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Macerie e ricostruzione
di Giuseppe Franco Arguto
Quando le macerie dei corpi sprofondano nell’oblio, quelle degli edifici restano davanti a noi come monumenti della ferocia. Spesso, dopo la guerra, diventano anche il terreno di nuovi affari: la ricostruzione può trasformarsi in un mercato ambito da Stati e imprese che hanno fatto dell’espansione economica e dell’influenza geopolitica la propria strategia. La Storia ne conserva molti esempi.
Quelle macerie ci costringono a guardare il risultato concreto delle nostre scelte e ci chiedono di ripensare con urgenza i modi in cui produciamo e consumiamo, con sobrietà, pragmatismo e uno sguardo capace di andare oltre il vantaggio immediato. Sono la prova visibile di una razionalità che sa calcolare, organizzare e costruire, ma troppo spesso non sa riconoscere il limite né proteggere la vita.
Di fronte a città distrutte e corpi esposti alla violenza, anche le celebrazioni dell’intelligenza umana suonano fragili: le arti possono essere lampi di luce, ma non cancellano le tenebre che siamo capaci di produrre.
Esistono poi macerie che non vengono chiamate così, perché sono classificate con altri nomi: sono le persone rese vulnerabili dallo sfruttamento economico, dalla povertà e dall’esclusione, quelle che riduciamo alla categoria statistica dei «poveri». Sono le vittime di un sistema fondato sulla competizione, sul produttivismo e su un’idea di crescita misurata soprattutto dal profitto.
Ma la crescita non distribuisce automaticamente i suoi benefici: in una società governata dalla logica del rendimento può arricchire alcuni e lasciare ad altri il costo umano e ambientale del progresso. Le vite sacrificate vengono così presentate come effetti inevitabili del mercato, quasi fossero «carichi residuali» da espellere.
Come affrontano i burocrati l’afflizione della povertà? Eliminando i poveri giorno dopo giorno, senza ricorrere alla repressione aperta: li spingono a combattersi in un’arena sociale, mentre il potere crea le condizioni dell’odio e lascia che i conflitti esplodano. È la logica del tutti contro tutti, che impedisce di vedere chi trae vantaggio dalla divisione.
La violenza economica non è una guerra combattuta con le bombe, ma può devastare esistenze e comunità. Le sue conseguenze sono meno immediate allo sguardo, ma non meno reali: precarietà, fame, perdita di autonomia, territori impoveriti. A queste si aggiungono raffinate tecniche di persuasione, che convincono le persone che il male venga sempre dall’esterno e le dissuadono dal reagire e dall’unire le forze.
Così le strategie del potere, squisitamente politiche, possono continuare a operare senza essere riconosciute. Possiamo sottrarci a un futuro scandito da guerre di supremazia e conflitti per il controllo delle risorse? Molte guerre vengono raccontate come scontri di religione o di civiltà, mentre interessi economici e strategie di potere spesso ne alimentano le cause e ne orientano gli esiti. Riconoscerlo non significa ridurre ogni conflitto a un’unica spiegazione; significa non lasciare che le narrazioni ufficiali nascondano ciò che conviene a chi detiene il potere.
Esistono altre strade, percorse nel tempo da persone e comunità che hanno affidato la propria forza alla solidarietà e alla cooperazione. Le società realmente democratiche non nascono soltanto dalle istituzioni: hanno bisogno di persone che possano partecipare alle decisioni, condividere responsabilità e contrastare l’accumulo del potere. La Storia mostra quanto siano distruttive certe scelte, ma ci consegna anche esperienze di mutuo appoggio, autogoverno e resistenza da cui imparare.
Allo stesso modo, le crisi sanitarie presenti e future non si affrontano soltanto con le cure e gli antidoti biologici: servono condizioni di vita dignitose, servizi accessibili e una società capace di riconoscere i fattori economici e ambientali che rendono alcune persone più esposte di altre. Ignorare queste cause e proclamarsi, nello stesso tempo, sapiens è una contraddizione che dovremmo avere il coraggio di guardare.
Le macerie prodotte dalle politiche economiche non sono meno tangibili di quelle lasciate dai bombardamenti: raccontano un’altra forma di devastazione e mostrano quanto valore umano venga perduto quando le persone sono subordinate al profitto. Per reagire non basta la compassione: occorrono solidarietà concreta, cooperazione e legami che restituiscano a ciascuno la possibilità di vivere con dignità.
A volte, per capire ciò che abbiamo davanti, non basta guardare: bisogna imparare a osservare, spostando lo sguardo di lato e oltre le verità apparenti. Osservare significa anche riconoscere le macerie che il linguaggio del potere ci insegna a non considerare.
 
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