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26 luglio 2026
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"Io non sparo": eroi dell'era nazista
di Rinaldo Battaglia *

“Che l'uomo è grande, l'uomo è vivo, l'uomo non è guerra
Ma i generali gli rispondono che l'uomo è vino
Combatte bene e muore meglio solo quando è pieno”.

'L’uomo combatte meglio solo quando è pieno' cantava nel 1978 Roberto Vecchioni. E, di certo, non intendeva solo il vino e il cordiale (la grappa era troppo costosa) della nostra Grande Guerra, ma tutte le droghe e le anfetamine - tra cui spiccava il ‘Pervitin’ - consumate volenti o nolenti, dalle truppe dei diversi eserciti, nella guerra successiva.

Solo per l’esercito nazista – si pensi - e solo di ‘Pervitin’ la produttrice Temmler ne rilasciava allora ben 833.000 compresse al giorno. Venivano somministrate al naturale, spesso mischiate alla cioccolata. Oppure venivano ‘consegnate’ delle barrette, chiamate “cioccolata dell’aviatore”, che venivano date ai piloti aerei prima di partire verso la Manica. O per i carristi, chiamate “panzer cioccolata” (“Panzerschokolade”), prima degli assalti nelle Ardenne o nell’operazione Barbarossa.

Perché i soldati, ma anche gli ufficiali, dovevano solo ubbidire, combattere e morire per il loro Fuhrer. Ma non solo per il Fuhrer di Berlino. Sembra strano ma anche a guerra finita il tema 'dell’ubbidire, combattere e morire’ senza alcuna rivolta o senza alcuna ribellione – specie se avvenuto a livello individuale – è sempre stato un tabù. In Germania, ma anche nell’Italia fascista.

Si sono accettate le azioni collettive, gli attentati, molto meno le ‘azioni personali’. Pochi giorni fa era il 21 luglio, l’82° anniversario ‘piano Valchiria' quando un gruppo di ufficiali nazisti guidati dal colonnello della Wehrmacht Claus Schenk von Stauffenberg tentò, fallendo, la vita ad Hitler nella cosiddetta ‘Tana del Lupo’. Qui oramai si conoscono le strategie, gli ideali, i motivi di quella ‘insubordinazione’ al potere vigente.

Ma ancora oggi, di molti casi individuali si ha poca voglia di parlarne e solitamente il tutto viene colpito da generale indifferenza o, peggio, negando le altre possibili verità, quelle più scomode al comandamento: ‘il soldato deve solo ubbidire’. Solo ubbidire, combattere e morire per chi lo manda in guerra. Ci sono varie casistiche a supporto di questa tesi. Soprattutto nella Germania nazista. Anche a livello di ufficiali della Wehrmacht. Basti ricordare il caso di Albert Battel e Max Liedtke.

Il Magg. Battel il 26 luglio ‘42 - 84 anni fa - era stanziato a Przemysl, nel sud della Polonia, alle dirette dipendenze del Magg. Max Liedtke. Quando entrambi vennero a sapere, dati i loro ruoli, che le S.S. avrebbero a giorni iniziato una tremenda azione di rastrellamento, cattura e deportazione degli ebrei del ghetto della città, fecero bloccare il ponte sul fiume San, che la attraversava e che era, allora, l’unica via per raggiungere il ghetto. Poi quando le S.S. cercarono di rompere il blocco della Werhmacht, Battel protetto da Liedtke, non esitò un secondo per ordinare ai suoi uomini di sparare se le S.S. non si fossero subito arrestate.

Gli ebrei, spettatori inermi e sorpresi non ci capivano nulla: tedeschi che ordinavano ad altri tedeschi di andarsene dal ghetto, sotto la minaccia delle armi. Non solo. Battel e Liedtke, organizzarono poi l’evacuazione a mezzo camion di almeno 500 ebrei – di più non fu tecnicamente possibile – portandoli dentro la caserma e nascondendoli negli scantinati.

Come andò a finire dopo la resa della Germania nazista? Il magg. Battel dapprima nel 1943 venne cacciato dall’esercito, con motivazioni di salute. Ritornò nella sua città natale, Breslau, ma venne poi fatto prigioniero dai Russi al loro arrivo. A guerra finita venne liberato, ma per i suoi trascorsi di ufficiale nazista, non potè più esercitare la sua professione di avvocato. Morirà poco dopo nel 1952, ancora tra il silenzio totale.

Il magg. Max Liedtke, dopo il ‘caso’ del ghetto di Przemyśl venne sostituito e mandato sul Caucaso, da dove difficilmente si ritornava. Venne fatto prigioniero dai Russi a Bornholm, ad inizio ‘45, condannato per presunti crimini di guerra commessi in Unione Sovietica e – risulterebbe - deceduto in carcere nel 1955.

La Germania si dimenticò di entrambi, del loro eroismo, del loro esser stati ‘uomini’, di aver disubbidito agli ordini superiori perché erano ordini criminali. Il loro nome è tornato vivo, dopo decenni, solo grazie alle azioni di alcuni sopravvissuti e allo storico israeliano, l’avv. Zeev Goshen (che riuscirono a documentare il tutto, malgrado la carenza di atti ufficiali) e facendo sì che, il 22 gennaio 1981, Yad Vashem riconoscesse Albert Battel e, il 24 giugno 1993, Max Liedtke come ‘Giusti tra le nazioni’.

Ma in Germania ancora oggi quei due ufficiali restano ‘scomodi’. Malgrado tutto.

Peggio ancora ad un semplice ragazzo tedesco, chiamato nella Luftwaffe a difesa dell’Olanda occupata e oramai indifendibile dagli attacchi alleati. Si chiamava Karl-Heinz Rosch, era nato nel novembre 1926 e cresciuto nella propaganda di Hitler. A fine ottobre ’44 era attestato coi suoi, dentro ad una fattoria in terra d’Olanda a Goirle. I tedeschi erano messi male, quasi in fuga, con poche, pochissime munizioni. Nella fattoria di Goirle cominciarono ad arrivare ad un certo punto i colpi dell’artiglieria alleata in forte avanzata. Karl-Heinz si accorse in quel momento che due bambini, probabilmente figli dei contadini, stavano ugualmente giocando all’aperto, nel cortile, e proprio nella zona in cui erano diretti di certo i colpi degli Americani.

Non ci pensò due volte: lasciò il suo riparo e corse verso i bambini. Arrivato, abbandonò il fucile, li prese sottobraccio e li portò al sicuro in cantina. Era però un soldato. Ritornò subito, dopo aver salvato i bambini ‘del nemico’, per riprendersi il fucile ma venne colpito da una granata proprio nel luogo in cui aveva lasciato l’arma e dove prima i due bambini giocavano. Morì all’istante. Aveva solo 17 anni, solo tre giorni dopo avrebbe raggiunto i 18 anni.

Nessuno disse mai nulla. Karl-Heinz Rosch era un nazista per le autorità olandesi, per i tedeschi solo un morto in guerra. Uno dei tanti, uno dei 5.318.000 militari non più tornati a casa. Ma a Goirle raccontavano dell’altro e per anni nessuno ascoltò quelle voci. Solo nel 2008 – 64 anni dopo - un giornale olandese del luogo, riprese quella vicenda e dette al giovane soldato tedesco la giusta pubblicità. Ma, ancora, non senza difficoltà.

Le autorità olandesi si rifiutarono addirittura di finanziare un riconoscimento pubblico, a mezzo una targa commemorativa. Dalla Germania silenzio assoluto. Ma dove non arriva la politica, schiava dei pregiudizi e del passato, ci arriva il cuore dell’uomo comune. Venne attivata una raccolta fondi e non solo si arrivò alla targa ma si andò oltre. Venne finanziata e costruita una statua del giovane, dimenticato perché ‘nemico’ per l’Olanda Istituzionale o perché, per la Germania, forse non ligio al comandamento: ‘il soldato deve solo ubbidire, combattere e morire per chi lo manda in guerra”. Venne finanziata, costruita e posta sul terreno di un privato, non terreno pubblico, quasi a disprezzo dei silenzi della politica. Pochi giorni fa era il 21 luglio.

Tre anni prima, nel 1941, e il giorno prima che Claus Schenk von Stauffenberg e i suoi ‘congiurati’ fossero fucilati, anche un altro soldato tedesco venne fucilato. Per altri motivi, ovviamente. Anche perchè nel 1941 eravamo nel momento ‘vincente’ del nazismo e di Hitler, quando tutto girava alla perfezione e l’obiettivo di Mosca – l’operazione Barbarossa era appena iniziata – stava all’orizzonte, tanto da convincere il nostro Duce a non restare alla finestra ma mandare in poco tempo i suoi 229.005 uomini a morire per lui.

Quel soldato era della 714ª Divisione di fanteria della Wehrmacht, di stanza nella Serbia occupata, dopo l’invasione nazifascista del 6 aprile 1941 e si chiamava Josef Schultz. Anzi all’anagrafe di Barmen o, meglio, del capoluogo Wuppertal, risultava col nome di Joseph proprio come quel Paul Joseph Goebbels, anche lui nativo di quelle terre della Renania Settentrionale-Vestfalia. E ben più, purtroppo, famoso. E che di quel comandamento: ‘il soldato deve solo ubbidire, combattere e morire per chi lo manda in guerra” ne è stato un grande ispiratore e cantore. Come che di quei 5.318.000 militari tedeschi morti nella Seconda Guerra Mondiale (oltre ad altri 2.100.000 civili) ne è stato una grande causa.

Nel luglio 1941 Joseph Schultz risulta fosse di servizio come caporale a Smederevka Palanka, nei dintorni di Smederevo, a sud-est di Belgrado e agli ordini del generale Friedrich Stahl. Si racconta che in quella zona il giorno 19 vi sia stato un tremendo combattimento tra gli invasori nazisti e i partigiani locali, con morti da entrambe le parti. Erano le prime azioni di resistenza agli invasori nazifascisti, nella ex-Jugoslavia e in Europa. Il giorno dopo, il 20 luglio, un alto ufficiale della Wehmacht anche per ‘insegnare’ le leggi del padrone tedesco, volle fucilare 15 uomini, proprio all'interno della caserma di Smederevska Palanka. Erano serbi, probabilmente partigiani, rastrellati o catturati in quei giorni.

Venne costituito il plotone di esecuzione della Wehrmacht, come da prassi, e tra i prescelti vi era anche il caporale Joseph Schultz. Ma quando tutto era pronto: da un lato sul muro i 16 candidati alla morte e dall’altro a sparare i sicari nazisti, Joseph Schultz si fermò e chiaramente disse ai suoi superiori: “Io non sparo”.

Inizialmente gli altri non capirono e il kommandant li ripeté l’ordine con una secca alternativa: o fucili o sarai fucilato, o ti metti tra il plotone di esecuzione e uccidi o passi dall’altra parte e sarai ucciso. Inconcepibile per i comandamenti nazisti quel rifiuto, inconcepibile per il credo nazista col mondo oramai sotto ai piedi. Inconcepibile.

“Io non sparo” ancora la risposta. E pertanto il giovane Joseph, ragazzo tedesco di 21 anni, posato il suo fucile si mise tra gli altri destinati alla morte. Si racconta che una fotografia della Wehrmacht abbia fermato con uno scatto quel momento e quella scelta. E pochi secondi dopo i corpi degli uccisi furono 17.

Per il kommandant della 714ª Divisione non deve essere stato facile gestire, poi, il rapporto coi suoi superiori. Poteva esser giudicato un atto di tradimento o, peggio, viltà: termini che non dovevano esistere nel vocabolario del nazismo. Il solo pubblicizzare la scelta del caporale Joseph Schultz sarebbe stato un’offesa al Fuhrer e al Terzo Reich. Quel rifiuto avrebbe potuto arrecare discreto anche ai suoi superiori. Meglio tacitare. E così si bloccarono certe voci scomode sul nascere e si registrò la fine del militare Joseph Schultz come ‘ucciso dai nemici nella battaglia del giorno 19’. Uno dei tanti. Uno dei milioni di tedeschi che per il Fuhrer al motto di “il soldato deve solo ubbidire, combattere e morire per chi lo manda in guerra” ha sacrificato la propria unica vita.

Come la guerra poi proseguì e soprattutto finì è storia nota. E quel suono “Io non sparo” prese accenti diversi.

In Serbia e meglio ancora prima nella vecchia Jugoslavia, si cominciò a ricordare quella vicenda. Veniva tramandata quasi da persona a persona affinché ne restasse traccia. Come fosse leggenda. Perché i serbi quel giorno furono colpiti dalla dignità di quell’uomo – il soldato veniva dopo, quello era un uomo, non un soldato nemico ed invasore – furono colpiti e quella voce cominciò a girare anche nei libri di scuola ai tempi di Tito. Addirittura, nel 1973 venne realizzato dalla Yugoslav Zastava Films un cortometraggio dal titolo semplice ma facile da memorizzare “Joseph Schultz “, che ebbe buona pubblicità (fu distribuito peraltro anche negli USA e Canada).

Ma se questa era la visione jugoslava, la ‘verità’ serba, così non fu per la Germania, anche oltre 30 anni dopo. Secondo i documenti del 'Bundesarchiv tedesco' il caporale Joseph Schultz era morto combattendo in operazioni militari il 19 luglio 1941. Nulla di più, nulla di meno. Nessuna nota, nessuna verifica ulteriore. Eppure, eppure appena liberata dai tedeschi quella zona, già agli inizi del 45, quando si riesumarono i corpi dalla fossa comune dove i 17 fucilati erano stati sepolti, si racconta che un testimone oculare dichiarò più volte “che furono recuperati anche resti di equipaggiamento militare attribuito a un soldato tedesco”. Ma la targhetta identificativa non venne mai trovata. Forse - perché no? - fatta sparire da chi ordinò quella fucilazione.

Poi due anni dopo, nel 1947, in pieno clima patriottico e di valorizzazione della lotta vittoriosa contro gli invasori tedeschi e italiani (il 10 febbraio 1947 è il giorno in cui l’Italia venne condannata a Parigi, per i danni e i crimini commessi in terra slava, a pagare come risarcimento di quanto provocato, 125 milioni di dollari alla Jugoslavia di Tito) nel luogo della fucilazione venne eretto un monumento commemorativo per le 17 vittime.

E quel 17° fucilato fu identificato, dapprima, come una vittima croata con un nome di battesimo che suonava tedesco, Marsel Mezic. Era il tempo in cui si cercava di unire le anime croate sconfitte (prima legate al regime ustasha fascista di Ante Pavelic) con quelle vincenti serbe, e ogni occasione era cercata e – volendo – strumentalizzata.

Anni dopo – passato quel momento di ‘quasi amore’ e dopo la guerra tra Croazia e Serbia – si cambiò opinione. Non era più comodo che fosse croato o che un croato fosse morto assieme a dei serbi. E in un secondo memoriale, eretto sempre sul luogo dell'esecuzione a Palanka, il nome di Schulz è ora presente assieme a quello delle sedici vittime serbe. Dando così ragione ai ‘racconti’ del posto: "quel corpo risultava per loro quello di un soldato tedesco, giustiziato insieme ai partigiani per essersi rifiutato di prendere parte alle esecuzioni". Così nel 2002 recitava lo storico Carl Bethke in "Der Fall Schulz (Il caso Schulz)" Das Bild des deutschen Widerstandes gegen Hitler In (ex-) Jugoslawien pp. 10–12.

E in Germania? Già nel 1961 e poi nel 1966 due settimanali della Germania Occidentale, quali 'Neue Illustrierte' e 'Quick', avevano pubblicato alcune fotografie della guerra nazista datate 20 luglio 1941 e, tra queste, quella “che mostrava un'esecuzione e, probabilmente, un soldato tedesco senza elmetto e cintura che camminava verso la linea delle vittime”. Erano state “scattate da unità della Wehrmacht, sviluppate da un abitante di Palanka e lasciate indietro quando l'unità fu trasferita sul fronte orientale”.

Pochi anni dopo Wilderich Freiherr Ostman von der Leye, un membro del Bundestag della Germania occidentale, identificò quel soldato proprio come Josef Schulz (allora non Joseph). Aveva avuto certezze in merito grazie al diario di memorie del comandante della 714a divisione di fanteria, Friedrich Stahl, fatto confermatogli direttamente dal figlio di questi.

La vicenda ebbe un certo scalpore e nel 1972 il fratello di Joseph, Walter Schulz si recò di persona in Jugoslavia e nella zona di Smederevka Palanka raccolse dirette testimonianze e fu convinto che veramente quel tedesco fosse stato il fratello. Erano passati 31 anni da quel “Io non sparo” e le memorie delle persone locali erano ancora forti e vive.

L’anno successivo, nel 1973 un giornalista del giornale jugoslavo 'Politika' volle incontrare in Germania Walter Schulz, perché da loro ricerche avevano scoperto che Josef Schulz non aveva solamente detto “Io non sparo” quel giorno, ma che era già da tempo un oppositore del nazismo e faceva parte attiva di un gruppo clandestino che operava contro il regime. E quel giornalista portava anche la testimonianza di un allora ragazzo jugoslavo, quale Zvonimr Janković, che da tempo confermava di aver visto, in quel preciso momento di guerra, un ufficiale tedesco della Wehrmacht “discutere furiosamente con un tedesco senza insegne sulla sua uniforme”. E quel tedesco sarebbe stato proprio quello che qualche giorno dopo venne fucilato, assieme ai 16 serbi.

La notizia provocò non pochi malumori tra i reduci della Wehrmacht e/o ex-commilitoni di Joseph Schulz. Non si poteva ‘intaccare’ la Wehrmacht! Anche dopo 27/28 anni dalla sconfitta del nazismo. Intaccare poi cosa?

Molti negarono che la persona nella fotografia fosse Schulz. E si rifecero ad un rapporto, datato 1972, 'dell'Ufficio centrale dell'amministrazione giudiziaria statale' per le indagini sui crimini nazisti di Ludwigsburg (Germania) che arrivò a completamente escludere che quel soldato fosse Schulz. Il personale dell'ufficio di Ludwigsburg e dall'Archivio militare di Friburgo avevano confermato che i documenti in loro possesso o da loro verificati accertavano che “Josef Schulz fu ucciso già il 19 luglio 1941, durante uno scontro con i partigiani e che fu segnalato morto al comando dell'esercito il 20 luglio alle 2:00 del mattino, con un avviso inviato successivamente ai parenti.”

In altre parole, la vicenda di Joseph Schultz e di quel suo “Io non sparo” era e rimaneva solo un racconto di guerra, usato dalla propaganda nemica per incitare i propri uomini alla lotta. Una strumentale vicenda straniera in altre parole.

Ma non tutti in Germania ne sono convinti, pur nel silenzio e nell’indifferenza della questione. Ufficialmente, infatti, alcune visite e alcune partecipazioni degli ambasciatori tedeschi a Belgrado (ad esempio quella di Horst Grabert nel 1981 e di Wilfried Gruber nel 1997), alle cerimonie pubbliche a Palanka del 21 luglio, lasciano capire che probabilmente quel soldato fosse veramente Joseph Schulz. E - se vogliamo dirla tutta - che quel suo “Io non sparo” fosse, e sia anche oggi e ancora oggi, un messaggio forte contro chi crede e vive sul comandamento che ‘il soldato deve solo ubbidire, combattere e morire per chi lo manda in guerra”.

Forse anche in questo 2026, anno dei signori della guerra, con un 5% di PIL destinato alla difesa e/o alla guerra preventiva, con due guerre, in Europa o sui confini dell'Europa, così diverse ma fortemente presenti ed assassine, quel motto “Io non sparo” vale molto più di tante aride parole. Io non sparo. E il caporale Joseph Schultz divenne il 17° dei fucilati.

26 luglio 2026 – 85 anni dopo - liberamente tratto dal mio 'Mi chiamo fuori' - Amazon - 2025

* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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