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08 luglio 2026
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Ricerca militare solleva questioni etiche
di Giuseppe Franco Arguto

Questo post non è destinato solo a docenti, studenti, tecnici e ricercatori, ma data la sensibilità dell'argomento, investimenti di fondi pubblici nelle università, dove si intrecciano programmi di ricerca e studio per il comparto "difesa", ritengo sia importante che chiunque ne sia al corrente.

Dunque: cento docenti e dottorandi della Università della Sapienza di Roma hanno chiesto ai candidati alla carica di rettore di interrompere la ricerca militare negli atenei.

Così come è formulata, l'istanza sembra una cosa semplice, ma nel complesso la questione non lo è, perché la ricerca militare non consiste soltanto nella progettazione di armi, bensì può riguardare la medicina, l’ingegneria, l’intelligenza artificiale, la robotica, le telecomunicazioni, e molte tecnologie hanno un doppio uso, potendo servire in ambito civile ed essere, nello stesso tempo, impiegate in guerra.

È proprio qui che nasce il problema, perché dire che una conoscenza può avere anche applicazioni civili non basta a renderla politicamente neutrale; occorre chiedersi chi la finanzia, chi la commissiona e dentro quale sistema verrà utilizzata.

La Sapienza ha ricevuto finanziamenti pubblici dal Ministero della Difesa per progetti di ricerca, ha partecipato a programmi riconducibili alla ricerca militare e ha avuto collaborazioni con soggetti dell’industria della difesa; questo non significa che nei suoi laboratori si costruiscano bombe, ma significa che la domanda posta dai docenti non nasce dal nulla.

È troppo facile invocare la libertà della scienza soltanto quando qualcuno chiede conto dei suoi rapporti con il potere, perché la ricerca ha bisogno di finanziamenti e chi decide quali progetti finanziare contribuisce anche a stabilire quali conoscenze verranno sviluppate; non occorre impartire ordini agli scienziati, è sufficiente decidere quali domande riceveranno milioni di euro e quali resteranno senza laboratorio.

Pertanto, la questione non è se la scienza debba essere libera, perché deve esserlo; la domanda è un’altra: libera da chi, finanziata da chi e destinata a quale uso?

Non ogni ricerca finanziata dalla Difesa produce guerra, sostenerlo sarebbe falso; ma è altrettanto falso fingere che il finanziatore, il committente e la destinazione finale siano dettagli irrilevanti.

La conoscenza non è colpevole per natura, ma non è neppure innocente per definizione, e un’università pubblica dovrebbe interrogarsi non soltanto su ciò che è possibile conoscere, ma anche su ciò che sceglie di rendere possibile.


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