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Si tolse la vita per non tradire
di
Rinaldo Battaglia *
A Bolzano il 6 luglio 1944 Giannantonio Manci, 'il capo', il responsabile della Resistenza del Trentino, trovò la forza di suicidarsi in carcere. Si gettò dal terzo piano della finestra della sede della Gestapo per sfuggire all'ennesima seduta di torture a cui era sottoposto da settimane.
Fu una scelta da eroe, fu una scelta da partigiano.
Si deve sapere che anche il Basso Sarca, tra Riva del Garda ed Arco, zona altamente strategica tra le strade della Germania e gli uffici di Salò, sin dopo l’8 settembre’43 fu terreno aspro di lotta tra le truppe tedesche e quelle dei fascisti, resuscitati con la nuova RSI. Anche lì forti sinergie tra repubblichini e nazisti, con confini inesistenti e strategia uguale. Sovente con ordini direttamente arrivati da Berlino.
Eppure, eppure forse per i nazisti vi era più dignità: loro combattevano per la loro patria. E i nostri ‘patrioti’ di nero vestiti per chi combattevano?
I partigiani di Trento, i più forti in zona, crearono una specifica brigata, intitolata all’eroe trentino per eccellenza che per la libertà aveva sacrificato la vita – Cesare Battisti – affinché lì si organizzasse una resistenza molto attiva.
A capo venne scelto un ex-alpino, col nome di ‘Fieramosca’ (Gastone Franchetti). Era un giovane ex-tenente, molto capace, valido, dotato di grande carisma, alquanto stimato dai suoi compagni alpini nella guerra di Croazia . Nel bresciano la sua brigata venne, da lui, chiamata ‘le Fiamme Verdi’ dal colore delle mostrine degli Alpini. Raggiunse anche i 2.800 uomini e con base proprio a Brescia. Grande personalità strategica, militare e politica, la sua, tanto da esser spesso a contatto diretto col capo della CLN nazionale, il mitico ‘Maurizio’ o meglio Ferruccio Parri, poi Presidente del Consiglio e uno dei padri fondatori della nuova Italia.
Furono molte le azioni che vennero attivate da Fieramosca. Le S.S. e i gemelli di Salò pensarono di farlo fuori. Non con le armi in pugno: troppo forti erano le Brigate Verdi e troppo l’evidente aiuto che le popolazioni civili locali davano a quei partigiani.
Come sui miei monti vicentini, come ai tempi di Ubaldo (Mario Molon), Dante (Luigi Pierobon), Ermenegildo (Alfredo Rigodanzo) e gli altri eroi partigiani.
E come per Ubaldo il 5 giugno 1944, quasi coetaneo di Fieramosca, alpino anche lui, le armi usate dai fascisti locali furono quelle del tradimento, dei delatori. Da Ubaldo la bella Katia, a Brescia, un ‘infiltrato’. Poi individuato in Fiore Lutterotti, il ‘Panza’ per i partigiani.
‘Panza’ amico fidato di Fieramosca, ne era diventato ‘aiutante di campo’, suo quasi braccio destro. Ma il ‘Panza’ aveva anche un’altra vita. Dopo l’8 settembre era stato preso e spedito – come IMI - nei lager nazisti e lì non solo aveva optato per il bando Graziani, ma anche accettato di esser infiltrato nelle Brigate Verdi, vista la sua conoscenza personale con Fieramosca.
Lutterotti dipendeva direttamente dalle S.S. di Strigno, a stretto contatto con la Gestapo e ai capi fascisti della RSI di Salò.
Documenti confermavano che in data 7 giugno ‘44, la spia desse perfette informazioni, peraltro pagate profumatamente in quel tempo (20.000 lire pari a 20 stipendi di un insegnante di scuola, 40 mesi di lavoro di un operaio). ). Tutto sì chiuse il 28 giugno 1944. Uomini di Salò e delle S.S. - sapendo bene dove andare a colpire – arrestarono e uccisero subito i principali esponenti delle Brigate Verdi, tra cui anche alcuni ragazzi di 18 anni.
16 uomini subito in quella mattinata.
Tra questi anche 'il capo' Giannantonio Manci, il numero uno nel Trentino.
Fieramosca e Giannantonio Manci, vennero torturati per settimane su settimane, giorno su giorno, per ottenere informazioni e nomi. Tra mille sofferenze, entrambi resistettero. Chiamarono torturatori di professione, come il sadico Hans Krones, li legarono nudo a testa in giù coi piedi legati stretti ad un anello del soffitto e le mani legate strette ad un anello del pavimento. Chiamarono le peggiori S.S. e le peggiori Camicie Nere del luogo, a frustarli a sangue. Mesi di agonia.
"Veniva usata anche la tortura psicologica".
Era il meglio della vigliaccheria fascista. Che altro?
Giorgio Tosi, uno degli arrestati a Riva il 28 giugno 1944, racconterà ad esempio che, prima dell'interrogatorio, vennero portati negli scantinati del IV Corpo d'Armata di Bolzano. Per primo Fieramosca. Un torturatore di professione, il viennese Hans Krones, aprì una porta e lo spinse dentro. Nella stanza c'era Franchetti, seminudo, imbavagliato, a testa in giù, con i piedi legati a un anello del soffitto e le mani a un anello del pavimento. La schiena sanguina. Ai suoi fianchi due SS con gli staffili in mano. L'impressione è tremenda. "Ecco il tuo amato comandante, il tuo caro Franchetti – dice Krones – guarda cosa gli facciamo. Poi toccherà a te." Ricominciano a sibilare le fruste: ein, zwei, drei... »
Scriverà anni dopo lo storico Giuseppe Sittoni, in ‘Uomini e fatti del Gherlenda’.
Lo stesso per Giannantonio Manci che preferì il suicidio piuttosto che cadere nel rischio di fare 'i nomi' di altri partigiani.
Diverso apparentemente il caso di Fieramosca. I tedeschi furono infatti 'costretti' a fucilarlo all’alba del 28 agosto alle 6,30 al poligono di Bolzano, tra i sorrisi di compiacimento dei capi nazisti e fascisti. Aveva 24 anni.
Anch'egli non aveva ‘parlato’.
Altri capi-partigiani, come Giuseppe Porpora, vennero fucilati a Ponsazo, verso Belluno assieme ad altri 5. Molti altri ‘banditi’ partigiani – una sessantina – spediti nei lager di Hitler a morire di fatica.
Il prezzo della libertà per salvarci dal nazismo e dal nostro fascismo è stato il sacrificio di molti eroi e di molti martiri.
Come Giannantonio Manci, il capo.
Chi è antifascista li onora, chi non lo è li ignora.
6 luglio 2026 – 82 anni dopo – Liberamente tratto dal mio ‘Alla sera mangiavamo la neve’ – ed. AliRibelli – 2021
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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