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Matteo Salvini contro Richard Gere
di
Soumaila Diawara
Non perché abbia commesso un reato, ma perché ha osato criticare la gestione dei migranti, dai CPR ai centri costruiti in Albania, e ricordare una cosa che per certa politica sembra diventata rivoluzionaria: prima delle ideologie viene la dignità umana.
Apriti cielo.
Contro di lui si è scatenato il solito esercito digitale di sostenitori della presidente del Consiglio Giorgia Meloni: insulti, attacchi personali e persino minacce. Quando non si riesce a rispondere alle argomentazioni, si prova a zittire chi le pronuncia.
Poi arriva Matteo Salvini, che lo definisce un «radicale chic» che vive di rendita.
Detto da uno che fa politica da oltre trent’anni, la battuta si scrive praticamente da sola.
Richard Gere non ha bisogno di lezioni da Salvini sulla coerenza, né sulla politica. Ha semplicemente espresso un’opinione sui diritti umani.
E il vero problema, forse, è proprio questo.
In un Paese dove la propaganda ha bisogno continuamente di costruire nuovi nemici, persino un attore che parla di umanità può diventare un bersaglio.
Non è Richard Gere il problema.
È una politica così fragile da aver bisogno di un nemico persino quando quel nemico parla semplicemente di dignità.
(Ndr: Richard Gere ha testimoniato a suo tempo nel processo Open Arms)
 
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