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The Atlantic: Iran la nuova potenza regionale, non gli USA o Israele
di Rico Guillermo
Un importante stratega neoconservatore statunitense ha sostenuto che la guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l'Iran si è rivelata controproducente: non è riuscita a costringere Teheran alla resa, ma ne ha anzi rafforzato la posizione regionale, mettendo a nudo i limiti della potenza militare americana e trasformando lo Stretto di Hormuz in una fondamentale leva di potere per l'Iran.
In un articolo per *The Atlantic* intitolato "Iran Unleashed" (Iran scatenato), Robert Kagan sostiene che gli equilibri di potere in Asia occidentale sono mutati in modo decisivo dopo che l'Iran ha resistito ai ripetuti attacchi statunitensi e israeliani senza cedere alle richieste di Washington.
Considerato il suo background politico, tale valutazione rappresenta un'ammissione significativa del fallimento della strategia bellica di Washington contro l'Iran. Di fatto, riconosce anche una vittoria strategica iraniana: Teheran è sopravvissuta alla campagna senza piegarsi e, secondo Kagan, ne è uscita con una capacità di deterrenza, un'influenza e un potere contrattuale maggiori rispetto a prima del conflitto.
"In futuro, la potenza dominante nella regione sarà l'Iran, non gli Stati Uniti o Israele", scrive Kagan, sostenendo che gli stati vicini si stanno già adattando a uno scenario regionale profondamente trasformato.
Al centro della tesi di Kagan vi è il fallimento della pressione militare nel costringere Teheran a fare marcia indietro.
Egli cita le rinnovate sanzioni statunitensi della "massima pressione", l'offensiva di 12 giorni condotta da USA e Israele contro gli impianti nucleari iraniani e la successiva guerra lanciata a febbraio – che ha portato all'uccisione del leader del Paese e di numerosi alti funzionari, per poi estendersi in settimane di attacchi alle capacità militari iraniane.
Nonostante la portata della campagna, Teheran non ha capitolato.
Kagan individua un momento di svolta fondamentale nel mese di marzo, quando Israele ha attaccato il giacimento di gas iraniano di South Pars e Teheran ha risposto colpendo l'impianto di gas naturale liquefatto di Ras Laffan, in Qatar.
L'importanza di tale risposta, egli sostiene, non risiedeva nella capacità dell'Iran di sconfiggere gli Stati Uniti in una guerra aerea convenzionale, bensì nella dimostrazione di poter infliggere danni tali alle infrastrutture energetiche del Golfo da minacciare una crisi economica globale.
Successivamente, Washington ha cessato di attaccare gli obiettivi energetici iraniani e ha fatto pressione su Israele affinché facesse lo stesso. Kagan osserva che le successive minacce statunitensi di nuovi attacchi si sono scontrate ripetutamente con lo stesso problema: l'Iran minacciava ritorsioni, i governi del Golfo avvertivano delle possibili conseguenze e Washington decideva di non procedere con l'escalation.
"Le azioni americane hanno reso evidente che Washington teme l'escalation più di quanto faccia l'Iran, e non solo nell'immediato, ma anche per il futuro", scrive.
Lo Stretto di Hormuz è al centro dell'analisi di Kagan sul rafforzamento della posizione dell'Iran.
Piuttosto che considerare il controllo del passaggio marittimo come una tattica negoziale temporanea, egli sostiene che Teheran lo veda sempre più come una componente permanente del proprio potere geopolitico e come il principale deterrente contro un nuovo attacco statunitense o israeliano.
Descrive il memorandum d'intesa siglato a giugno tra Iran e Stati Uniti come un riflesso di questo mutato equilibrio. In base all'accordo, l'Iran avrebbe dovuto "predisporre misure" per il "transito sicuro delle navi commerciali", mentre Teheran e l'Oman avrebbero discusso la gestione dello Stretto "in conformità con il diritto internazionale vigente e i diritti sovrani degli stati costieri".
Kagan definisce l'accordo un importante successo per l'Iran, sostenendo che esso non ha né ripristinato l'ordine marittimo prebellico né conferito a Washington un ruolo nella gestione del passaggio. Egli evidenzia inoltre i meccanismi iraniani di controllo della navigazione, tra cui procedure di registrazione, permessi e rotte prestabilite.
Un portavoce del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha riassunto tale logica affermando: "Per noi, lo Stretto di Hormuz non è semplicemente una via di transito commerciale, bensì una componente fondamentale del nostro potere geopolitico e strategico".
Kagan si spinge oltre, sostenendo che il controllo di Hormuz potrebbe offrire all'Iran una leva negoziale più concreta rispetto al possesso di un'arma nucleare. Mentre le armi nucleari servirebbero principalmente a scoraggiare un attacco, l'influenza su questo snodo energetico strategico conferisce a Teheran un potere di pressione costante sugli stati dipendenti dalle risorse energetiche del Golfo, oltre a poterla aiutare a esercitare pressioni sugli avversari e ad attenuare l'impatto delle sanzioni statunitensi.
Kagan segnala inoltre la carenza di missili e intercettori statunitensi chiave, sostenendo che un'altra campagna prolungata contro l'Iran potrebbe compromettere la prontezza operativa degli USA su altri fronti, inclusi eventuali confronti con Cina o Russia.
Un nuovo conflitto potrebbe richiedere un maggiore impiego di velivoli con equipaggio, riducendo al contempo la disponibilità di intercettori per proteggere le basi statunitensi e gli alleati del Golfo da eventuali rappresaglie iraniane.
Tali limitazioni, a suo avviso, spiegano perché Teheran non ritenga necessario fare concessioni. "Chi ha vinto non è tenuto a tornare al tavolo delle trattative, se non per dettare le condizioni della resa", scrive Kagan.
Le autorità iraniane hanno invece avanzato richieste che includono il ritiro delle forze statunitensi, la fine del blocco navale, la revoca delle sanzioni, lo sblocco dei beni congelati e il risarcimento dei danni di guerra.
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