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03 ottobre 2026
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Kiev, la città sull'acqua
di Francesco Dall'Aglio

Kiev è una città di acqua e di isole, il che la rende sia straordinariamente affascinante sia molto complessa per quanto riguarda la logistica, specie dopo che dagli anni ‛60 del ‛900 si è allargata anche alla riva sinistra del Dnepr, dove al momento abita circa un terzo della popolazione.

I collegamenti tra le due rive sono affidati ad alcuni ponti: lasciando stare quelli esclusivamente pedonali o ciclabili questi sono, da nord a sud, il ponte nord (Pivničnyj), il ponte Podilsky, il ponte della Metropolitana (che dopo l’isola Venetsians’kyi prende il nome di Rusianivskyi), il ponte Paton, il ponte Darnitskyi e il ponte sud (Pivdennyi).

Sia il ponte nord che il ponte sud, e solo loro tra i ponti di Kiev, sono strallati, ossia presentano un grande pilone di cemento (quello del ponte nord è alto 119 metri, quello del ponte sud 135) da cui partono cavi d’acciaio, appunto gli stralli, che sostengono la carreggiata.

Oltre che una scelta estetica, questa soluzione serviva a ridurre il numero di pilastri piantati nel fiume, per facilitare la navigazione. Questo brevissimo excursus architettonico non serve solo a ricordarci quali soluzioni avanguardistiche l’URSS fosse in grado di congegnare, ma è necessario per comprendere l’ultima escalation russa per complicare la logistica civile e militare ucraina oltre che, purtroppo, la vita degli abitanti di Kiev.

Una delle lamentele costanti dei falchi russi, soprattutto dei falchi ‟non-russi pro-russi”, è il fatto che i ponti sul Dnepr, che siano a Kiev o altrove, sono ‟ancora in piedi”, e non capiscono perché non siano stati attaccati e distrutti già nei primi giorni del conflitto. La risposta è molto banale: perché distruggere un ponte, soprattutto uno di quei ponti, costruito per scavalcare non un fiume qualsiasi ma il Dnepr, è un’impresa difficilissima. Un ponte non si comporta come un palazzo, è una struttura aperta, resistente e ridondante, carica di elementi che si sostengono a vicenda; si può danneggiarlo e renderlo inutilizzabile per qualche ora o qualche giorno (vedi il ponte di Zatoka, che rispetto a questi è un ponticello ma che è sempre in piedi dopo essere stato attaccato decine di volte) ma distruggerlo è complicato.

Complicato e costoso, perché ci vogliono missili balistici (o un’atomica, ma non mi pare il caso). Forse potrebbe bastare un Oreshnik, ma un ponte è un bersaglio veramente piccolo e utilizzare l’Oreshnik a scopo non dimostrativo ma operativo sarebbe un’escalation che il governo russo per ora non vuole. Così come non vuole davvero distruggere i ponti, perché sarebbe un danno catastrofico e non rimediabile, ma vuole solo complicare la logistica ucraina. E qui torniamo agli stralli.

Perché se distruggere un pilone come quelli del ponte nord o del ponte sud è molto complicato, lo è molto di meno colpire gli stralli. Distruggerne o danneggiarne seriamente qualcuno non provocherebbe il crollo del ponte, ovviamente, ma ci sarebbe il rischio di compromettere la stabilità statica della campata. La circolazione andrebbe limitata o interrotta per permettere rilievi e accertamenti, e carichi pesanti come treni o convogli di camion non sarebbero più autorizzati a passare. Ed è esattamente quello che è successo negli ultimi tre giorni.

La mattina del 1 ottobre il ponte sud è stato attaccato da alcuni droni Geran-4, probabilmente due, dotati di una testata direzionale, cioè che non disperde l’energia dell’esplosione intorno al drone ma la concentra in avanti. Siccome non deve esplodere sui piloni ma sui cavi, che sono un bersaglio difficile da vedere, è stata introdotta una modifica, ossia due ‟baffi”, come sono stati subito chiamati, che servono per far detonare il drone a contatto. Dopo il primo attacco la circolazione è stata brevemente sospesa ma non sono stati riscontrati danni.

C’è stato un altro attacco in serata e uno all’alba del 2 ottobre. Anche in questi casi i danni sono stati limitati, qualche segno di impatto sul pilone e danni al guardrail e al parapetto, ma l’obiettivo erano i cavi di legatura che collegano gli stralli al pilone e servono ad assorbire le vibrazioni e ad impedire l’oscillazione dei cavi, che porterebbe al cedimento dei punti critici nei quali gli stralli sono imbullonati e cementati nel pilone.

Questi cavi sono stati colpiti e danneggiati, il ponte sud è stato completamente chiuso al traffico e per precauzione è stato ridotto il traffico veicolare e ferroviario, consentendo il movimento sul ponte Paton solo in direzione est e sul ponte della Metropolitana solo in direzione ovest, mentre gli altri ponti non sono stati interessati a limitazioni e anzi hanno assorbito molto più traffico del solito.

La città, ovviamente, si è paralizzata, e a peggiorare la situazione un altro attacco ha colpito nuovamente il ponte sud nel tardo pomeriggio, sempre sugli stralli. La circolazione è stata nuovamente sospesa, per ora sempre in via precauzionale, ma alla lunga gli effetti sugli stralli potrebbero davvero portare a conseguenze serie e alla necessità di interrompere completamente il traffico stradale e ferroviario sul ponte sud.

Il ponte sud, è bene ricordarlo, è quello su cui transita la strada europea E40, che parte da Calais in direzione est e arriva fino al confine tra Kazakistan e Cina. Il tratto ucraino si aggancia alla rete polacca poco dopo Rzeszów, che è l’aeroporto dove atterra la maggior parte dei rifornimenti militari NATO, passa per Leopoli, Rivne, Žitomyr, Kiev, Poltava, Kharkiv e Slovjansk.

Da questo punto di vista il ponte nord è molto meno importante, perché è collegato molto peggio agli assi viari e soprattutto prevede che per raggiungerli si debba attraversare tutta la città. Resta però un ponte importantissimo, specie se il ponte sud è chiuso, e siccome è strallato, anche se in maniera diversa dal ponte sud, si può applicare la medesima logica: e infatti stamattina è stato attaccato anch'esso (foto 5). Anche in questo caso non pare ci siano danni strutturali, solo danni minori alla campata e alla linea elettrica che alimenta i filobus, ma la circolazione è stata comunque sospesa anche sul ponte nord.

Oltre a rendere più dura la vita agli abitanti di Kiev, come ulteriore risposta all’obiettivo dichiarato dei ‟quaranta giorni” di attacchi ucraini alle strutture logistiche russe, questi attacchi servono, e serviranno, a peggiorare drasticamente la logistica e l’intera economia ucraina, considerando che anche le ferrovie (sulle quali circola la maggior parte dei rifornimenti militari) sono oggetto di attacchi continui. Il tutto senza nemmeno bisogno di provare ad abbattere il ponte, quindi con una escalation contenuta e un costo estremamente basso. E senza vittime, che non guasta.


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