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Se il ladro è il poliziotto e non lo straniero
di
Soumaila Diawara
A Selvazzano Dentro, nel Padovano, un agente della Polizia di Stato di 56 anni è stato arrestato con l’accusa di rapina aggravata, dopo aver aggredito un uomo di 92 anni, trascinandolo fuori dalla sua automobile, colpendolo al torace e impossessandosi poi della vettura.
È una vicenda gravissima. Ma c’è una domanda politica che non possiamo evitare: dove sono finiti il Governo e i soliti professionisti dell’indignazione, quelli che trasformano ogni reato commesso da un migrante in una crociata contro l’immigrazione?
Quando l’autore di un reato è straniero, improvvisamente il fatto diventa un’emergenza nazionale. Arrivano titoli enormi, talk show, dirette televisive, post indignati, richieste di espulsioni e appelli al “pugno duro”. Il comportamento di un singolo individuo viene utilizzato per criminalizzare milioni di persone.
Quando invece l’accusato è italiano, e addirittura appartiene alle forze dell’ordine, il tono cambia radicalmente. Il clamore si spegne, il caso viene presentato come una vicenda individuale e la responsabilità non viene trasformata in un giudizio sull’intera categoria.
Questo è il doppio standard che bisogna denunciare. Ed è una forma di razzismo politico e mediatico: lo stesso reato viene raccontato e strumentalizzato in maniera diversa a seconda della nazionalità, dell’origine o del colore della pelle dell’imputato.
Persino il nome dell’agente, per quanto emerge dalle principali cronache, non viene normalmente riportato: viene indicato come un 56enne, agente della Polizia di Stato. È una scelta che può avere spiegazioni legate alla fase giudiziaria e alla presunzione di innocenza, ma allora lo stesso principio dovrebbe valere sempre, anche quando l’indagato è un migrante.
Pensate a cosa sarebbe accaduto se, al posto di quell’agente, ci fosse stato un migrante. Pensate ai titoli, alle dichiarazioni dei soliti politici, alle trasmissioni televisive e alla gara a chi avrebbe urlato più forte contro gli stranieri.
La questione non è difendere un migrante o attaccare un poliziotto. La questione è pretendere lo stesso metro di giudizio per tutti.
Una divisa non può diventare uno scudo morale. Chi rappresenta lo Stato dovrebbe essere il primo a rispettare la legge e, quando viene accusato di un reato, deve rispondere davanti alla giustizia esattamente come qualsiasi altro cittadino.
E proprio mentre si discute di maggiori tutele per le forze dell’ordine e del cosiddetto “scudo penale”, è necessario essere ancora più chiari: proteggere chi svolge il proprio dovere è sacrosanto; proteggere eventuali abusi o creare una percezione di impunità è tutt’altra cosa.
La legalità non può essere selettiva. Non può funzionare così: se il colpevole è migrante, si accusa l’immigrazione; se è italiano, si parla del singolo individuo.
Un reato resta un reato. Una vittima resta una vittima. E la dignità di un uomo di 92 anni aggredito non vale meno perché chi viene accusato di averlo fatto indossa una divisa.
La legge deve essere uguale per tutti: senza razzismo, senza propaganda e senza due pesi e due misure.
 
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