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CEDU condanna l'Italia per caso di violenza su compagna e figli
di Rita Guma *
Una sentenza di condanna che farà scuola indirizzando le decisioni italiane sui casi di minori contesi in famiglie dove si agisce violenza è stata emessa il 2 luglio dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo a carico dell'Italia.
Il caso riguardava l'omissione da parte delle autorità nazionali di affrontare e valutare adeguatamente le denunce di violenza domestica (quindi giustizia penale) e la gestione dei minori vittime di violenza paterna (quindi giustizia minorile). I ricorrenti erano una madre e i suoi due figli.
La coppia era costituita da francesi residenti in Italia e la donna, che indicheremo come U, aveva presentato denuncia alla polizia contro il padre dei suoi figli ed ex convivente, sostenendo che, durante la loro relazione, questi si era comportato in modo violento nei suoi confronti e nei confronti dei figli, sia fisicamente che psicologicamente. Lei e i suoi figli erano stati collocati in un centro di accoglienza.
La Corte ha ritenuto che il procedimento contro il presunto (non è stata emessa ancora una sentenza di condanna penal) autore delle violenze non avesse soddisfatto i requisiti di un'indagine rapida, approfondita ed efficace, come previsto invece dalla Convenzione dei diritti dell'uomo. Inoltre, le osservazioni sessiste e stereotipate del pubblico ministero in tribunale (ad es. sull'uomo che deve vincere la resistenza della moglie per aver un rapporto sessuale) avevano ulteriormente vittimizzato la ricorrente.
Il Tribunale per i minorenni aveva impiegato più di tre anni per emettere una sentenza definitiva che ordinava la revoca della responsabilità genitoriale del presunto autore del reato. Le decisioni del tribunale erano state scarse e avevano completamente ignorato le accuse di violenza domestica.
Mantenendo i ricorrenti nel centro di accoglienza per oltre tre anni, le autorità hanno violato l'obbligo di adottare misure proporzionate e di effettuare, in modo continuativo, una valutazione dell'adeguatezza e della proporzionalità di tali misure. Inoltre, un soggiorno di oltre tre anni nel centro di accoglienza aveva comportato conseguenze significative per il benessere psicologico e fisico dei bambini e li aveva sottoposti a una grave limitazione dei loro diritti e libertà fondamentali.
La Corte ha stabilito quindi, all'unanimità, che vi è stata una violazione degli articoli 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) e 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione europea dei diritti dell'uomo in relazione alle denunce di violenza domestica.
La Corte ha inoltre stabilito, all'unanimità, che vi era stata una violazione dell'articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) a causa dell'inerzia del Tribunale per i minorenni in merito alla questione dell'affidamento e al continuo collocamento della famiglia in un centro di accoglienza.
Quanto al pubblico ministero italiano, che aveva definito uno "scherzo di cattivo gusto" un incidente denunciato dalla donna secondo cui il compagno le aveva puntato un coltello alla gola, minimizzando la circostanza e affermando che era difficile dimostrare che l'uomo fosse a conoscenza della mancanza di consenso della compagna al rapporto sessuale, considerando "normale che gli uomini debbano superare un livello minimo di resistenza che ogni donna tende a mostrare quando è stanca della vita quotidiana e un uomo fa delle avances sessuali", la Corte ha ritenuto che tali motivazioni riflettessero una cultura sessista e stereotipata.
Tale osservazione della Corte è stata fatta richiamando le preoccupazioni espresse in una relazione del GREVIO (Gruppo di esperti per l'azione contro la violenza sulle donne e la violenza domestica) secondo cui tali stereotipi potrebbero portare le vittime di violenza domestica a subire un'ulteriore vittimizzazione (secondaria) in tribunale.
In ogni caso, a seguito delle obiezioni della donna la richiesta del pubblico ministero era poi stata respinta e sono state ordinate ulteriori indagini. Tuttavia - ha notato la Corte europea - non sembra che ad oggi si sia tenuta un'udienza.
Pet la Corte, quindi, le autorità italiane non sono riuscite a riconoscere le complesse dinamiche della violenza domestica e
non hanno fornito una risposta proporzionata alla gravità dei fatti denunciati dalla signora U. e dai bambini. Vi è stata pertanto una violazione degli articoli 3 e 8 in relazione alle loro denunce di violenza domestica.
Parallelamente alla denuncia penale, la signora U. si è rivolta al Tribunale dei Minori nel maggio 2021 chiedendo
l'affidamento esclusivo dei figli, l'autorizzazione a lasciare l'Italia, la revoca della responsabilità genitoriale del nonno
e il mantenimento per i figli. Il Tribunale dei Minori ha impiegato più di tre anni per emettere una decisione definitiva
che disponeva la revoca della responsabilità genitoriale del nonno e non sembra che le altre richieste della signora U. siano state ancora accolte.
Le decisioni del Tribunale dei Minori, redatte utilizzando un modello prestampato, non avevano minimamente affrontato le accuse di violenza domestica né le dichiarazioni rese dalla signora e dai due bambini in merito alla condotta violenta subita. Il Tribunale ha ritenuto che il "totale disinteresse delle autorità nei confronti delle accuse avesse intensificato e prolungato la sofferenza della donna, rafforzando la sua convinzione che la violenza subita sarebbe rimasta impunita". Il Tribunale ha sottolineato la necessità di valutare espressamente le accuse di violenza domestica, la loro credibilità e fondatezza, nonché la compatibilità della condotta in questione con i diritti di affidamento e di visita. Nessuna di queste considerazioni era stata presa in esame nelle motivazioni delle decisioni adottate.
In conclusione, la Corte ha stabilito che l'Italia debba corrispondere ai ricorrenti (la donna e i due minori) 15.000 euro ciascuno a titolo di danni non patrimoniali e 15.000 euro complessivamente a titolo di spese processuali.
* Presidente Osservatorio
 
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