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30 agosto 2026
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Gli IMI
di Rinaldo Battaglia *

Un certo Ignazio Benito La Russa, allora ministro della Difesa, il 21 aprile 2010, a Porta a porta, affermò che gli Imi (gli Internati Militari Italiani, i 650.000 soldati che, dopo l’8 settembre 1943 e la nascita della Repubblica di Salò, non accettarono di indossare le divise repubblichine e per questo finirono nei campi di concentramento nazisti) avevano fatto “una scelta di comodo”, per non “rischiare la vita”.

Quando l'ignoranza storica si unisce alla propaganda politica.

E poi li votano.

Il 23 settembre 1943 Hitler ufficialmente crea gli IMI (accordo di Monaco) e Mussolini condivide ed accetta.

La mia terra, il Vicentino è stata una delle regioni d’Italia che più ha scontato il sacrifico degli IMI, gli internati schiavi di Hitler. Quelli che dissero NO al ritorno tra i repubblichini di Salò e preferirono il lager, pur sapendo che per molti di loro non ci sarebbe stato ritorno. Almeno da vivi. Almeno 10.188 sarebbero stati così identificati, solo nel vicentino (tornati vivi).

Anche quella è stata Resistenza, al pari di quella dei ragazzi scappati in montagna a combattere, e qui forse – nel caso degli IMI – ancora peggiore perché dal lager non si poteva scappare e non si scappava.

Alessandro Natta, il famoso comunista e poi segretario del PCI sul finire degli anni ‘80, anch’egli IMI, la chiamava 'l’Altra Resistenza'. Con pari valore, diritto e dignità.

Natta, per chi non lo sapesse, era persona di alto spessore culturale, con laurea, in quegli anni assieme a Carlo Azeglio Ciampi, alla Normale di Pisa. Appena laureatosi a 23-24 anni, quale premio, venne spedito come ufficiale nel ‘42 nell’isola di Rodi, in piena guerra. Visse il caos dell’8 settembre e assieme ad altri ufficiali e soldati partecipò subito, sin dalle prime ore, alla difesa dell’Aeroporto di Rodi, attaccato dalle milizie della Wehrmacht. Qui ci sarebbe davvero da ridere, se non fossimo in piena tragedia.

Si dice – per ritornare sul tema di come era stata gestita la comunicazione all’esercito dell’armistizio di Cassibile – che il Comandante Italiano di Rodi, l’Ammiraglio Inigo Campioni, venne informato della resa di Badoglio non per radio tramite il discorso delle ore 19:45, bensì da una telefonata alla moglie, che ogni sera era solito fare verso le 21:00. Forse la radio era fuori uso, il telefono no.

Dalla moglie che, ingenuamente, gli chiedeva quando sarebbe tornato a casa (visto che la guerra per gli italiani era lì finita, a suo dire), il Comandante capì come mai nell’aeroporto i tedeschi stavano cannoneggiando le nostre truppe. Non era una 'querelle' interna, esagerata, tra soldati alleati ma di divise diversamente colorate, magari dopo una sbronza estiva, tra una birra e l’altra. Era l’8 settembre!

Quando la difesa di Rodi fallì – come a Cefalonia – i pochi soldati italiani che riuscirono a salvarsi furono presi subito prigionieri e incarcerati nell’isola di Leros. Così anche per il giovane ufficiale Natta. A seguito di questa epica resistenza nel pieno rispetto dell’Armistizio di Badoglio, dopo la resa di Rodi, il Comandante Campioni verrà arrestato dai nazisti (come da copione, secondo il piano Achse) e consegnato agli uomini di Mussolini, con l’accusa di Alto Tradimento.

L’Ammiraglio d’Armata, Medaglia di Bronzo al Valor Militare nel 1917, Croce dal Merito di Guerra nel 1918, Governatore del Dodecaneso, militare tutto d’un pezzo, molto rispettato dai suoi uomini, fu condannato a morte e per precisa richiesta del Duce “fucilato al petto” a Parma il 24 maggio 1944, come traditore della Patria. Assieme all’Ammiraglio Luigi Mascherpa, comandante di Leros. Di quale Patria, onestamente non l’ho ancora ben capito.

Chi fosse poi il vero Alto Traditore, tra Mussolini e Campioni, altrettanto.

Campioni aveva giurato fedeltà al Re d’Italia e alla Marina e mantenuto fede alle scelte – giuste o sbagliate che fossero – del suo legittimo governo. Mussolini, sfiduciato peraltro dai suoi e decaduto il 25 luglio ‘43 – il Re del suo paese lo fece persino arrestare, giusto o sbagliato che fosse – fece strade diverse, opposte. E al momento di vedere le carte fuggì vestito da soldato tedesco. Chi fu il vero Alto Traditore tra Campioni e il Duce è quindi tutto da vedersi.

È la storia a dirlo. Il resto sono chiacchiere elettorali, che puntano alla pancia e non al cervello del votante. Anche se molte città dopo 80 anni mantengono tuttora la cittadinanza onoraria al Duce, e non ricordo tante città, monumenti o piazze in onore all’Ammiraglio Campioni. Ma di certo sarà colpa della mia visione particolare del concetto di coerenza, di tradimento e di onore, ovviamente.

L’Ammiraglio Campioni, come il Gen. Antonio Gandin a Cefalonia, fucilato con la sua Aqui sempre il giorno 24, ma di settembre dell’anno precedente. A Cefalonia i nazisti del Fuhrer, al poligono di Parma i fascisti del Duce. Vedete differenze?

A Leros anche per gli altri prigionieri italiani fu molto dura, soprattutto quando iniziarono le spedizioni verso i lager in Germania, per i continui bombardamenti degli inglesi sulle navi da trasporto. Natta verrà mandato nel lager di Muhlberg sull’Elba solo nella tarda primavera del ‘44 e dovrà ringraziare Dio (anche se era ateo, mi sembra) se quella nave arriverà a destinazione. Non così il giro successivo, quando sarà affondata con centinaia di morti innocenti.

A Muhlberg nell’estate ‘44 era già un momento particolare, si temeva a breve l’arrivo dell’Armata Rossa. Natta era ufficiale, conosceva bene varie lingue, masticava un po’ di russo, aveva simpatie comuniste e quindi – forse – qualche kommandant lo volle usare quale garanzia per i momenti futuri, oramai inevitabili per la Wehrmacht. Vero o falso che sia, Natta non venne mandato ai lavori forzati, in quanto ufficiale, ma ovviamente conobbe come tutti la fame, il terrore e la tragica legge del lager.

Rientrato in Italia nell’estate del ‘45, oramai comunista convinto e deciso a dedicarsi alla causa politica, iniziò una buona e lunga carriera nell’establishment del PCI sulla strada, giusta o sbagliata che fosse, tracciata dai Togliatti. Decise, come vari reduci sopravvissuti, di scrivere nel 1954 la sua vita da internato militare italiano, da IMI in un libro che chiamerà proprio 'L’altra Resistenza', in cui sosterrà che alla resistenza dei partigiani sui monti andrebbe pienamente parificata la resistenza degli IMI, non optanti per il bando di Graziani della RSI.

Ma Natta, uomo nato nel PCI, uomo che ne conosceva le maglie, uomo nascente nella politica del partito tanto poi da arrivare alla segreteria nazionale, che sapeva muoversi bene nella struttura interna, NON riuscì a farlo pubblicare. La casa editrice del PCI, Editori Riuniti, gli negò sempre la possibilità, adducendo motivi di policy aziendale, diremmo oggi. Non era in linea col partito, non era opportuno allora. Natta insistette, ma non riuscì ancora.

Credo che alla fine abbia capito che fosse una causa persa e non lo fece nemmeno pubblicare a proprie spese o presso altre case editrici. Neanche quando sarà segretario del PCI, il numero uno. Non saprei dire se non volesse scontrarsi con qualcuno, se se ne fosse dimenticato o altro. Ma di certo ci teneva. Tant’è vero che poco prima di morire nel 1997, a 79 anni, riuscì a realizzare il vecchio sogno di reduce e a dare il libro alle stampe. Morirà, a obbiettivo raggiunto, 4 anni dopo. Credo soddisfatto.

Ma perché questo ritardo per l’Altra Resistenza? Perché quel “niet”? Era solo un libro sulla tragedia degli IMI, anche se scritto da un alto uomo politico. La risposta qui non è nel vento. È sempre la medesima, è sempre molto semplice: la Guerra Fredda.

Solo dopo la caduta del muro di Berlino del 1989, solo dopo la fine di quel periodo così tragico e opaco si potrà voltar pagina. Come vedete, nessuno in quegli anni toccava certi argomenti. Non era conveniente. Come ancora oggi.

Gli IMI: è proprio vero, nessuno li voleva, nessuno li vuole! Terra di nessuno anche 60, 70, 80 anni dopo.

30 agosto 2026 - Rinaldo Battaglia

* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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