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Sullo spirito dei tempi
di Andrea Zhok *
Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte è un olandese, membro del partito liberale, che negli ultimi tempi si è distinto per uno stile politico e comunicativo peculiare.
È un europeo che si congratula con sé stesso quando proclama che "Gli ordini bellici degli alleati Nato danno lavoro a 200mila statunitensi", non vedendo in ciò niente di strano.
È uno che vi spiega compunto quanto “sia giusto che il supporto chiave dagli Stati Uniti all'Ucraina sia pagato dai canadesi e dagli europei.”
È uno che quando gli chiedono conto delle guerre offensive della Nato in Libia e in Iraq non fa un plissé e assicura tutti sorridente che “la NATO è qui per difendere.”
È uno che chiama Donald Trump “papino” (Daddy) e che si addolora sinceramente quando deve riportargli, con voce sommessa, che alcuni stati europei non si sono sdraiati nel supporto ai bombardamenti americani sull’Iran: "So che ci sono stati casi isolati dei quali sei davvero deluso."
Rutte è in effetti una figura dello spirito. Rutte è uno che fa sembrare il mitico geometra Calboni un campione di dignità.
Con quella faccia che trasuda mediocrità, con quell’eloquio untuoso e spiaggiato, con l’assoluta serenità con cui si accuccia e si dedica con vigore a compiacere il padrone, è l’emblema di qualcosa di profondo nelle odierne classi dirigenti occidentali.
Noi siamo nati e cresciuti con un immaginario nutrito da personalità storiche di cui riconoscevamo la fermezza dei principi, magari principi altamente discutibili, magari principi distruttivi, e tuttavia principi, posizioni ideali cui nessuno poteva negare una (talvolta tragica, talvolta odiosa) dignità.
Che si parli di Fidel Castro o di Mao Tse Tung, di Adolf Hitler o di Winston Churchill, di Togliatti o di De Gasperi, di Che Guevara o di Garibaldi, ecc. ci si poteva azzannare sulle idee di cui erano portatori, odiarle o amarle, ma nessuno dubitava che fossero tutti personaggi dotati di una spina dorsale, di una volontà, di una coerenza.
Spesso ci sono state presentate le epoche passate, in cui prevalevano forme monarchiche o imperiali, come ordinamenti che favorivano l’adulazione dei cortigiani e con ciò impedivano il riconoscimento del merito.
Al contrario, ci siamo rappresentati la modernità liberale come il luogo dove finalmente l’individuo con la sua dignità, il suo pensiero, le sue idee, la sua capacità di innovazione poteva farsi strada e trovare riconoscimento.
Ecco, la schietta verità, verità incarnata in modo esemplare da una figura come l’attuale Segretario della Nato, è che il nuovo sistema di potere che il liberalismo ha portato alla luce ha incoronato e immortalato una nuova deflagrante forma di SERVILISMO.
Questo sistema di potere, non aristocratico, ma plutocratico, ha modellato la società sull’idea che servire bene il pilota automatico del sistema è, per definizione, bene. Perciò delle idee, delle personalità, della coerenza, del rigore non interessa più niente a nessuno; sono atavismi, residui di epoche passate.
La qualità che viene oggi più ampiamente riconosciuta, più premiata, più accreditata, nelle aziende private come nelle istituzioni accademiche, nei partiti politici come negli uffici pubblici, è esattamente questa, il servilismo.
In prima istanza ad essere coltivata è innanzitutto la virtù di essere un buon ingranaggio, una leva, un servo-sterzo che si adegua a tutto senza alzare la testa.
In seconda istanza, per i più brillanti e promettenti, per i più “proattivi”, si persegue lo schietto talento prostitutivo, la capacità di “venire incontro ai desideri” del capo, del cliente, di chiunque abbia un qualche potere.
Un simile sistema, ovviamente, non produce più niente di nuovo, niente di originale, niente di significativo, in nessun campo (e se lo fa, si tratta di un incidente che viene messo sotto il tappeto).
E intanto noi continuiamo a vivere nella paradossale illusione di essere la civiltà del merito, dell’individuo, dell’originalità, mentre abbiamo trasformato la grande civiltà che fu in un immenso pollaio di venditori di fuffa, escort, quaquaraquà che come lo metti sta, leccaculo assortiti, e Rutte.
* Professore associato di Filosofia morale presso Università degli Studi di Milano
 
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