puzza delle carte, non si ferma mai alla prima fermata del bus. E così, l'ispezione al Comune silano si è trasformata nell'inevitabile raddoppio sull'ente sovracomunale, trasformando la narrazione patinata della Presidente Rosaria Succurro in un incubo a scatoloni chiusi.

​Il motivo di questa seconda incursione è d'altronde banale nella sua sconcertante evidenza: la fantastica osmosi degli affari tra il Comune e la Provincia durante il doppio regno della lady di ferro cosentina.

​Il giocattolo che la magistratura sta smontando vite per vite è un capolavoro di triangolazione contabile. Invece di limitarsi a pascolare nel piccolo giardino di casa, la filiera del potere locale ha pensato bene di applicare la "doppia spunta": ditte, cooperative, tecnici, comunicatori e prezzolati di vario genere che incassavano determine "sotto soglia" e affidamenti diretti a San Giovanni in Fiore si ritrovavano, per puro e miracoloso caso, assegnatari di consulenze, appalti e incarichi di progettazione anche nei corridoi della Provincia.

Un travaso di bile per i contribuenti e di denaro pubblico per i soliti noti, che viaggiava a targhe alterne sulla stessa direttiva burocratica. ​Ma i segugi dell'antimafia sono andati oltre, ficcando il naso nei capitoli davvero cicciotti: quelli del PNRR, della manutenzione scolastica e della viabilità. L'ipotesi degli inquirenti è che le commissioni di gara e i bandi fossero ritagliati su misura come abiti da sartoria per foraggiare la medesima corte dei miracoli, garantendo a un ristretto club di fedelissimi il monopolio assoluto del cemento e dei servizi, dalla Sila al capoluogo.

​Il tutto condito dal solito valzer dei colletti bianchi. Funzionari e dirigenti piazzati nei posti chiave a San Giovanni in Fiore si sono ritrovati impacchettati e spediti con lauto premio di rendimento nei posti strategici della Provincia.

Un'occupazione militare delle poltrone che serviva a blindare il "sistema delle determine" e a far scorrere il flusso dei soldi senza l'incomodo di qualche burocrate seccatore.

​Ora che la DDA ha unificato le schede e spulcia in parallelo le carte dell'uno e dell'altro ente, la difesa d'ufficio basata sul solito rosario di "fiducia nella magistratura" e "serenità dell'operato" fa quasi tenerezza.

La verità è che il confine tra la gestione del tinello di casa e quella dei grandi capitoli di spesa provinciali era diventato del tutto invisibile. E mentre loro continuano a dispensare sorrisi sui social, nei faldoni della Procura la prosa è un po' meno romantica: dice che per anni due istituzioni pubbliche sono state scambiate per il bancomat privato della solita S.p.A. di famiglia.


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