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Africa adotti una lingua comune
di Laurent Luboya
Di recente parlavo con un fratello africano originario di un paese anglofono. Discutevamo di panafricanismo e, in particolare, della necessità di promuovere lo swahili come lingua comune a livello dell'intero continente africano.
Lui mi ha risposto: «Perché voler imporre lo swahili? Ho già la mia lingua».
Allora gli ho posto una domanda molto semplice: «L'inglese è la tua lingua madre?».
Silenzio.
Poi mi ha risposto che l'inglese è una lingua internazionale che permette agli abitanti del suo paese di comunicare tra loro, soprattutto perché il paese ospita diverse popolazioni e diverse lingue.
Allora gli ho replicato: «Ma in tal caso, perché non lo swahili?».
Perché l'inglese dovrebbe essere considerato naturalmente una lingua di comunicazione comune, mentre lo swahili verrebbe percepito come una lingua che si cerca di «imporre»?
È proprio qui che risiede parte del problema nel nostro rapporto con le nostre lingue. In molti paesi africani, abbiamo accettato che lingue ereditate dal colonialismo — inglese, francese o portoghese — svolgessero il ruolo di lingue amministrative, scolastiche e nazionali, pur non essendo le lingue madri della maggioranza della popolazione.
Nessuno chiede necessariamente di eliminare le lingue africane locali. Al contrario: esse rappresentano una ricchezza culturale da preservare e sviluppare.
L’obiettivo sarebbe piuttosto quello di disporre, oltre a queste lingue, di una grande lingua africana per la comunicazione interafricana.
Lo swahili potrebbe svolgere questo ruolo. È già parlato da decine di milioni di persone nell’Africa orientale e nella regione dei Grandi Laghi, e vanta una lunga storia come lingua di commercio, di scambio e di comunicazione tra popoli diversi.
La vera sfida, dunque, non è sostituire le lingue africane con lo swahili. Si tratta di costruire progressivamente uno spazio africano in cui un etiope, un congolese, un tanzaniano, un keniota, un ugandese o un ruandese possano, in futuro, comunicare in una lingua africana comune, senza dover necessariamente ricorrere all’inglese, al francese o al portoghese.
E soprattutto, occorre porsi una domanda fondamentale: perché riteniamo normale che una lingua europea possa fungere da lingua comune tra africani, ma consideriamo sospetta l’idea che una lingua africana possa svolgere la stessa funzione?
Il panafricanismo non significa cancellare le nostre differenze. Significa, al contrario, imparare a trasformare le nostre differenze in ricchezza, costruendo al contempo strumenti comuni.
Lo swahili potrebbe essere uno di questi strumenti.
Non si tratta di imporre una lingua. Si tratta di riappropriarsi progressivamente dei nostri strumenti di comunicazione, della nostra identità e del nostro futuro collettivo.
 
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