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05 agosto 2026
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Migranti usati per infettare la ferita che non si vuol curare
di Viviana Vivarelli

Il metodo è vecchio e si riconosce a occhio nudo. Serve un nemico interno, deve essere debole, non deve poter rispondere.

Il migrante non ha voto, non ha giornali, non ha un sindacato, non ha un’ora in prima serata per replicare. È il bersaglio perfetto perché è disarmato. Prendersela con chi non può reagire, in qualunque cortile di scuola, ha un nome preciso, e chi lo faceva veniva chiamato per quello che era. Farlo da Palazzo Chigi non lo rende politica, lo rende soltanto impunito.

Sanno di mentire, ed è questa la parte che non merita mezza parola di comprensione. Sanno che l’affitto a Torino non lo alza chi consegna le pizze in bicicletta. Sanno che il pronto soccorso è in ginocchio perché mancano medici e infermieri, e mancano per scelte scritte nei loro documenti di finanza pubblica. Sanno che i salari reali sono sotto il livello del 2021. Lo sanno e indicano il gommone lo stesso, ogni settimana, con la puntualità di un turno di fabbrica.

Berlusconi vendeva il comunista quando i comunisti non c’erano più, perché un fantasma non querela. Poi è toccato ai magistrati, la mossa di chi vuole togliere l’arbitro dal campo prima di truccare la partita. Salvini ci ha messo la ruspa, il rosario, il nemico quotidiano.

Meloni ha fatto il salto vero, ha smesso di improvvisare. La paura è finita dentro i decreti. È finita nei centri in Albania, costruiti per restare vuoti a spese nostre. È arrivata in bocca a un ministro che parla di sostituzione etnica, che è il lessico di Renaud Camus, quello dei manifesti degli attentatori.

Amministrazione ordinaria, non più sfogo da comizio. Un partito nato dai reduci di Salò, che la fiamma non l’ha mai tolta dal simbolo, ha portato al governo il vecchio mestiere e lo ha reso procedura. Possono rifiutare la parola quanto vogliono. Rispondono ai fatti.

La merce va venduta dove costa meno venderla. Non nei quartieri buoni. Nelle periferie, nei paesi svuotati, dai penultimi. Da chi ha già perso quasi tutto, e a cui si offre l’unica cosa che il potere regala gratis, qualcuno da guardare dall’alto. Povero contro più povero, così nessuno alza gli occhi. Un imbroglio a spese di chi ha già pagato, servito da gente che si presenta come il popolo mentre lavora per il contrario.

Quattro anni. Cosa resta? Niente sulla sanità, niente sull’industria, niente sui salari. Restano le nomine, i cognati, i cerchi magici, i fedelissimi promossi per obbedienza e non per competenza, la Rai occupata come un cortile di casa. Chiamarla incapacità è troppo generoso, l’incapacità è involontaria. Qui c’è un mestiere svolto con applicazione: non si governa il paese, si governa l’umore del paese, perché l’umore basta a farsi rieleggere e il paese no.

Il conto lo pagano i ragazzi che stanno crescendo dentro questa lingua. Imparano che l’estraneo è un pericolo, che la pietà è ingenuità, che il vicino con la pelle scura è una questione di ordine pubblico. Queste cose non si tolgono con un’elezione. Restano addosso per una generazione.

Infame è la parola esatta. Avevano davanti una ferita e hanno calcolato che infettarla rendeva più che curarla. Grand reporter Monde Voir ses articles Italie : avec la victoire de Meloni, l'extrême droite au pouvoir


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