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06 luglio 2026
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Operazione Phoenix - terza parte
di Emma Buonvino

Operazione Phoenix - Capitolo 3: I metodi operativi dell'Operazione Phoenix: la guerra nell'ombra

L'Operazione Phoenix non fu una battaglia combattuta con carri armati o grandi offensive. Fu una guerra invisibile, combattuta nell'ombra, fatta di informazioni, infiltrazioni, arresti, interrogatori e uccisioni mirate.

L'obiettivo ufficiale era "neutralizzare" l'infrastruttura politica del Fronte Nazionale di Liberazione del Vietnam (Viet Cong). Il termine "neutralizzare", tuttavia, era volutamente ambiguo. Nei documenti operativi poteva significare arrestare una persona, convincerla a disertare oppure eliminarla fisicamente.

L'intero sistema si fondava sulla raccolta di informazioni. Migliaia di informatori, alcuni volontari e molti altri costretti con minacce o denaro, alimentavano enormi archivi contenenti nomi, fotografie, legami familiari, spostamenti e presunte appartenenze politiche.

Le liste dei sospetti crescevano rapidamente. In un contesto di guerra civile, dove le rivalità personali erano frequenti, bastava una denuncia falsa per trasformare un contadino, un insegnante o un funzionario locale in un presunto collaboratore della guerriglia.

Una volta identificato il bersaglio, entravano in azione le Province Reconnaissance Units (PRU), squadre speciali addestrate e finanziate dalla CIA. Operavano prevalentemente di notte, con incursioni improvvise nei villaggi. Gli arresti erano spesso accompagnati da violenza e intimidazioni verso l'intera popolazione.

Gli interrogatori rappresentavano uno degli aspetti più controversi del programma. Numerose testimonianze raccolte nel corso degli anni descrivono l'impiego sistematico di torture fisiche e psicologiche per ottenere informazioni. Le tecniche variavano dalle percosse alle scariche elettriche, dalla privazione del sonno alle minacce contro i familiari.

Molti detenuti non venivano mai formalmente incriminati né sottoposti a processo. La distinzione tra combattente e civile, principio fondamentale del diritto internazionale umanitario, risultava spesso cancellata dalla logica della controinsurrezione.

Secondo le stime più accreditate, decine di migliaia di persone furono uccise, arrestate o costrette alla diserzione nell'ambito dell'Operazione Phoenix. Rimane però aperto il dibattito sul numero di vittime innocenti coinvolte, poiché i criteri di identificazione erano spesso poco affidabili.

L'efficacia militare del programma continua ancora oggi a dividere gli storici. Alcuni sostengono che contribuì a indebolire la rete clandestina vietcong. Altri ritengono che la brutalità delle operazioni abbia rafforzato il sostegno popolare alla guerriglia, alimentando un ciclo di violenza sempre più difficile da interrompere.

L'Operazione Phoenix lasciò un'eredità destinata a influenzare molte campagne di controinsurrezione successive. Tecniche basate sulla sorveglianza capillare, sull'eliminazione selettiva dei sospetti e sull'integrazione tra intelligence e operazioni speciali sarebbero riapparse, con modalità differenti, in altri teatri di guerra.

Per comprendere i conflitti contemporanei è quindi indispensabile studiare Phoenix non come un episodio isolato, ma come un modello operativo che ha segnato profondamente la storia delle guerre moderne.


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