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Il coraggio della verità
di Giuseppe Franco Arguto
𝐈𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐭𝐚̀ 𝐢𝐧𝐯𝐚𝐬𝐚 𝐝𝐚 𝐟𝐚𝐥𝐬𝐞 𝐧𝐨𝐭𝐢𝐳𝐢𝐞 𝐞 𝐥𝐢𝐧𝐠𝐮𝐚𝐠𝐠𝐢 𝐟𝐮𝐨𝐫𝐯𝐢𝐚𝐧𝐭𝐢, 𝐮𝐧 𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐞 𝐩𝐨𝐭𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐫𝐞?
𝘊𝘩𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘣𝘪𝘭𝘪𝘴𝘤𝘦, 𝘲𝘶𝘪𝘯𝘥𝘪, 𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘦̀ 𝘭𝘦𝘨𝘪𝘵𝘵𝘪𝘮𝘰 𝘥𝘪𝘳𝘦 𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘭𝘰 𝘦̀?
Se le parole producono un danno alla collettività, occorre pensare anche a un limite? Chi stabilisce il danno, chi stabilisce il limite e soprattutto chi garantisce che il potere incaricato di proteggere la collettività non trasformi quel limite in uno strumento contro il dissenso?
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Lèggere 𝘐𝘭 𝘤𝘰𝘳𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘷𝘦𝘳𝘪𝘵𝘢̀ significa accorgersi abbastanza presto che Michel Foucault non sta semplicemente parlando della verità, bensì sta ponendo una questione molto più critica: che cosa siamo disposti a rischiare perché ciò che riteniamo vero possa essere detto?
Ed è proprio qui che questo libro, raccolta dell’ultimo corso tenuto da Foucault al Collège de France nel 1984, pochi mesi prima della morte, smette di essere soltanto un testo di storia della filosofia e diventa una interrogazione rivolta al presente.
Perché tutti, almeno in astratto, dichiarano di amare la verità; ma che cosa accade quando la verità contraddice ciò che desideriamo sentire? Quando mette in discussione un’appartenenza politica, una convinzione morale, il prestigio di una persona, la coesione di un gruppo? E soprattutto: siamo ancora disposti ad ascoltare qualcuno che ci dice ciò che non vogliamo ascoltare?
La parola intorno alla quale ruota una parte essenziale di queste lezioni è parresia, il parlare franco, il dire vero; tuttavia sarebbe riduttivo tradurla semplicemente come libertà di parola, in quanto la libertà di parola può infatti essere garantita da una legge; la parresia comincia precisamente quando parlare possiede un costo.
Il parresiastes non è semplicemente colui che critica la cultura dominante, ma è, più precisamente, colui che assume personalmente il rischio della parola pronunciata. Non parla protetto dall’anonimato, non costruisce una retorica per compiacere chi ascolta, non dice ciò che conviene dire per conservare consenso. Stabilisce invece una relazione particolare tra ciò che pensa, ciò che dice e il rischio che accetta assumendosi la responsabilità della propria parola.
E allora la domanda cambia radicalmente: quanta verità rimane in una società quando dire il vero non costa più nulla perché ciascuno parla soltanto davanti a coloro che sono già d’accordo con lui?
Foucault ripercorre questa questione attraverso la filosofia greca, da Socrate a Platone fino ai cinici. In alcuni episodi del libro, Platone parla a Dionigi di Siracusa sapendo che rivolgersi francamente a un tiranno significa esporsi alla sua reazione. Non c’è parresia perché Platone possiede necessariamente una verità assoluta; c’è parresia perché assume personalmente le conseguenze di ciò che afferma. Questo passaggio mi sembra decisivo: nel linguaggio comune siamo stati abituati a considerare la verità soprattutto come problema epistemologico: una proposizione è vera oppure falsa? È dimostrabile? Possiede delle prove?
Foucault sposta invece lo sguardo verso un altro territorio: quale rapporto intrattiene il soggetto con la verità che pronuncia? Non basta quindi chiedere: “È vero ciò che dici?”, perché bisognerebbe anche domandare: “Perché lo dici? A chi lo dici? Da quale posizione lo dici? Quale rischio sei disposto ad assumerti dicendolo?” Ed è qui che la filosofia torna a essere qualcosa di molto diverso da una disciplina accademica. La verità diventa una pratica.
Naturalmente questo non significa che il coraggio renda vera qualunque affermazione, perché un fanatico può rischiare la propria vita per una menzogna. La sincerità non sostituisce la verifica e il sacrificio personale non costituisce una prova. Sarebbe pericolosissimo confondere le due cose.
Il problema posto da Foucault è differente: può esistere una vera pratica critica senza che chi critica metta in questione anche la propria posizione?
Per me questa è una delle domande più feconde che il libro lascia aperte.
Viviamo infatti in un tempo nel quale la parola critica è diffusissima: mai come oggi milioni di persone possono giudicare governi, istituzioni, religioni, scienza, politica, economia, guerre, comportamenti individuali. Ma proprio questa proliferazione della parola rende necessario distinguere la critica dalla parresia. Gridare contro chi non può risponderci è coraggio? Attaccare un avversario quando siamo circondati dai nostri sostenitori è parresia?
Dire alla propria comunità ciò che quella comunità desidera ascoltare significa davvero esercitare un pensiero libero? Oppure il momento più autenticamente critico comincia quando siamo capaci di rivolgere la nostra parola anche contro le convinzioni del gruppo al quale apparteniamo?
Foucault conduce così il lettore verso un problema politico enorme: quello del rapporto tra democrazia e verità. Una democrazia ha certamente bisogno della libertà di parola, ma la libertà di parola produce inevitabilmente anche demagogia, adulazione, propaganda, manipolazione. Se tutti possono parlare, chi distinguerà il discorso coraggioso dal discorso che cerca soltanto approvazione?
La questione è tutt’altro che archeologica. Le nostre società possiedono una quantità di parola probabilmente impensabile per un ateniese del IV secolo avanti Cristo, ma questo significa che possediamo anche una maggiore disponibilità ad ascoltare il dissenso? Oppure abbiamo costruito ambienti nei quali la parola circola enormemente mentre diminuisce progressivamente la capacità di sopportare quella che ci contraddice? La parresia introduce quindi una frattura dentro il consenso.
Il vero interlocutore del parresiastes non è necessariamente il nemico; può essere il proprio sovrano, il proprio amico, la propria comunità, perfino se stesso. Foucault ricorda infatti che dire la verità a un amico significa talvolta mettere a rischio l’amicizia. È un esempio apparentemente minore rispetto al filosofo davanti al tiranno, ma forse proprio per questo è ancora più illuminante. Quante relazioni umane sopravvivono perché ci diciamo sinceramente ciò che pensiamo, e quante invece sopravvivono precisamente perché abbiamo imparato a non dircelo? Dove termina la cura dell’altro e comincia l’adulazione? Dove termina la prudenza e comincia la vigliaccheria? E soprattutto: chi stabilisce quando tacere costituisce saggezza e quando invece diventa complicità?
Non credo che Foucault offra una formula per rispondere, ed è uno dei motivi per cui queste lezioni rimangono così vive. Nella seconda parte del corso la questione si radicalizza ulteriormente attraverso il cinismo antico. Con figure come Diogene, la verità non riguarda più soltanto ciò che viene pronunciato, altresì deve diventare visibile nella stessa forma dell’esistenza. Il filosofo non dice soltanto il vero: tenta di vivere secondo il vero.
Qui si apre una delle pagine più affascinanti dell’ultimo Foucault: che valore possiede infatti una critica dell’ordine sociale quando chi la formula continua a riprodurre nella propria vita gli stessi rapporti di potere che denuncia? Penso ai papi, agli affabulatori parlamentari, ai presidenti quirinalizi che dal loro pulpito denunciano le scelleratezze, ma ne hanno avvallate a loro volta.
Può qualcuno proclamarsi contrario all’autorità e comportarsi autoritariamente? Può denunciare il conformismo e pretendere obbedienza dal proprio gruppo? Può invocare libertà e contemporaneamente desiderare che gli altri vivano secondo la sua idea di libertà? La filosofia cinica introduce una provocazione molto più profonda della provocazione verbale: trasforma l’esistenza stessa in contestazione. La vita diventa testimonianza.
A mio avviso è qui che Il coraggio della verità incontra una delle questioni che attraversano maggiormente il nostro tempo: quanto delle nostre convinzioni siamo realmente disposti a trasformare in modo di vivere? Perché dichiararsi contrari al dominio è relativamente semplice; molto più difficile è riconoscere il dominio quando passa attraverso di noi.
Foucault aveva dedicato una parte enorme del proprio lavoro all’analisi dei dispositivi attraverso cui gli esseri umani vengono governati: istituzioni, saperi, discipline, norme, pratiche amministrative, classificazioni. Negli ultimi anni della sua ricerca, però, la domanda si sposta progressivamente dal modo in cui siamo governati al modo in cui possiamo governare noi stessi. Non si tratta di sostituire il potere politico con una sorta di morale individualista; ma è qualcosa di più interessante: comprendere che nessuna critica del potere può essere completa se non include il rapporto che ciascuno stabilisce con se stesso.
È possibile infatti immaginare una società meno autoritaria senza individui capaci di sottrarsi al bisogno di comandare e di essere comandati? Può esistere autonomia politica senza autonomia della coscienza? E chi possiede davvero il coraggio della verità quando la verità comincia a rivolgersi contro le proprie certezze?
Questa domanda che mi rimane più profondamente dopo la lettura.
Perché il coraggio più raro potrebbe non essere quello necessario per dire al potente: “Tu hai torto”; potrebbe essere quello necessario per domandarsi: “E se avessi torto io?”.
La parresia, allora, non è l’arroganza di chi pensa di possedere definitivamente la verità, anzi, è quasi il contrario: è una pratica della libertà che obbliga a mettere continuamente alla prova la relazione fra parola, coscienza e vita. Per questo Il coraggio della verità non è un libro rassicurante; di fatto Foucault non ci consegna una morale pronta all’uso e neppure un catalogo di comportamenti virtuosi. Ci lascia davanti a una soglia molto più impegnativa: decidere se vogliamo semplicemente avere delle opinioni oppure diventare responsabili delle parole attraverso cui pretendiamo di interpretare il mondo.
Ed è precisamente qui che la filosofia recupera una funzione che spesso dimentichiamo: non quella di fornire risposte definitive, ma quella, assai più inquietante, di rendere alcune domande impossibili da dimenticare.
Quanto ci costa ciò che chiamiamo verità? Quale verità siamo capaci di pronunciare quando rischiamo di perdere consenso? Quanto siamo disposti ad ascoltarla quando viene pronunciata contro di noi? E soprattutto: la nostra vita rende credibili le libertà che proclamiamo? Forse il coraggio della verità comincia proprio nel momento in cui queste domande cessano di riguardare soltanto gli altri.
Alle domande iniziali rispondo secondo la mia visione filosofico-politica: ogni regime del dicibile tende anche a produrre una propria definizione di ciò che è vero, accettabile, competente, normale, autorizzato.
Se costruiamo un'autorità sufficientemente potente da impedire sistematicamente la falsità, quella stessa autorità possiederà inevitabilmente anche la capacità di impedire una verità non conforme agli scopi del dominio.
 
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