Osservatorio sulla legalita' e sui diritti
Osservatorio sulla legalita' onlusscopi, attivita', referenti, i comitati, il presidenteinvia domande, interventi, suggerimentihome osservatorio onlusnews settimanale gratuitaprima pagina
24 agosto 2026
tutti gli speciali

Giorgia Meloni e l'emancipazione delle donne
di Marinella Puleo

Le possibilità che oggi una donna ha di studiare, lavorare, decidere, dissentire, di occupare ruoli pubblici, perfino di guidare un governo, non sono un effetto collaterale della modernità, sono il risultato di una genealogia di conflitti che ha inciso nella carne del mondo, che ha rotto strutture, che ha incrinato gerarchie millenarie.

Sono il frutto di un pensiero che ha osato dire: la donna non è una funzione, è un soggetto politico.
E che ha pagato questa affermazione con isolamento, ridicolo, violenza, ostracismo.

È per questo che suona quasi comico e insieme tragico che Giorgia Meloni definisca quelle battaglie «sbagliate».

Ciò rivela un’operazione più profonda: la volontà di riscrivere la storia dell’emancipazione femminile come un eccesso, un errore, un capriccio ideologico; un tentativo di riportare le donne dentro un orizzonte di docilità, di funzione, di "naturalezza" che la filosofia politica occidentale ha già smontato da decenni.

Meloni che ridicolizza il femminismo come battaglia inutile, ma che allo stesso tempo brandisce il sessismo come scudo quando il dissenso la tocca.
Meloni che nega la genealogia politica che le ha permesso di arrivare dove è, ma che pretende protezione da quella stessa storia quando le conviene.
È un ritratto involontario della sua postura politica.

Per capire quanto sia pericolosa questa narrazione, basta osservare il modo in cui Meloni parla del fascismo: una «fase complessa», che avremmo percepito diversamente «vivendola».

Un "noi" che non include chi quella complessità l’ha subita sulla pelle: dissidenti, perseguitati, incarcerati, esiliati, torturati.

E soprattutto non include le donne, che il fascismo ha ricacciato nel ruolo di madri della patria, private di autonomia, di istruzione, di lavoro, di voce. Il fascismo non fu solo un regime politico: fu un progetto antropologico che definiva la donna come corpo riproduttivo, come risorsa demografica, come ingranaggio della "stirpe".

La storiografia lo ha mostrato con chiarezza: ostacoli all’istruzione femminile, perché una donna che pensa è una donna che sfugge; limitazioni negli impieghi pubblici, perché una donna che decide è una donna che destabilizza; sospetto verso il lavoro femminile, perché una donna che guadagna è una donna che non obbedisce; retorica pronatalista come dovere verso la razza, perché il corpo femminile era proprietà dello Stato; aborto criminalizzato come offesa alla "stirpe", non come violenza contro la donna; violenza sessuale considerata reato contro la morale pubblica, non contro la persona violata. È da questa violenza strutturale che nasce il femminismo.

Non come moda non come fissazione linguistica ma come risposta filosofica e politica a un ordine che negava alle donne la condizione stessa di soggetto.

E allora, quando Meloni riduce tutto questo a quote rosa e articoli grammaticali, non sta solo banalizzando: sta compiendo un’operazione ideologica.

Sta dicendo che la storia dell’emancipazione femminile è un eccesso da correggere, un errore da ridimensionare, un fastidio da contenere.

Sta dicendo che la donna deve tornare a essere rassicurante, materna, accomodante; la donna che non disturba, che non pretende, che non ridefinisce il mondo.

La sua carriera politica, del resto, non è stata un percorso di emancipazione collettiva: è stata un’ascesa individuale dentro strutture maschili che l’hanno accolta proprio perché non ne minacciava l’ordine simbolico.

E oggi, da presidente del Consiglio, Meloni continua a proporre una narrazione che non emancipa nessuno.

Ciò che, invece, Meloni non dice: che le battaglie "sbagliate" sono quelle che le hanno permesso di arrivare dove è; che le battaglie "giuste", nella sua visione, sono quelle che riportano le donne al silenzio e che la sua critica al femminismo non è un’analisi, ma un tentativo di restaurazione simbolica.

Eh no! Cara Giorgia, la storia dell’emancipazione femminile non è un errore da correggere, ma una rivoluzione non ancora compiuta.


per approfondire...

Dossier diritti

_____
NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI
CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org

°
avviso legale