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Iprite: la carica dei morti
di
Rinaldo Battaglia *
È una vicenda poco conosciuta ed è un male perché averla conosciuta sarebbe servito molto negli anni successivi e, forse, fatto da scuola per non arrivare al peggio.
E’ poco conosciuta e già il nome con cui è stata identificata rende bene l’idea: ‘la carica dei morti’.
Tutto avvenne ovviamente durante la Grande Guerra, esattamente un anno dopo che era scoppiata, nella attuale Polonia nord orientale, nella zona gestita dalla fortezza di Osowiec (ubicata a Osowiec-Twierd oggi in polacco Twierdza Osowiec), una fortezza russa costruita negli anni 1882-1892 per proteggere i confini dell'Impero dello Zar dalle pretese di conquista della Germania, pretese che divennero realtà nel 1914.
‘La carica’ dei morti’ fu così chiamata nel lessico dei russi per il terrore subito dai loro soldati, dopo un feroce e tremendo bombardamento tedesco, generato da una miscela di gas tossici, cloro e bromo. Per la prima volta al mondo si sentì usare il termine di “gas mostarda”. E non solo per la puzza che non permetteva di respirare, ma soprattutto per colpa dell'aspetto fisico così terrificante che assumeva chi si sopravviveva, chi riusciva a salvarsi.
Salvarsi almeno in quel primo momento. Erano sì soldati ancora vivi, ma tutto lasciava pensare che fossero solo dei 'morti ancora in piedi', dei morti che camminavano verso l’inferno, verso la loro tomba.
In quel 6 agosto 1915, le truppe del Kaiser lanciarono una nuova offensiva frontale alla fortezza di Osowiec, dopo che già da un mese avevano tentato vari assalti, tutti falliti. Per il comandante in capo, il generale Paul von Hindenburg. quella fortezza era un freno decisivo, un ostacolo da superare - ed in fretta - se si voleva arrivare verso Mosca. Destino e obiettivo tedesco anche di 25 anni dopo.
E che fosse decisiva lo si riscontrò nei numeri dell’attacco: 14 battaglioni di fanteria oltre ad un battaglione di ‘zappatori’ (i soldati del Genio militare specializzati nello scavare trincee) per un totale di 8.000 uomini, 30 cannoni d'assedio e altrettante batterie di artiglieria, equipaggiate per l’uso dei gas contro il nemico.
Le difese russe nella zona di Osowiec consistevano, invece, in ‘soli’ 500 uomini del 226º Reggimento di fanteria Zemlyansky e 400 miliziani, poco esperti e meno ancora preparati.
L’offensiva tedesca del 6 agosto partì come al solito già all’alba (alle 4.00), dopo aver studiato bene che il vento fosse a favore, col primo bombardamento d'artiglieria con gas al cloro.
Il gas - come scrisse di recente lo storico Prit Buttar (nel suo “Germany Ascendant: The Eastern Front 1915”, Oxford, England, Osprey Publishing, 2017, p. 318) - “fece diventare l'erba nera e le foglie gialle; uccelli, rane, insetti e altri animali morti giacevano tutto attorno. La terra era diventata un inferno".
E, in quell’inferno, i russi non disponevano di maschere antigas e quelle poche che avevano risultavano di pessima qualità e totalmente inadeguate ai progressi della guerra chimica, alla nuova evoluzione del male.
Soltanto alcuni soldati riuscirono a salvarsi e solamente perché furono in grado di proteggersi la faccia con dei panni, o quel che trovavano, imbevuti di acqua. Anche della propria urina, quando l’acqua venne a mancare.
E anche qui ci fu un atto di coraggio, probabilmente generato dalla disperazione per non avere più alternative. Il giovane tenente Vladimir Karpovich Kotlinsky, il soldato di più alto grado a sopravvivere all'attacco dei veleni, riuscì a radunare i pochi superstiti e convincerli ad attaccare, lanciandosi alla carica contro i tedeschi in avanzata.
Così quando i 12 battaglioni della 11ª divisione Landwehr, per un totale di ben 7.000 uomini, avanzarono dopo il bombardamento dei gas – convinti di non trovare alcuna resistenza - alla prima linea di difesa si videro loro “caricare” dai superstiti della XIII compagnia del 226º reggimento di fanteria, da quei disperati che sebbene ancora vivi sembravano già morti.
Erano cadaveri vestiti da soldati che con “le bocche sanguinanti tossivano pezzi dei loro stessi polmoni e interiora mentre l'acido cloridrico formatosi dalla reazione del cloro con la condensa nei polmoni disfaceva lentamente i soldati dall’interno “ (da Karen Petrone, 7. 'Now Russia returns its history to itself': Russia celebrates the centenary of the First World War, in Bart Ziino (a cura di), Remembering the First World War, London, Routledge, 2015, p. 135.)
Quella terribile visione spaventò le truppe tedesche, colpite da un vero panico generale. I tedeschi vinti dal terrore si ritirarono in disordine, molti restarono imprigionati in fuga nel filo spinato che loro stessi avevano preparato prima dell’ultimo assalto. Si ritirarono creando un caos davvero infernale e furono così facile preda delle uniche 5 mitragliatrici russe rimaste ancora attive.
Fu un inferno per tutti, ma i tedeschi vennero così fermati e per loro fu una sconfitta determinante, sebbene poco capita e pertanto male e poco menzionata nei registri del comando. Per i 900 russi della fortezza di Osowiec non vi fu gloria, perché pochissimi o meglio quasi nessuno si salvò. Lo stesso tenente Vladimir Karpovich Kotlinsky morì poche ore dopo quella carica al fianco dei suoi ‘morti viventi’.
In quel 6 agosto i russi si tennero Osowiec ma durò poco. Paul von Hindenburg voleva conquistarla ad ogni costo. Pensò così di aggirarla, prendendo prima le cittadine di Kovno e Novogeorgiesk, e i russi capirono che restare lì con nuove truppe sarebbe stato solo un nuovo massacro. I comandi pensarono, quindi, di ritirarsi più ad est e lì meglio difendersi. Prima però dettero l’ordine di demolire quel che rimaneva della fortezza.
Era il 18 agosto 1915, neanche due settimane dopo quella 'carica dei morti' che l’aveva salvata, malgrado la nuova arma dei gas tedeschi.
Ancora oggi, in merito alla tipologia dei veleni usati dai tedeschi non ci sono uniformità nelle analisi degli storici e ciò conferma, come nella guerra chimica, si fosse per davvero agli arbori. Alcuni (come Kauffman & Kauffman e Prit Buttar) parlano di gas al cloro, mentre altri citano di un mix di cloro e bromo (come Alexander А. Cherkasov). Altre differenze risulterebbero nei contenitori per il gas: alcuni autori dicono si trovasse all'interno dei proiettili d'artiglieria (Kauffman & Kauffman nel 2016), altri parlano di più semplici contenitori cilindrici (Buttar, Cherkasov, Khmelkov).
Eravamo agli inizi del progresso chimico per uso di guerra.
Presto si progredirà ancora sulla strada del male.
Il 12 luglio 1917, per iniziativa di Erich von Falkenhayn e Alberto di Württemberg ufficiali sempre dell'esercito tedesco, si userà nel settore belga di Ypres un nuovo gas velenoso: l’iprite che riceverà persino il nome dalla battaglia di battesimo.
Era un micidiale “tioetere del cloroetano”, un liquido di color bruno-giallognolo dal caratteristico odore di aglio o senape capace di penetrare in profondità nella pelle umana devastandola e trasformandola, in brevissimo tempo, in devastanti piaghe. Tra l’altro, essendo estremamente penetrante, agiva sulla pelle anche infiltrandosi attraverso gli abiti, il cuoio, la gomma o altri tessuti anche quelli impermeabili all’acqua. L'azione produceva una morte lenta (da quattro a otto ore) ma devastante anche psicologicamente.
L’iprite venne vietata dopo la guerra e già a Versailles, nel giugno 1919, tutti i paesi ne accettarono il divieto assoluto, per evitare il suo sviluppo e proliferarsi.
Il primo paese a tradire l’impegno, però, sarà l’Italia di Mussolini. Nella guerra d’Abissinia se ne farà grande uso. Sia nel 1936 che, soprattutto, nel 1937 e non solo nel massacro di Yekatit 12 del 19/21 febbraio. Qui vennero uccisi 6/8mila etiopi, forse di più.
Qualcuno forse esagerando, come lo storico inglese Ian Campbell, arrivò a parlare di 30 mila morti. E tra questi molte migliaia e migliaia di poveri bambini, perché dove non arrivano le brigate nere del segretario federale fascista Guido Cortese o i carabinieri reali lì mandati dal Duce, arrivava criminalmente l’iprite. La micidiale iprite.
Poi lo sviluppo delle armi chimiche e nucleari proseguirà. E la carica dei morti sarà dimenticata, perché non farà più testo. È stata solo la prima di una lunga serie di crimini e bestialità dell’uomo, in virtù del suo progresso tecnologico ed industriale.
Era il 6 agosto 1915, 30 anni dopo ci sarà Hiroshima. Prossimamente cosa ci sarà di ulteriormente spaventoso sulle vite degli uomini?
Dove e quando ci saranno altre cariche dei morti?
6 agosto 2026 -111 anni dopo – Rinaldo Battaglia
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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