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06 luglio 2026
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Se l'Italia è stabile
di Giuseppe Franco Arguto

𝘚𝘦 𝘭’𝘐𝘵𝘢𝘭𝘪𝘢 𝘦̀ 𝘨𝘪𝘢̀ 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢𝘵𝘢 𝘴𝘵𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘨𝘳𝘢𝘻𝘪𝘦 𝘢 𝘎𝘪𝘰𝘳𝘨𝘪𝘢 𝘔𝘦𝘭𝘰𝘯𝘪, 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘣𝘪𝘴𝘰𝘨𝘯𝘢 𝘤𝘢𝘮𝘣𝘪𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘦 𝘳𝘦𝘨𝘰𝘭𝘦 𝘦𝘭𝘦𝘵𝘵𝘰𝘳𝘢𝘭𝘪 𝘱𝘦𝘳 𝘳𝘦𝘯𝘥𝘦𝘳𝘭𝘢 𝘴𝘵𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦?

C’è qualcosa di singolare nella propaganda del governo Meloni: quando occorre celebrare il suo operato, accreditandola come leader autorevole anche sul piano internazionale, l’Italia viene descritta come un Paese finalmente stabile; a questo proposito l’immagine pubblicata sulla pagina di Luca Ciriani ne è un esempio quasi didascalico: il Wall Street Journal, secondo la sintesi proposta dal Giornale, riconoscerebbe alla presidente del Consiglio il merito di avere reso stabile l’Italia.

Il messaggio è lampante: prima di Meloni c’era l’instabilità, con Meloni è arrivata la stabilità.

Stranissimo, però che poi si passi dalle celebrazioni propagandistiche alle proposte di riforma e improvvisamente il quadro cambia: il sistema politico italiano torna a essere descritto come incapace di produrre maggioranze sufficientemente stabili e governi in grado di durare. Secondo il documento che contiene la proposta di riforma (vds. rife. a fine testo), occorre dunque modificare la legge elettorale affinché possa favorire «𝘮𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰𝘳𝘢𝘯𝘻𝘦 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘢𝘳𝘪 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘪𝘣𝘪𝘭𝘪 𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘣𝘪𝘭𝘪», una «𝘮𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰𝘳𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦» e, infine, la «𝘴𝘵𝘢𝘣𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢̀ 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘨𝘰𝘷𝘦𝘳𝘯𝘰».

Dunque la domanda è inevitabile: se l’Italia è già diventata stabile grazie a Giorgia Meloni, perché bisogna cambiare le regole per renderla stabile? L’inghippo sta nella doppia funzione che la parola stabilità assume a seconda della necessità politica del momento. Quando serve glorificare la leader, la stabilità è una conquista personale di Giorgia Meloni; quando serve modificare le regole istituzionali, l’instabilità torna invece a essere una malattia strutturale della Repubblica.

Le due narrazioni non possono essere entrambe vere nello stesso senso. Mi spiego meglio.

Se il governo Meloni ha davvero dimostrato che, con l’attuale Costituzione e con l’attuale sistema parlamentare, un esecutivo può essere politicamente stabile e durare, allora viene meno buona parte dell’argomento secondo cui occorrerebbe modificare le regole per ottenere ciò che quelle stesse regole avrebbero già consentito.

Se invece l’Italia soffre davvero di una patologia istituzionale che impedisce ai governi di essere stabili, allora la proclamazione secondo cui Meloni avrebbe già risolto il problema appartiene alla propaganda celebrativa e non alla descrizione della realtà. Tuttavia, il punto più importante è un altro.

Nel linguaggio di queste riforme si tende continuamente a sovrapporre concetti che la nostra Costituzione mantiene distinti: la durata della legislatura, la stabilità delle istituzioni e la permanenza in carica di un governo. Una legislatura dura cinque anni. Un governo non ha costituzionalmente diritto a durare cinque anni; il governo resta in carica finché dispone della fiducia parlamentare. È una differenza fondamentale, perché significa che la continuità dell’esecutivo non è un valore autonomo da proteggere contro tutto il resto: deve essere continuamente sostenuta da un rapporto politico con il Parlamento.

Quando invece si comincia a presentare come un’anomalia il fatto che un governo possa cadere prima della fine della legislatura, si introduce silenziosamente un’altra idea di democrazia: il voto non servirebbe più soltanto a eleggere un Parlamento dal quale nasce un governo sottoposto a un rapporto permanente di fiducia; tenderebbe a trasformarsi nell’investitura politica di un blocco di potere che dovrebbe essere messo nelle condizioni di governare per l’intera legislatura.

Ed è qui che la parola stabilità merita di essere osservata con molta diffidenza.

Chi potrebbe dichiararsi favorevole all’instabilità? Nessuno. È una di quelle parole che arrivano già cariche di consenso; stabilità evoca ordine, continuità, affidabilità. Il problema nasce quando si evita accuratamente di precisare che cosa debba essere stabile e a vantaggio di chi.

Le istituzioni democratiche devono certamente essere solide e le regole devono essere affidabili, nel contempo l’amministrazione pubblica deve garantire continuità; ma da questo non deriva affatto che un governo debba essere messo politicamente nelle condizioni di durare cinque anni, quasi sottraendo la sua permanenza alle conseguenze delle crisi politiche, delle fratture della propria maggioranza o della perdita della fiducia parlamentare.

Un governo non diventa democraticamente migliore perché dura più a lungo, perché anche un cattivo governo può essere stabilissimo. Ed è precisamente questo il nodo che la propaganda rimuove: la durata viene presentata come un bene in sé, quasi che la qualità democratica di un sistema potesse essere misurata con un cronometro.

La vera contraddizione, dunque, non è soltanto fra il manifesto celebrativo di oggi e la proposta di riforma di domani. È più profonda.

Quando Giorgia Meloni deve essere celebrata, la stabilità è la prova che il sistema funziona sotto la sua guida; quando il potere deve essere rafforzato, l’instabilità del sistema diventa la ragione per cambiare le regole. In entrambi i casi, curiosamente, la conclusione è sempre la stessa: più forza all’esecutivo.

Ed è probabilmente qui che si trova l’inghippo.

Non si sta cercando semplicemente un sistema politico più stabile: si sta cercando di trasformare la stabilità del governo in un valore superiore alla possibilità democratica di metterlo in discussione.

𝗥𝗶𝗳𝗲𝗿𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗼𝗰𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲: 𝘈𝘵𝘵𝘰 𝘊𝘢𝘮𝘦𝘳𝘢 𝘯. 2822, 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦𝘯𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘪𝘭 26 𝘧𝘦𝘣𝘣𝘳𝘢𝘪𝘰 2026, 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘰 𝘧𝘪𝘳𝘮𝘢𝘵𝘢𝘳𝘪𝘰 𝘎𝘢𝘭𝘦𝘢𝘻𝘻𝘰 𝘉𝘪𝘨𝘯𝘢𝘮𝘪, 𝘳𝘦𝘤𝘢𝘯𝘵𝘦: «𝘔𝘰𝘥𝘪𝘧𝘪𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘭 𝘵𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘶𝘯𝘪𝘤𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘪 𝘳𝘦𝘤𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘯𝘰𝘳𝘮𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘭’𝘦𝘭𝘦𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘊𝘢𝘮𝘦𝘳𝘢 𝘥𝘦𝘪 𝘥𝘦𝘱𝘶𝘵𝘢𝘵𝘪 𝘦 𝘢𝘭 𝘵𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘶𝘯𝘪𝘤𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘪 𝘳𝘦𝘤𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘯𝘰𝘳𝘮𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘭’𝘦𝘭𝘦𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘚𝘦𝘯𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘙𝘦𝘱𝘶𝘣𝘣𝘭𝘪𝘤𝘢».


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