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Attentato a Ranucci: a volte ritornano
di Raffaele Florio
Ci sono personaggi della Seconda Repubblica che ritenevamo ormai estinti, o quantomeno confinati nei cassetti più polverosi degli archivi giudiziari, e che invece – miracoli del Bengodi italiano – ritornano a zompettare allegri sulle prime pagine dei giornali.
L’ultimo, in ordine di tempo, è il mitologico Valter Lavitola. Ve lo ricordate? Già editore-direttore del redivivo Avanti! (un bollettino di ricatti stampato coi soldi pubblici), già postino dei dossieraggi caraibici contro i nemici del Cavaliere, già condannato definitivo per aver tentato di estorcere quattrini persino al suo dante causa Silvio Berlusconi, che pure lo trattava come un viceré spedendolo a fare pasticci diplomatici a Panama sui voli di Stato.
Ebbene, il Nostro è tornato. E non per una multa per divieto di sosta. La Direzione Distrettuale Antimafia di Roma lo ha iscritto nel registro degli indagati con un’accusa da far tremare i polsi: sarebbe il mandante dell’attentato dinamitardo che nell'ottobre scorso ha sventrato l’ingresso della casa di Sigfrido Ranucci, conduttore di Report.
Sia chiaro: Lavitola è innocente fino a prova contraria, terzo grado di giudizio e firma del Presidente della Repubblica. Siamo garantisti, noi, mica come i fustigatori da tastiera. Ma le accuse messe nero su bianco dai magistrati descrivono uno scenario che, se confermato, va ben oltre il folklore del faccendierato a cui questo Paese si è assuefatto.
Si parla di detenzione di esplosivi, minacce, danneggiamenti e – per non farsi mancare nulla nel menù della casa – l’aggravante del metodo mafioso.
Quattro presunti esecutori materiali sono già finiti al fresco, e ora i Carabinieri hanno rivoltato come un calzino i telefoni e i computer di Lavitola per cercare le prove del nove.
Il movente? Roba vecchia, dicono le carte: vendette trasversali legate alle inchieste giornalistiche che Ranucci e la sua squadra gli hanno dedicato negli anni. Perché in Italia il giornalismo d'inchiesta serio lo si paga così: non con le smentite, non con le querele (che si perdono), ma con le bombe carta sotto le finestre.
Ciò che disgusta, in questa ennesima melma che risale a galla, non è solo la caratura del personaggio – che ha passato la vita a muoversi nelle zone d’ombra tra la politica e la criminalità – ma il contesto in cui tutto questo avviene. Viviamo in un Paese in cui la scorta a un giornalista scomodo viene regolarmente messa in discussione dai politici di turno, mentre i "Lavitola" di ieri e di oggi continuano a muoversi indisturbati nei corridoi che contano, convinti che un'inchiesta giornalistica sia un torto da lavare col tritolo.
Vedremo cosa diranno i processi. Nel frattempo, resta il quadro plastico di un’Italia che non riesce a liberarsi dei suoi fantasmi peggiori.
Pensavamo che la stagione dei dossier, delle minacce e dei viceré berlusconiani fosse finita in soffitta. Ci sbagliavamo: era solo in sala d'attesa, pronta a riesplodere. Letteralmente.
 
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