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24 agosto 2026
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Generale USA: perso per sempre accesso a 15 basi nel Golfo
di Leandro Leggeri

La guerra con l’Iran potrebbe aver compromesso uno dei pilastri della presenza militare statunitense in Vicino Oriente: la vasta rete di basi costruita nel Golfo Persico negli ultimi decenni.

A sostenerlo è Barry McCaffrey, generale a quattro stelle in pensione dell’esercito statunitense e veterano pluridecorato, che il 22 agosto ha scritto: «A mio giudizio, le forze armate statunitensi hanno probabilmente perso permanentemente l’accesso a 15 basi nel Golfo Persico».

McCaffrey ha aggiunto che Washington dovrà negoziare nuovi accessi militari nell’Arabia Saudita occidentale, in Israele e nell’Europa meridionale.

La dichiarazione va tuttavia precisata. Non risulta al momento che quindici basi siano state formalmente chiuse agli Stati Uniti dai governi che le ospitano. Quella di McCaffrey è una valutazione strategica, non l’annuncio di una decisione del Pentagono. Ma diversi elementi indipendenti mostrano che il problema sollevato dall’ex generale è reale.

Secondo il Financial Times, gli Stati Uniti stanno valutando se ricostruire integralmente le grandi installazioni danneggiate durante il conflitto oppure ridimensionare e disperdere la propria presenza militare. Una stima dell’American Enterprise Institute citata dal quotidiano britannico parla di circa 5 miliardi di dollari di danni a 11 basi statunitensi in sette paesi.

Tra le installazioni colpite figurano alcuni dei principali cardini del dispositivo americano nel Golfo.

In Bahrain, il quartier generale della Quinta Flotta statunitense ha subito danni documentati attraverso immagini satellitari: edifici e strutture radar sono stati distrutti. Secondo il Financial Times, la Quinta Flotta ha dovuto utilizzare Diego Garcia come hub logistico sostitutivo.

In Qatar, anche la gigantesca base aerea di Al Udeid, principale centro avanzato delle operazioni aeree statunitensi nella regione, è stata danneggiata. Negli Emirati Arabi Uniti, immagini satellitari hanno documentato danni ad hangar della base di Al Dhafra, utilizzata dagli Stati Uniti per operazioni aeree, ricognizione e droni.

In Arabia Saudita, Prince Sultan Air Base è stata ripetutamente colpita. Un attacco iraniano del 27 marzo aveva ferito almeno dieci militari americani e danneggiato diversi aerei cisterna.

Anche la rete militare statunitense in Kuwait — comprendente Camp Arifjan, Ali Al Salem Air Base e Camp Buehring — è stata sottoposta ad attacchi, anche se non tutte le rivendicazioni iraniane sull’entità dei danni hanno ricevuto conferme indipendenti.

Il punto centrale della dichiarazione di McCaffrey sembra quindi essere più complesso della semplice “perdita” formale di quindici basi.

La guerra avrebbe dimostrato la vulnerabilità strutturale delle grandi installazioni statunitensi concentrate lungo le coste del Golfo Persico, a distanza relativamente breve dall’Iran e quindi esposte al vasto arsenale iraniano di missili balistici, missili da crociera e droni.

Durante il conflitto Washington ha già dovuto disperdere uomini, velivoli e funzioni logistiche verso località più lontane dall’Iran. La proposta di McCaffrey di spostare parte del dispositivo verso l’Arabia Saudita occidentale, Israele e l’Europa meridionale risponde precisamente a questa nuova realtà geografica.

La questione, dunque, non è necessariamente se gli Stati del Golfo abbiano “cacciato” gli americani, ma se la guerra abbia reso militarmente insostenibile il modello di presenza avanzata attraverso il quale gli Stati Uniti hanno proiettato la propria potenza nel Golfo per oltre trent’anni.

Se questa valutazione dovesse essere confermata dalle future decisioni del Pentagono, l’Iran avrebbe ottenuto un risultato strategico di enorme portata: non sarebbe stato necessario distruggere completamente le basi americane o ottenere la loro chiusura politica. Sarebbe bastato dimostrare che, in caso di guerra prolungata, quelle installazioni non possono più essere considerate santuari sicuri.

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