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E dopo Hiroshima e Nagasaki?
di
Rinaldo Battaglia *
Tutti sappiamo cosa successe all’alba del 6 agosto 1945 a Hiroshima, scelta dagli USA come destinazione della prima bomba atomica non solo per la sua importanza strategica, ma soprattutto perché molto abitata. Dei residenti di allora (250.000 civili) almeno 60.000 morirono subito (60.175 nel primo giorno dicono gli storici) e altri 90.000 a seguire.
La città era stata scelta, specificatamente, dal segretario di Stato James F. Byrnes e dal segretario alla Guerra Henry L. Stimson. Lo stesso Stimson lo dirà apertamente: “la cosa migliore era colpire all'improvviso una grande città”, meglio se con strutture militari circondate "da case di lavoratori".
Ma perché si arrivò allo sgancio di ‘Little Boy’ e perché in quella data? E quindi si poteva evitare?
Ovviamente tutto il Libro della Storia non è altro che una ‘causa ed effetto’, una dietro l’altra e così strettamente legate tra loro che non si capisce quale sia la prima e quale il secondo. Le guerre in particolare: si sa sempre poco di come cominciano (forse niente) e meno ancora di come e quando finiscono, se finiscono veramente. Come la guerra in Palestina iniziata già dal 1948, conseguenza della Prima e Seconda Guerra Mondiale, con molte colpe e pochi alibi di tutti. Ma nel caso specifico qualcosa possiamo dire.
L’ordine del Presidente Harry Truman – diventato tale dopo la morte 3 mesi prima di Roosevelt (12 aprile 1945) – venne accelerato dall’enorme sacrificio dei soldati USA nella battaglia di Okinawa, vinta il 22 giugno 1945. Si parlò subito di almeno 70.000 perdite e soprattutto la convinzione che ogni altra battaglia sul suolo giapponese risultasse analoga. Qualche analista militare arrivò a prevedere anche perdite di tre o quattro volte superiori e non meno di altri due anni di guerra. Insostenibile per gli USA.
Non solo: i rapporti con l’altro grande vincitore peggioravano di giorno in giorno. La guerra fredda era solo agli inizi, ma ben presente sia a Mosca che a Washington.
C’erano poi accordi precedenti che stavano per arrivare a compimento.
Nella Conferenza di Teheran, il 1° dicembre 1943, si era deciso che dopo aver sconfitto il nemico più debole (l’Italia) si passasse, con un secondo fronte, contro la Germania fino alla resa di Berlino. A Yalta il 7 febbraio 1945, in vista oramai della sconfitta di Hitler, si era stabilito tra Roosevelt e Stalin che, dopo la firma della capitolazione nazista, entro 3 mesi anche l’URSS sarebbe entrata in guerra contro il Giappone, prima mai attaccato dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
La guerra in Europa si era conclusa con la firma del feldmaresciallo Wilhelm Keitel il giorno 8 maggio. La ’cambiale’ dei 3 mesi scadeva l’8 agosto, come poi puntualmente avvenne, malgrado l’URSS avesse col Giappone firmato, a Mosca il 13 aprile 1941, un patto di non aggressione. Stalin avrebbe così contribuito alla vittoria finale sui giapponesi e partecipato inevitabilmente alla divisione del premio (prima del 1939 i russi avevano perso territori in Manciuria).
Ma Truman e i suoi generali preferivano tener fuori dal tavolo Stalin, diventato oramai un evidente concorrente nella divisione del potere nel mondo. Il Giappone - in altre parole - si doveva arrendere prima dell’8 agosto. Il progetto Manhattan del generale Thomas F. Farrell e soprattutto del generale Leslie Richard Groves doveva inizialmente concretizzarsi, non a caso, il 1° agosto, ma le condizioni meteorologiche costrinsero a rimandare l’operazione su Hiroshima - agli ordini del comandante del 509º Gruppo il colonnello Paul Warfield Tibbets - di alcuni giorni.
Le previsioni davano solo per il giorno 6 agosto un forte miglioramento accettabile della visibilità aerea, non prima, e quel giorno divenne il giorno di Hiroshima, il giorno in cui ebbe inizio l’era atomica, il giorno che cambiò il mondo. In peggio.
Ognuno aveva le sue ragioni, qualcuno dirà.
Il Giappone, dal canto suo, si trovava come Mussolini nel luglio 1943 o Hitler nel bunker a fine aprile 1945: i paesi che comandavano erano irrimediabilmente sconfitti, dai nemici e dalla Storia ma loro, loro - i responsabili, i comandanti, i grandi colpevoli - non si volevano arrendere.
Il 26 luglio 1945 Truman e gli altri capi di Stato alleati stabilirono, nella dichiarazione di Potsdam, i termini per la resa giapponese, resa incondizionata come prima avvenuto per l’Italia e la Germania.
Il primo ministro, l’ammiraglio Kantaro Suzuki, nominato solo tre mesi prima, aveva già convinto alla resa il 27 luglio anche l’imperatore Hirohito, ma venne totalmente bloccato dalla parte più fanatica dei suoi generali. I falchi tra i peggiori falchi. Consideravano troppo ufficialmente disonorevole arrendersi, ma soprattutto sapevano che avrebbero loro per primi perso il potere fino allora goduto (arriveranno persino a tentare di uccidere Suzuki il 15 agosto, poche ore prima che Hirohito ufficializzasse la sconfitta).
Di conseguenza, vista la mancata resa imperiale, Truman dette l’ok per usare il prima possibile ‘Little Boy’.
La distruzione di Hiroshima fu subito nota ai vertici militari e imperiali del Giappone. Ma nel quartier generale a Tokyo si diffuse la falsa notizia che non fosse accaduto nulla di particolare e che i nemici (anche interni) stessero esagerando. Non conveniva loro. In guerra – lo si sa – la prima a morire è sempre la verità. Anche e soprattutto negli ultimi giorni.
I Vertici militari di Tokio non si arresero e la guerra proseguì ancora. Persino dopo che il 7 agosto, il presidente Truman ebbe ufficialmente a dichiarare: «Se non accettano adesso le nostre condizioni, si possono aspettare una pioggia di distruzione dall'alto, come mai se ne sono viste su questa Terra».
Persino dopo l'8 agosto, quando nei cieli delle principali città (non però Nagasaki) vennero lanciati volantini che invitavano alla resa giapponese.
Persino dopo che, da Radio Saipan, gli USA avevano informato la popolazione giapponese di quanto avvenuto ad Hiroshima.
Addirittura, uno dei più autorevoli del potere militare, quali l'ammiraglio Soemu Toyoda, dichiarò che al massimo i nemici avrebbero potuto tecnicamente sganciare “non più di una o due bombe supplementari” e che alla fine in Giappone "ci sarebbe stata più distruzione, ma la guerra avrebbe potuto andare avanti" (da The Atomic Bombings of Hiroshima and Nagasaki, The Manhattan Engineer District - 29 giugno 1946).
Il giorno 9 alle ore 7:50 un’altra bomba atomica distrusse così Nagasaki e in pochi giorni, morirono altre 220.000 persone. Gli USA chiamarono la bomba ‘Fat Man’ (uomo grasso) in quanto maggiore e più matura della 'Litte Boy' di Hiroshina (piccolo ragazzo). Una battuta misera che sa di offesa per tutte quelle vite perdute.
Poche ore prima, Stalin aveva già dato l’ordine di attaccare in Manciuria i giapponesi con 1.558.000 uomini, 26.000 cannoni e mortai, 5.500 tra carri armati e cannoni semoventi e 3.900 aerei tra caccia e bombardieri. Tutto quello che forse risultava disponibile. Era un messaggio anche agli USA e ai suoi Alleati: anche noi vogliamo la nostra parte di gloria e delle ricchezze del mondo.
Da Hiroshima a Nagasaki ci vollero 3 giorni. Si poteva far qualcosa? Da oltre 80 anni ce lo chiediamo, per capire come nasce una guerra e come non muoia mai, se non lo si vuole veramente.
Sono passati appunto 81 anni e non abbiamo imparato nulla e, meno ancora, compreso - come diceva bene Alda Merini - quanto “sciocchi” siamo come uomini per non aver capito ”che non vivremo in eterno”. Perché da 80 anni la domanda di fondo resta la medesima: se Hiroshima ci ha portato a Nagasaki, dopo, dopo Nagasaki cosa ci sarà?
Ed è una domanda pesante e terribile, perché mai come oggi, mai come 80 anni dopo ‘Little Boy’ e ‘Fat Man’, siamo vicini ad una guerra nucleare. Del resto, a cosa ci servono le oltre 12.000 testate nucleari, 40 volte più distruttive di quelle usate il 6 e 9 agosto 1945, che abbiamo nel mondo?
A cosa ci servono e, quindi, per noi dopo Hiroshima e Nagasaki cosa ci aspetta, cosa c’è?
Che progetto abbiamo per il futuro del mondo?
6 agosto 2026 - 81 anni dopo -
liberamente tratto dal mio 'Mi chiamo fuori' - Amazon - 2025
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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