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Perché Thomas Sankara parla ancora al nostro presente
di
Fabio Cannizzaro
Quarantatré anni sono un battito di ciglia nella storia. A volte, però, bastano per trasformare un nome in un simbolo e un'idea in una domanda che non smette di echeggiare.
Una domanda che Thomas Sankara ha incarnato con ogni sua azione: cosa accadrebbe se un leader decidesse di mettere davvero al primo posto il bene del suo popolo?
Il 4 agosto 1983, un giovane capitano dell'esercito di appena 33 anni, Thomas Sankara, saliva al potere in uno dei Paesi più poveri del mondo: l'Alto Volta.
Uno di quei nomi imposti dalla cartografia coloniale. Pochi mesi dopo lo ribattezzò Burkina Faso, "la terra degli uomini integri".
Un nome che era già un programma politico, una promessa di dignità. Quattro anni intensi e vertiginosi dopo, il 15 ottobre 1987, quel progetto veniva interrotto nel sangue da un colpo di Stato durante il quale Sankara fu assassinato.
La sua vita fu breve, il suo progetto incompiuto. Eppure, oggi, la sua figura è più viva che mai.
I suoi discorsi continuano a essere studiati e citati, risuonando tra i giovani di Ouagadougou come tra quelli di Parigi o Bogotá. Perché?
Perché Sankara non fu soltanto un leader africano progressista degli anni Ottanta. Fu un esperimento politico radicale, condotto in tempo reale e sotto gli occhi del mondo, su come combattere la povertà, l'ingiustizia e il neocolonialismo attraverso riforme concrete, mobilitando direttamente la popolazione.
Cercò di vivere la politica come un esercizio di coerenza tra ideali e azione.
Immaginate un Presidente che vende la flotta di Mercedes dello Stato per sostituirla con utilitarie, che vieta ai ministri di viaggiare in prima classe, che vive con uno stipendio modesto e che, nel tempo libero, suona la chitarra in una band.
Non era una trovata mediatica. Era la manifestazione concreta di una convinzione profonda: lo Stato deve servire i cittadini, non essere servito.
Con questa filosofia, in pochi anni Sankara mise in moto un cambiamento senza precedenti.
Tagliò gli sprechi, combatté la corruzione e dirottò le risorse verso ciò che riteneva prioritario: scuole, ospedali, abitazioni popolari e infrastrutture.
Lanciò una delle più grandi campagne di vaccinazione mai realizzate in Africa occidentale, immunizzando oltre due milioni di bambini contro morbillo, meningite e febbre gialla e contribuendo a ridurre significativamente la mortalità infantile.
Promosse inoltre l'emancipazione femminile, nominando donne in posizioni di governo, combattendo i matrimoni forzati e le mutilazioni genitali femminili e incoraggiando una maggiore partecipazione delle donne alla vita pubblica.
Ma forse la sua intuizione più lungimirante fu comprendere che giustizia sociale e giustizia ambientale sono due facce della stessa medaglia.
Mentre il mondo parlava ancora poco di ecologia, mobilitò il Paese nella lotta contro la desertificazione, promuovendo la piantumazione di milioni di alberi nel fragile ecosistema del Sahel.
"Dobbiamo produrre ciò che consumiamo e consumare ciò che produciamo", ripeteva, sostenendo il cotone locale, la produzione nazionale e l'autosufficienza alimentare come strumenti di emancipazione dalla dipendenza economica dall'estero. Allo stesso tempo valorizzò anche l'identità culturale del Burkina Faso, incoraggiando l'uso dei tessuti prodotti localmente e promuovendo un modello di sviluppo fondato sulle risorse e sulle capacità del Paese.
La sua fine racconta quanto quella sfida fosse diventata scomoda.
Sankara entrò in rotta di collisione con numerosi interessi consolidati: le élite locali, private di privilegi e rendite di potere; una parte della comunità internazionale, che guardava con crescente diffidenza alle sue posizioni radicali e alla sua vicinanza politica a Cuba e alla Libia; e la stessa logica del debito internazionale, che egli definiva apertamente una forma di neocolonialismo.
Secondo molti questo insieme di tensioni contribuì al contesto politico che rese possibile il colpo di Stato del 1987. Pagò con la vita la radicalità del suo progetto politico, ma, come spesso accade, le idee sopravvissero al loro autore.
Oggi la sua eredità continua a interrogarci.
Le sue parole sul debito internazionale risuonano ancora nei dibattiti sulla giustizia economica globale. La sua attenzione pionieristica ai temi ambientali sembra anticipare di decenni le riflessioni sulla giustizia climatica. La sua ricerca di un'autonomia economica e culturale rappresenta ancora oggi uno spunto di riflessione in un mondo profondamente globalizzato.
Naturalmente, la sua storia non è un mito da celebrare acriticamente.
Il suo governo presentò anche aspetti autoritari. Limitò il pluralismo politico, represse parte del dissenso e si scontrò duramente con alcuni sindacati in nome dell'unità rivoluzionaria. È un elemento che invita a riflettere su un dilemma sempre attuale: come conciliare la rapidità del cambiamento con la tutela delle libertà individuali? Come evitare che la forza di un ideale si trasformi in dogmatismo?
Eppure il fascino di Sankara resiste.
Resiste perché, in un'epoca in cui la politica è spesso percepita come distante o prigioniera dei privilegi del potere, egli incarnò qualcosa di raro: l'integrità come pratica quotidiana. La coerenza tra il dire e il fare. In un mondo di promesse e narrazioni, erano soprattutto le sue azioni a parlare.
Che cosa ci lascia allora Thomas Sankara?
Non un modello da imitare senza riserve, ma una bussola morale e una serie di domande ancora aperte.
Ci invita innanzitutto a riflettere sulla memoria storica. Ricordare figure come la sua significa restituire all'Africa una storia fatta non soltanto di dominazione e sofferenza, ma anche di coraggio, progettualità e ricerca di alternative.
Ci spinge poi a ripensare il rapporto tra cittadini e istituzioni. La sua lotta contro gli sprechi, la corruzione e i privilegi continua a interrogare ogni democrazia. Oggi gli strumenti della partecipazione e della trasparenza digitale potrebbero contribuire a realizzare, in forme pienamente democratiche, parte di quel progetto di uno Stato realmente al servizio dei cittadini.
Soprattutto, ci ricorda che la sostenibilità non può esistere senza giustizia sociale. Non si può proteggere l'ambiente senza migliorare le condizioni di vita delle persone che lo abitano, così come non si può costruire uno sviluppo duraturo distruggendo gli ecosistemi da cui dipendono le comunità.
Thomas Sankara disse: «Mentre i rivoluzionari come individui possono essere uccisi, non si possono uccidere le idee.»
Quarantatré anni dopo il suo insediamento, la sua idea più potente continua a vivere: che la politica possa essere un servizio, un esercizio di integrità e una scommessa coraggiosa sul futuro comune.
Onorarne la memoria non significa guardare al passato con nostalgia. Significa guardare al presente con lo stesso spirito critico e la stessa capacità di immaginare alternative.
Dov'è l'integrità che possiamo praticare, nel nostro lavoro, nella nostra comunità? Quali privilegi, piccoli o grandi, siamo disposti a mettere in discussione? Come possiamo piantare, ciascuno di noi, il nostro albero per un futuro più giusto e sostenibile?
La "terra degli uomini integri" che Sankara sognava non è soltanto un luogo geografico. È una possibilità.
Una scelta che si rinnova ogni giorno. E quella scelta, oggi, è ancora davanti a noi.
 
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