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23 agosto 2026
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Lo spettacolo deve proseguire
di Giuseppe Franco Arguto

Ad Allumiere sono morte due persone mentre si trovavano lì per lavorare in uno stand gastronomico. Una aveva quindici anni. Sì, quindici.

Già questo dovrebbe bastare a interrompere per qualche momento il consueto automatismo con cui consumiamo la notizia dell'ennesima morte sul lavoro, la commentiamo, ce ne indigniamo e infine la consegniamo alla categoria rassicurante della “disgrazia”.

Tuttavia, una disgrazia è ciò che accade senza che vi sia nulla da comprendere, prevenire, accertare. Qui, invece, ci sono domande e saranno le indagini a stabilire responsabilità, condizioni di lavoro, regolarità delle posizioni e ragioni della presenza di un quindicenne in quello stand.

C'è però un'altra domanda che non compete alla magistratura, ma riguarda noi.

Dopo la morte dei due lavoratori, l'amministrazione di Allumiere ha sospeso parte delle iniziative previste, cancellato alcuni intrattenimenti e ridimensionato il programma, decidendo tuttavia di proseguire con il Palio.

Non mi interessa sapere di quale colore politico sia quella giunta, perché non cambierebbe nulla; mi interessa il ragionamento che conduce un'amministrazione pubblica a stabilire che due persone morte mentre lavoravano, una delle quali aveva quindici anni, siano compatibili con la prosecuzione di una festa, purché resa più sobria.

Perché il lutto non è un problema di volume: non basta abbassare la musica.

Fermare tutto non avrebbe restituito la vita a nessuno e non avrebbe costituito un'ammissione di responsabilità; avrebbe però prodotto qualcosa che nelle nostre società sta diventando sempre più raro: una sospensione della normalità.

Un tempo sottratto allo spettacolo, alla consuetudine, al programma da rispettare; un tempo nel quale una comunità avrebbe potuto semplicemente fermarsi e domandarsi come sia possibile che nel 2026 un ragazzo di quindici anni parta per lavorare a una festa e non torni più a casa. Non per organizzare una cerimonia migliore, piuttosto per interrogarsi.

Perché il problema delle morti sul lavoro non è soltanto il numero intollerabile dei morti; è anche la velocità con cui riusciamo a incorporarne la morte nella vita ordinaria e riprendere esattamente da dove avevamo lasciato.

La festa continua, il lavoro continua, la produzione continua. Noi continuiamo.

A mio avviso è proprio questa nostra straordinaria capacità di continuare che, qualche volta, dovrebbe preoccuparci più della nostra capacità di indignarci. Una comunità non si misura soltanto da come celebra le proprie tradizioni: si misura anche dal limite davanti a cui considera necessario fermarsi.


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