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Note a margine di un'intervista
di Elisa Fontana
Ho letto con colpevole ritardo l’intervista rilasciata da Meloni al New York Times e l’ho trovata in linea con lo stile anglosassone, spesso puntuale e in cerca anche di altre campane da sentire, oltre quelle di Meloni e dei suoi amici. Una intervista non anonima ma che ha cercato di dare una immagine a tutto tondo, fatte salve le inevitabili semplificazioni rispetto alle dinamiche della nostra politica che spesso sono difficili da seguire e decifrare per un non italiano, ancorché addetto ai lavori.
Ma detto ciò, volevo soffermarmi su alcune dichiarazioni della nostra caudilla, sempre infastidita quando, invece di osannare i fasti di questo mirifico governo, le si chiede conto del fascismo. Ed eccola pronta a pattinare acrobaticamente in scioltezza. E’ stata una “epoca particolarmente complessa”, tanto quanto questo pensiero verrebbe da dire. E poi la chicca ”È chiaro che, se guardiamo oggi a questa storia, è una cosa. Se l’avessimo guardata trovandoci nel mezzo probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?”. Quindi, Giorgina, vediamo se ho capito bene.
Se questa epoca complessa la guardiamo con gli occhi di oggi rischiamo di giudicarla un’epoca dittatoriale, di mancanza di libertà, di razzismo, di persecuzioni, di colonialismo, di guerre e distruzioni. Ma, dice la callida, se l’avessimo guardata trovandoci nel mezzo, tutto ciò sarebbe sparito e l’avremmo vista diversamente, no? Tutto sarebbe stato normale, la dittatura, la mancanza di libertà, il razzismo, le persecuzioni.
Persino quel milione e più di morti causati dall’eroe che amava fare guerra con tutti, in giro per l’Africa, l’Albania, la Jugoslavia, la Grecia e, infine morte e distruzioni in Italia e però, signora mia, faceva arrivare i treni in orario. Un relativismo davvero ripugnante e agghiacciante che però non può sorprendere, nonostante le numerose giravolte meloniane per stendere un po’ di fondotinta su quello che pensa veramente.
Perché lo stesso giornalista che l’ha intervistata ricorda le sue parole del 1996: “Mussolini era un bravo politico” e che “tutto ciò che ha fatto, lo ha fatto per l’Italia”. Figuriamoci se l’avesse fatto per un nemico, ma questo è il vero pensiero di Meloni e dei suoi camerati, anche se cercano di sviare l’attenzione con concetti come quello appena espresso, cercando di avvoltolarsi nelle parole per non rinnegare le proprie radici e lanciare messaggi rassicuranti ai camerati.
Dunque, non c’è niente di meglio che lasciarvi l’ultima battuta dell’intervista in cui il giornalista le chiede
“Come influisce su di lei l’imminente traguardo alla fine del più lungo percorso politico?”.
Risposta “Sai, la gente mi dice: “Giorgia, devi renderti conto che hai fatto la storia!” e io riesco solo a pensare a tutti questi ragazzi che, dopo la mia morte, un giorno diranno: “Mamma mia, oggi pomeriggio devo studiare Giorgia Meloni!”.
Dopo quattro anni seduta a Palazzo Chigi passati a tentare di picconare la Costituzione antifascista, a ributtare i migranti in mare, a creare campi di concentramento in Paesi compiacenti, ad occupare militarmente ogni posto disponibile nell’architettura statale, parastatale, mediatica, bancaria e industriale si è davvero convinta di passare alla storia, malattia infettiva di ogni autoritarismo, malattia mirabilmente dipinta da Chaplin ne Il grande dittatore, con il dittatore Adenoid Hynkel che giocava rapito con il mappamondo.
Sarebbe davvero risibile rendersi conto di che piccineria provinciale è permeata questa donna che era pronta a fare da ponte nientepopodimenoché fra USA e Europa e già si vedeva seduta stabilmente alla destra del padre, di cui “condivide le politiche migratorie e anti woke”, nonostante gli schiaffoni politici. E si è ritrovata a pensare come sarà bello essere studiata fra 100 anni sui libri di storia, avendoli evidentemente scambiati per il manuale delle Giovani Marmotte, con tutto il rispetto per il manuale.
Per il resto, nessuno le dica di vergognarsi, di abiurare, di fare mea culpa per le colpe del fascismo. La sua è una fascinazione indefettibile e una adesione ideologica che da Mussolini passa naturalmente ad Almirante e che dovrebbe bastare a chiunque per capire chi ci troviamo davanti. E se tu tenti ripetutamente di picconare la Costituzione in senso autoritario hai voglia di essere relativista e di inerpicarti sui crinali della storia guardata con gli occhi di oggi o di cento anni fa: un fascista rimane sempre un fascista.
 
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