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02 ottobre 2026
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L’Ortopedia del Potere e la Barella del Popolo
di Raffaele Florio

Ci sono notizie che, più di cento editoriali, riescono a scattare la fotografia perfetta di questo Paese sgarrupato.

Prendiamo Bruno Vespa. Il Sommo Anchorman, l'Esimio Collezionista di Saluti Romani Politici, scivola sul tappetino di casa mentre fa ginnastica. Un incidente domestico da terza età, di quelli che capitano a milioni di italiani. Solo che per Bruno Nostro non scatta la solita trafila borbonica del Servizio Sanitario Nazionale. No. Per lui si mobilitano luminari, primari, équipe da sbarco sulla Luna, sale operatorie aperte al volo nel cuore della notte.

Risultato? Omero e naso raddrizzati a tempo di record e il Dottor Bruno già bello e pronto, FASCIAtissimo ed eroico, da schierare in prima serata per l'ennesima devota genuflessione di Stato davanti al potente di turno. Una storia d'efficienza prodigiosa, quasi da telefilm americano.

Poi però c’è la vita reale. Quella dove il cittadino comune – diciamo il signor Rossi, o vostro padre – ha la sfortuna di sentirsi male di venerdì pomeriggio. Varca la soglia del Pronto Soccorso alle 17:00 con un codice giallo che brucia. E lì il film cambia regia: da Grey’s Anatomy si passa direttamente a Fuga da New York.

Il sabato mattina alle 11:00 – diciotto ore dopo, diciannove, venti – vostro padre è ancora lì. Non in un letto di reparto, s'intende. Ma parcheggiato su una barella di ferro arrugginito in un corridoio che puzza di disinfettante e rassegnazione. Insieme a decine di altri "invisibili", stipati come merce in transito tra il pianto di un neonato e l'agonia di un anziano, mentre medici e infermieri eroi – loro sì, lasciati a combattere a mani nude con le armi spuntate – fanno i salti mortali per evitare il disastro.

Per la gente normale, il ricovero è un terno al lotto; la visita di un medico, una grazia ricevuta; un letto dignitoso, una chimera.

La domanda allora sorge spontanea, direbbe qualcuno: com’è che il sistema sanitario italiano è simultaneamente la NASA per i VIP della Terza Camera dello Stato e un lazzaretto medievale per chi paga le tasse fino all'ultimo centesimo?

È la favola della Sanità per tutti, sancita da quell'oggetto misterioso chiamato Costituzione, che all'articolo 32 parla di "fondamentale diritto dell'individuo". Una storiella buona per i dibattiti di Porta a Porta, dove il conduttore di turno ti spiega quanto siamo fortunati ad avere il modello pubblico.

Già, pubblico. Ma con due corsie rigorosamente separate: la Fast Track dell'establishment – dove basta chiamare il centralino giusto per azzerare liste d'attesa e tempi di degenza – e la "corsia barelle" per la plebe, dove il diritto alla salute si misura in ore d'attesa su un pavimento di linoleum. Non si tratta di augurare il male a Vespa, ci mancherebbe: lunga vita all'artista.

Si tratta di prendere atto di un'ipocrisia di Stato intollerabile. Perché se un Paese garantisce la velocità della luce a chi deve andare in TV a intervistare il Presidente del Consiglio, ma condanna un ottantenne qualunque a marcire un giorno e mezzo in corridoio prima di vedere uno specialista, allora quel Paese non ha un problema di malasanità. Ha un problema ben più grave: confonde i diritti con i privilegi di casta. E continua a chiamarlo "Servizio Pubblico".


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