 |
L'Africa agli africani?
di
Laurent Luboya
De Gaulle a Phnom Penh (1966): profezia visionaria o culmine dell'ipocrisia?
Il 1° settembre 1966, nel pieno della Guerra Fredda, il generale de Gaulle pronunciò a Phnom Penh un discorso ormai celebre. Rivolgendosi a 100.000 persone, denunciò apertamente l'intervento americano in Vietnam, dichiarando:
"Non c'è alcuna possibilità che i popoli dell'Asia si sottomettano al dominio di uno straniero proveniente dall'altra parte del Pacifico [...] a prescindere dalla potenza delle sue armi". Ritirandosi dal comando militare integrato della NATO nello stesso anno e prevedendo l'impasse americana in Asia, de Gaulle si posizionò come paladino del diritto dei popoli all'autodeterminazione e come araldo di una "terza via" indipendente dai due blocchi.
Ma sotto la patina di grandi principi, la Realpolitik ha raggiunto la storia.
Mentre impartiva lezioni a Washington sulla sovranità, la Francia consolidava segretamente la propria sfera d'influenza nell'Africa subsahariana. Sotto la guida di Jacques Foccart, si gettavano le basi della Françafrique:
- Accordi di difesa segreti e interventi militari per mantenere o rovesciare i leader secondo gli interessi di Parigi.
- Controllo economico e monetario tramite il franco CFA e controllo delle risorse strategiche (uranio, petrolio).
- Sovranità confiscata: un divieto di fatto per queste nazioni nascenti di negoziare con altre potenze diplomatiche.
L'arte gollista dell'equilibrio:
Perché questo sorprendente contrasto? Perché il discorso di Phnom Penh non era un manifesto universalista disinteressato, ma uno strumento al servizio della "grandezza" della Francia. De Gaulle sosteneva l'autodeterminazione laddove Parigi non aveva più nulla da perdere (Indocina, abbandonata nel 1954), rifiutando al contempo una vera indipendenza laddove la Francia intendeva mantenere le proprie sfere d'influenza.
Una posizione audace e profetica sulla scena internazionale, ma un pragmatismo profondamente cinico sul continente africano. I successivi leader francesi, da Georges Pompidou a Emmanuel Macron, non si sforzano nemmeno più di celare il loro cinismo dietro una retorica pragmatica. Il loro obiettivo appare unico e inequivocabile: considerare una parte dell'Africa come propria e rimanervi per sempre.
 
Dossier
diritti
|
|