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23 agosto 2026
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L'asino non può essere Hamas
di Edoardo Morello

Un quad procede lungo una strada sterrata della Cisgiordania occupata. Dietro, legato, un asino zoppica vistosamente. Cerca di restare in piedi e di seguire il mezzo. Chi guida lo vede. Lo sa. E continua.

Non è un incidente. Non è una bestia sfuggita al controllo. È una crudeltà organizzata con una corda, un motore e la certezza che nessuno verrà a fermarti.

Perché una scena simile ci procura una rabbia persino più immediata della violenza contro un essere umano? Non perché la vita dell’asino valga più di quella di un palestinese.

L’asino, però, non può essere messo sotto processo. Non ha lanciato pietre. Non appartiene ad Hamas. Non ha disobbedito a un posto di blocco. Non può essere trasformato retroattivamente in una minaccia. Davanti al suo dolore, la macchina delle giustificazioni rimane senza benzina.

L’animale rende visibile quell’innocenza che la propaganda ha sottratto ai palestinesi. Ci ricorda quanto ci abbiano abituati a cercare una colpa anche nei corpi massacrati, nelle case abbattute, nei bambini estratti dalle macerie. L’asino zoppica e basta. Non concede appigli.

Nella vita rurale palestinese un asino non è un oggetto. È trasporto, lavoro, sostentamento, compagnia. Colpirlo significa entrare nella vita del suo padrone e dire: posso prendere la tua terra, abbattere i tuoi ulivi, avvelenare i tuoi pozzi e torturare perfino l’animale che ti aiuta a vivere.

Tutto ciò che ti appartiene può essere umiliato.

Questa è la grammatica del terrorismo coloniale. Non occupa soltanto il territorio. Vuole rendere impossibile ogni legame con quel territorio, compreso quello tra un uomo e una bestia.

Alla fine restano un asino legato e un colono seduto sul quad. Uno zoppica e l’altro no. Eppure l’unico dei due che conserva una dignità è quello costretto a camminare.

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