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Cambiare scuola per il colore della pelle
di Soumala Diawara
LA COSA PIÙ TRISTE NON È CAMBIARE SCUOLA.
È SENTIRSI COSTRETTI A FARLO PER IL COLORE DELLA PELLE.
«Preparati, dovremo cambiare scuola visto che siamo neri».
Questa frase dovrebbe farci fermare tutti. Non perché l’abbia pronunciata un politico, un opinionista o un adulto arrabbiato sui social. L’ha pronunciata un bambino.
Un bambino che dovrebbe preoccuparsi dei compiti, degli amici, del gioco, delle interrogazioni e del futuro. Non dovrebbe mai arrivare a pensare che il colore della propria pelle possa decidere se ha il diritto di stare nella sua scuola.
E c’è qualcosa di ancora più doloroso. Il fratello gli risponde: «Ma io ho la cittadinanza italiana».
Come se fosse necessario dimostrare di appartenere a questo Paese. Come se essere italiano dovesse essere spiegato, certificato, difeso. Come se davanti agli occhi degli altri la pelle nera potesse ancora diventare una prova di estraneità.
Questa non è una semplice discussione sulla scuola. È una ferita che entra direttamente nella testa dei bambini.
E sono arrabbiato. Perché quando una norma politica arriva a produrre paura e insicurezza persino tra i banchi di scuola, dovremmo avere il coraggio di interrogarci sulle conseguenze delle parole e delle scelte che facciamo.
Ma sono anche profondamente triste.
Perché una scuola dovrebbe insegnare a un bambino che può diventare ciò che vuole, non convincerlo che prima o poi potrebbe essere costretto ad andarsene perché è nero.
La scuola dovrebbe essere il luogo in cui nessun bambino deve chiedersi se è abbastanza italiano.
E soprattutto, nessun bambino dovrebbe imparare così presto che agli occhi di qualcuno il colore della sua pelle può pesare più della sua cittadinanza, della sua storia, dei suoi sogni.
Questa è la parte che dovrebbe farci paura.
Non la presenza di bambini stranieri.
Ma l’idea che alcuni bambini possano crescere sentendosi stranieri nel Paese in cui sono nati, cresciuti, studiato e costruito la propria vita.
Su questo non possiamo fare finta di niente.
 
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