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06 ottobre 2026
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La parola della vittima vale meno?
di Emma Buonvino

PERCHÉ DOBBIAMO ASCOLTARE I PALESTINESI E NON SOLTANTO CHI PARLA PER LORO

Avete certo sentito parlare di NAZA, il documentario dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel settembre 2026.

Alla fine della proiezione il pubblico si è alzato in piedi e ha applaudito per circa 25 minuti, in quella che è stata riportata come la più lunga ovazione nella storia della Mostra.

Il film racconta Gaza attraverso le testimonianze anonime di soldati e uomini dell'intelligence israeliana.

Ed è proprio qui che nasce una domanda molto più grande del film: Perché siamo disposti ad ascoltare una tragedia palestinese soprattutto quando a raccontarla è un israeliano?

PRIMA DI TUTTO: CHI SONO I PALESTINESI?

Per capire questa domanda bisogna fare un passo indietro.

I palestinesi non sono soltanto le persone che vediamo oggi nelle immagini di Gaza. Sono un popolo con una storia, una cultura, una lingua, famiglie, città, villaggi e una memoria che precede di molti decenni la guerra iniziata nell'ottobre 2023.

Nel 1936, quando la Palestina era sotto Mandato britannico, scoppiò una grande rivolta palestinese contro il dominio britannico e contro il crescente controllo politico e territoriale della Palestina.

È questo il periodo raccontato dal film Palestine 36, diretto dalla regista palestinese Annemarie Jacir.

Perché è importante ricordarlo? Perché spesso la storia palestinese viene raccontata come se fosse cominciata il 7 ottobre 2023.

Ma il 7 ottobre è un evento fondamentale e terribile della storia recente. Non è l'inizio della storia palestinese.

LA NAKBA: UNA PAROLA CHE BISOGNA CONOSCERE

C'è poi una parola fondamentale: Nakba. In arabo significa "catastrofe".

I palestinesi utilizzano questo termine per indicare soprattutto gli eventi del 1948, quando la nascita dello Stato di Israele fu accompagnata dalla fuga e dall'espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro case. Molti non poterono più tornare.

Interi villaggi furono svuotati o distrutti e una popolazione si ritrovò dispersa tra Gaza, Cisgiordania, Giordania, Libano, Siria e altri Paesi.

Per i palestinesi, quindi, la perdita della propria terra e il problema dei rifugiati non sono una questione nata nel 2023. Sono una memoria familiare trasmessa attraverso generazioni.

Quando un palestinese di Gaza racconta di aver perso la propria casa, dunque, spesso non sta raccontando soltanto ciò che gli è successo ieri. Sta raccontando una storia che attraversa generazioni.

E ARRIVIAMO A GAZA

Gaza è una piccola striscia di territorio sulla costa mediterranea. È densamente popolata ed è sottoposta da anni a un rigido sistema di controllo e restrizioni.

Dal 2007 Gaza è governata internamente da Hamas, mentre Israele mantiene un controllo significativo sui suoi confini, sullo spazio aereo e sulle acque territoriali; l'Egitto controlla il confine meridionale.

Il 7 ottobre 2023, Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno compiuto un attacco contro Israele nel quale furono uccisi civili e militari israeliani e furono presi ostaggi. Israele ha risposto con una massiccia operazione militare nella Striscia di Gaza.

Da allora Gaza è stata devastata.

Case, ospedali, scuole e infrastrutture sono stati distrutti o gravemente danneggiati e un numero enorme di palestinesi è stato ucciso, ferito o costretto a fuggire dalle proprie abitazioni.

Questa è la realtà dentro la quale nasce anche NAZA.

Non nasce dal nulla. Nasce dentro una guerra, dentro un sistema di occupazione e dentro una realtà nella quale la violenza è diventata parte della quotidianità.

Il film porta sullo schermo una realtà raccontata attraverso gli occhi di chi quella realtà l'ha vissuta direttamente.

Sono militari e raccontano dall'interno ciò che sostengono di aver visto e vissuto durante il servizio militare nei territori palestinesi.

Improvvisamente la loro testimonianza acquista un peso enorme.

Ed è questo il paradosso: perché la parola della vittima dovrebbe valere meno di quella di chi appartiene all'apparato che viene accusato?

PERCHÉ LA PAROLA DELLA VITTIMA VALE MENO?

Immaginiamo una madre palestinese che racconta: "Mio figlio è stato ucciso da una bomba."

La sua testimonianza viene considerata quella di una persona direttamente coinvolta.

Poi un soldato israeliano racconta: "So come vengono scelti gli obiettivi e so che in determinate circostanze si accettavano numerose vittime civili."

La sua testimonianza viene percepita come una rivelazione.

Ma il bambino era già morto.
La madre lo aveva già raccontato.
Il giornalista palestinese aveva già filmato le macerie.
Il medico aveva già documentato i feriti.
Il mondo aveva già visto.

La testimonianza israeliana può essere importantissima.

Può fornire elementi nuovi e contribuire alle indagini.

Ma non dovrebbe essere necessaria per riconoscere l'umanità della vittima palestinese.

QUESTO NON SIGNIFICA CHE NAZA SIA INUTILE

Al contrario. Le testimonianze contenute nel film sono importanti proprio perché provengono da persone che dichiarano di aver conosciuto dall'interno determinati meccanismi militari.

Il film sostiene, tra le altre cose, che sistemi tecnologici e strumenti di intelligenza artificiale siano stati utilizzati per individuare obiettivi a Gaza e che le perdite civili fossero talvolta considerate nelle decisioni operative.

Queste affermazioni devono essere verificate e confrontate con documenti e prove.

Perché ascoltare una testimonianza non significa crederle ciecamente.
Significa esaminarla.

Ma c'è una differenza enorme tra: "Questa testimonianza deve essere verificata" e "Prima di credere ai palestinesi abbiamo bisogno che un israeliano confermi ciò che è successo."

La verifica deve essere uguale per tutti.

(continua)

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