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01 agosto 2026
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Di padre in figlio contro il fascismo
di Roberto Neri

E’ il 1 agosto 1926 e si trova in carcere da quaranta giorni. Non immagina che il suo “marinaretto” morirà di stenti a 27 anni d’età in un penitenziario, perché oppositore del governo, come del resto il papà.

L’ignaro uomo col cappotto, il genitore al centro di questa breve biografia che attraversa ottant’anni cruciali per il nostro Paese, si chiama Odoardo Voccoli, nato nel 1877 dalle parti di Taranto da una famiglia benestante, e nobile per parte di madre, che si impoverisce in seguito. Le ristrettezze obbligano i Voccoli a trasferirsi in città.

Taranto alla fine dell’Ottocento non è ancora capoluogo di una provincia, come avverrà decenni dopo. Rispetto al Mezzogiorno costituisce un’eccezione perché la presenza della base della nostra regia marina, dell’Arsenale, di cantieri navali e del porto, ne fa una specie di città già industriale ma militarizzata, con molte maestranze e una notevole immigrazione.

Finito il liceo classico, Odoardo si impiega come scritturale perché la famiglia non può pagargli l’università. Come altri giovani tarantini della borghesia liberale e anticlericale, alla quale appartengono pure i Voccoli, egli si interessa di due delle novità politiche emerse dalla fine del Risorgimento in poi: anarchia e socialismo.

Sono idee che faticano a fare proseliti in una Taranto dove domina da anni il personalismo di alcuni conservatori dell’èlite cittadina, mentre la masse operaie e i piccoli borghesi vivono di rassegnazione. Ignorando che anche grazie a lui tutto ciò sarà rivoluzionato, Odoardo a 19 anni si iscrive al partito socialista.

Poco dopo vince un concorso da impiegato alle Ferrovie, che lo assegnano a Genova dove si occupa di rapporti con le prime cooperative dei portuali, esperienza che sarà decisiva per il suo futuro. Nel dicembre 1900, dopo l’omicidio del re Umberto I, viene però licenziato perché socialista, e quindi potenziale agitatore.

Tornato a Taranto, inizia a lavorare per il suo partito, il PSI, d’accordo con lo storico suo segretario locale Edoardo Sangiorgio (1866-1930) che ne apprezza le qualità di organizzatore, sindacalista e scrittore. Nel 1903 il venticinquenne Voccoli diventa presidente della cooperativa dei facchini da lui fondata e finisce nel mirino della ditta privata che sfrutta gli scaricatori.

Negli anni Dieci e Venti del secolo scorso Odoardo raggiunge un discreto benessere grazie al lavoro delle cooperative che promuove. Con la compagna Maria Assunta convive in un appartamento della palazzina che ha acquistato e dove nascono i figli Ribelle e Wserdovol (nome di una vittima anarchica della Russia zarista, storpiato dall’anagrafe) il quale morirà in carcere, come detto.

La foto di Voccoli, un bell’uomo di un metro e ottantacinque qui insieme ai due figli piccoli, risale al 1911; poi arrivano le figlie Clara Vera Fede, Libertà, e Vindice Proletaria (“vendetta”). Fonda la Camera socialista del lavoro nel 1904 e l’anno dopo viene arrestato per la prima volta; l’accusa è istigazione allo sciopero.

Sul piano politico il suo partito fa ancora fatica a tradurre in successo elettorale i buoni risultati delle cooperative tarantine; lo stesso dicasi per l’attività dei sindacati che, nonostante la mancanza di unità, riescono ad ottenere migliorie per i lavoratori. La nostra aggressione alla Libia incrementa la militarizzazione di Taranto ma anche l’attività di porto, Arsenale e cantieri, che aumenta con la Grande Guerra.

Voccoli si schiera saldamente con la maggioranza degli italiani e di quasi tutto il PSI contro l’entrata del nostro Paese nel conflitto mondiale. Durante la guerra si reca più volte a Torino per il partito e per incontrare l’amico fraterno Leopoldo Cavallo, sindaco di Latiano, un paese del Brindisino dal quale è dovuto fuggire con la famiglia a causa delle violenze subite dai possidenti terrieri.

Cavallo nell’agosto 1917 viene condannato a qualche mese di galera dal Tribunale militare soltanto per avere manifestato contro la guerra. L’amico Voccoli continua ad aiutarlo, a riprova che il relativo benessere di cui gode a Taranto non lo ha “imborghesito” (non lo sarà mai) né si compromette col potere come accade invece ad alcuni ex compagni.

Finita la guerra, in Puglia si accende un conflitto sociale che sarà di gran lunga il più aspro di tutto il Meridione, e la città di Odoardo Voccoli non è da meno; nel luglio 1919 i moti spontanei contro il caro viveri e l’inflazione costano quattro popolani assassinati dalle forze dell’ordine a Taranto, dove la Prefettura dove chiedere aiuto ad Odoardo e ad un altro sindacalista in auge, Innocente Cicala, ex anarchico, per riportare l’ordine.

Ma la richiesta di una vita meno disumana da parte di una quota crescente di cittadini che si affacciano per la prima volta sulla scena politica, grazie anche al suffragio universale maschile, sposta decisamente a destra la “Taranto che conta”. Ingaggiati i fascisti, la vecchia classe dirigente reagisce; nel novembre 1920 si registra la prima aggressione squadrista ad alcuni operai.

Molte delle armi usate dai fascisti provengono dai depositi della marina militare, che avrà il suo peso nella crescita del movimento in camicia nera.

Oltre a preoccuparsi dei lavoratori minacciati dallo squadrismo, Voccoli nel gennaio 1921 deve pure pensare -forse anche in misura maggiore- a come tenere unito il suo partito. Viene inviato al congresso di Livorno col mandato di respingere ogni secessione interna.

Ma il delegato Voccoli, ammiratore del giovane Umberto Terracini che ha conosciuto durante i viaggi a Torino, ne accetta la visione e abbandona il partito socialista per riunirsi con la “frazione comunista” e fondarne uno proprio. Tornato a Taranto viene accolto con favore dai compagni per avere aderito al neonato partito comunista d’Italia (PCd’I); anche i socialisti della futura provincia, tranne poche sezioni, fanno la stessa scelta.

Nell’avvicinarsi delle elezioni politiche anticipate del 15 maggio 1921 la violenza fascista dilaga anche nel Tarantino; l’8 maggio in città uno squadrista perde la vita nella stessa azione che causa anche la morte di una bambina. Per sfuggire alla rappresaglia delle squadracce Odoardo si rifugia a Torino e così non potrà votare.

Ma se la divisione a sinistra favorisce la tenuta elettorale della coalizione avversaria, che include anche i Fasci di combattimento, la rete cooperativa e sindacale creata da Voccoli conserva ancora per un po’ la propria forza. Dopo la marcia su Roma il primo governo fascista silura migliaia di dipendenti vicini ai partiti d’opposizione; a Taranto la marina militare si adegua e licenzia le maestranze comuniste.

La disoccupazione che ne segue innesca una crisi economica alla quale si aggiungono la persecuzione politica, il sequestro delle sedi dei partiti di sinistra e del sindacato, e l’esproprio delle cooperative. Obbligati ad agire in clandestinità, Odoardo e compagni possono tuttalpiù fare estemporanei lanci di volantini, scrivere sui muri o raggirare la polizia squadrista.

Ad esempio nel maggio 1924, alla vigilia cioè del delitto Matteotti e della definitiva morte di ogni libertà democratica, Voccoli e altri dirigenti comunisti italiani si riuniscono in un albergo di Como fingendosi impiegati fascisti in gita. Al gruppo di oppositori tocca persino intonare inni fascisti per dare più credibilità alla loro messinscena.

La dittatura con le “leggi fascistissime” deliberate cent’anni fa, nel 1926, soffoca ogni spazio a chi non si piega. Odoardo viene arrestato il 20 febbraio, guarda caso nel quinto anniversario del sanguinario assalto squadrista alla Camera del lavoro di Taranto, poi bruciata mesi dopo durante una seconda incursione. L’accusa è “incitamento all’odio di classe”.

Prosciolto dopo alcune settimane in galera, Voccoli deve recarsi a Roma per ritirare il passaporto falso che userà per andare a Lione al congresso dei comunisti italiani, che deve tenersi per forza di cose sul suolo francese. La romanzesca consegna avviene al Colosseo; la compagna Camilla Ravera avvicina Odoardo, lo bacia con passione e intanto gli infila in tasca il documento.

Inutile, perché in Piemonte a causa di una soffiata Voccoli viene arrestato; è la quarta volta, e resta detenuto per quasi due mesi. La quinta volta non se la cava: incarcerato nel giugno 1926 con altri quattro mentre erano riuniti nelle saline fuori Taranto, il capo dei comunisti della città finisce davanti al Tribunale speciale che condanna lui e alcuni compagni a ben dodici anni con la ridicola motivazione che stavano progettando una “rivolta contro i poteri dello Stato”.

Tra gli arrestati c’è anche suo figlio Wserdovol Voccoli, chiamato da tutti “Todol” per brevità; è lo stesso della foto scattata quando aveva tre anni e si agitava davanti all’obiettivo. Adesso Todol è un diciottenne oppositore del regime che dovrà scontare tre anni in una galera diversa da quella assegnata al suo genitore.

Papà Odoardo, dopo una serie di penosi trasferimenti con le catene a polsi e caviglie, a bordo di luridi vagoni per detenuti, finisce a Saluzzo (Cuneo) in una cella minuscola e spoglia. Si stima che alla fine del 1926 un terzo dei comunisti italiani -la forza politica di opposizione che più preoccupa il governo di Mussolini- stia languendo in carcere.

Nel 1928 sappiamo dalle sue lettere che Voccoli prova angoscia per il figlio Todol, il cui carattere indomito gli attira ripetuti pestaggi da parte dei secondini. Sappiamo pure che Maria Assunta, la sua compagna di vita, viene arrestata perché “collaboratrice del Soccorso rosso” di Taranto; si tratta della rete clandestina di aiuto ai perseguitati dal regime.

La quasi cinquantenne madre dei suoi figli finisce in galera a Roma, dove però tre mesi più tardi viene assolta. Intanto la famiglia Voccoli, priva di entrate, è finita sul lastrico; gli inquilini della palazzina in cui abita, incoraggiati dai fascisti tarantini, inoltre non gli pagano più l’affitto in segno di spregio.

Odoardo sopporta, vive il carcere come una prova per la sua rettitudine democratica, studia e scrive; è astioso soltanto coi compagni detenuti che, con motivazioni le più disparate, si piegano al regime e chiedono la grazia, spesso ottenendola. Nel 1932, decennale della marcia su Roma, il governo emana una amnistia. I Voccoli possono tornare a casa.

Ma in quale casa? Odoardo deve svendere le sue proprietà e la famiglia si riduce a vivere in affitto, ricorrendo talvolta al Soccorso rosso. Todol, che ha trascorso più anni del dovuto in galera a causa delle sue intemperanze, adesso deve anche sottostare alla leva militare (due anni); al ritorno viene di nuovo incarcerato ma ormai è sfinito, ha contratto la tubercolosi e si spegne in galera alla fine del 1935.

A suo papà, messo ancora in cella perché, dopo avere ripreso i contatti col PCd’I tarantino è sospettato di diffusione di alcuni suoi scritti nell’Arsenale, non viene permesso di dare a Todol l’ultimo saluto. Le esequie si svolgono comunque imponenti; l’affollatissimo corteo, preceduto da uno striscione di saluto che recita “I tuoi compagni”, rappresenta uno smacco per il fascismo trionfante degli anni Trenta.

Voccoli, scarcerato nell’aprile 1936, viene consigliato dal partito di non agire perché la sua fede politica è troppo nota; resta comunque il principale riferimento, l’esperto, il saggio, l’informato e pragmatico comunista unitario consultato spesso dai compagni più giovani. Intanto la città fruisce di una ripresa economica dovuta alle commesse militari derivate dalle guerra d’Africa.

L’abilità della diffusa opposizione clandestina al regime pare sia difficile da colpire in questi anni di massimo consenso del regime, pur avendo a disposizione dello Stato strumenti vessatori. A Taranto è dunque necessario un rigurgito dello squadrismo fascista, quello di una volta però sempre in uso.

Nel maggio 1937 infatti tornano i pestaggi a sangue; tra le vittime anche Ribelle Voccoli, il figlio maggiore di Odoardo, che viene in seguito condannato a tre anni con altri compagni per “propaganda comunista”. Di questi ultimi ragazzi, due moriranno per maltrattamenti in carcere; uno si chiamava Antonio De Valeriis, faceva l’operaio e aveva soltanto diciassette anni.

In seguito Odoardo trova un impiego stabile; fa i conti per una catena di forni alimentari. Come principale base navale della nostra marina militare, Taranto dal 1939, al tempo dell’invasione dell’Albania, e poco dopo con l’entrata a fianco della Germania nella seconda guerra mondiale, è sempre più strategica per il fascismo che continua ad investire nelle strutture portuali.

Così esposta ma difesa malamente la città subisce il primo bombardamento inglese la sera dell’11 novembre 1940, quando parte della nostra flotta viene distrutta e circa cinquanta abitanti periscono. Di bombe ne cadranno ancora. Vergognosa poi la reazione delle forze dell’ordine e dei fucilieri della regia marina che il 25 luglio 1943 sparano sui tarantini, in festa per l’arresto di Mussolini e il collasso del regime, causando venti morti.

Una settimana dopo l’armistizio dell’8 settembre gli Alleati occupano Taranto e il lavoro del porto registra una ripresa dovuta alla presenza ed alla manutenzione della flotta ex nemica, e alla ricostruzione post bombardamenti. Voccoli, granitico uomo del PCd’I, comunista storico della città, certo, ma autorevole, viene nominato presidente della Provincia; il 2 febbraio 1944 è lui che media tra una folla di tremila operai che hanno occupato la Prefettura e la forza pubblica.

C’è infatti agitazione tra i lavoratori per ottenere innanzitutto cibo, in questi mesi finali della guerra, e Odoardo torna ad essere un riferimento per l’attività sindacale che ferve. Debutta il partito della Democrazia Cristiana (DC), che riscuote un certo successo di adesioni anche tra gli operai, oltre a fare da nuovo contenitore per la destra cittadina e per i sostenitori del passato regime.

Taranto tocca i 180mila abitanti che, chiamati a scegliere al referendum del 2 giugno 1946, votano a maggioranza per la monarchia (38mila voti contro 36mila pro repubblica); la quasi parità fra i due fronti fa di Taranto la città, tra quelle pugliesi, più sfavorevole al re. Infatti ci sono incidenti, e durante una violenta protesta monarchica i marò del battaglione San Marco aprono il fuoco e feriscono trentatré abitanti.

Voccoli nel 1947, alle prime elezioni comunali dopo il fascismo, diventa sindaco, retto da una coalizione di sinistra che deve gestire anni difficili. Quando il governo centrale decide licenziamenti in massa per il Genio Civile, che ha molti dipendenti anche a Taranto dove si registrano tumulti, nella capitale la protesta viene dispersa dalla polizia che fa due vittime.

All’inizio del 1948 l’approssimarsi delle prime elezioni politiche nazionali e la Guerra Fredda vedono attraccare al porto di Taranto una portaerei statunitense con una delle navi al seguito nave carica di truppe da sbarco. Odoardo in quanto sindaco non può opporsi ma protesta per la minaccia alla libertà di voto che per gli abitanti la portaerei rappresenta, e che il suo ammiraglio, nel polemizzare col primo cittadino, di fatto non nega.

Un clamoroso successo della sinistra tarantina il 18 aprile 1948 esce dalle urne. Voccoli, che era in lista per il Senato, raccoglie un robusto consenso personale ed ottiene un prestigioso seggio parlamentare, per il quale opta lasciando libero il posto di sindaco.

In estate le proteste per l’attentato a Togliatti, segretario del PCI, vengono represse in tutta Italia al prezzo di circa 70 morti perlopiù lavoratori, 3.100 arresti e 92.000 fermati. Due i tarantini uccisi. Nelle accese discussioni in Senato spicca poi il pugno che Odoardo, andando una volta tanto sopra le righe, tira a un ex gerarca fascista che purtroppo conosceva bene.

La scazzottata avviene nel marzo 1949 durante il dibattito sulla nostra controversa inclusione nella NATO, imposta e caratterizzata da clausole tuttora segrete. Nei mesi seguenti la deriva reazionaria del governo del Paese causa nella città di Voccoli vari licenziamenti in Arsenale e nei cantieri, anche per motivi politici.

Taranto alle elezioni comunali del 1956 finisce in mano alla coalizione di destra (DC, monarchici e fascisti del Movimento Sociale Italiano) e subito dopo il più forte sindacato presente in Arsenale, ovvero la CGIL, viene estromesso dai militari. Con la nuova amministrazione locale Taranto diventa sede un cospicuo intervento dello Stato per un grande complesso siderurgico.

E intanto Odoardo decide di ritirarsi. Trascorsi due mandati come senatore scrupoloso e retto, nel 1958 non si ripresenta alle elezioni politiche. Mentre Taranto si ingrandisce ancora, e in politica diventa sempre più di destra, e talvolta fascista, si spegne Voccoli nel 1963 a ottantasei anni d’età.

Da un lato ha avuto la fortuna di vivere per un’idea di giustizia sociale, in parte raggiunta, iniziando dall’apostolato di Andrea Costa a fine Ottocento, attraversando due guerre, una dittatura e la complessa ricostruzione del Paese dopo la Liberazione, e arrivando alle soglie del rivoluzionario ’68 quando questo già era nell’aria.

Dall’altro Odoardo Voccoli ha pagato con gli affetti più cari e con le privazioni personali la fedeltà ai propri ideali. Non è stato certo l’unico a percorrere da protagonista tale incredibile e densa parabola storica, ma se per assurdo oggi venisse intervistato potrebbe sempre dire “modestamente, c’ero anch’io”.

(scritto di Roberto Neri; grazie per le notizie al lavoro di Francesco Voccoli e Roberto Nistri “Sovversivi di Taranto. La vita e le battaglie di Odoardo Voccoli, 1877-1963, nella storia del movimento operaio tarantino” edizione “Edit@” Taranto 2020, ristampa)


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