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Medici valorosi
di Rossella Ahmad
Quando penso al dottor Abu Safiya, penso immediatamente al dottor Adnan al-Bursh, il valoroso ortopedico di Gaza che riattaccava membra spappolate dalle bimbe a frammentazione sotto la luce fioca di nosocomi ridotti alla stregua di lazzaretti.
E quando penso agli eroi, all'eroismo, alla bellezza impagabile di vite che sono schegge luminose di valore e coraggio, sono i loro volti che mi vengono in mente.
Quello di Adnan al-Bursh. Mentre scavava fosse comuni all'esterno di al-Shifa in cui seppellire pile di cadaveri. Mentre operava, col camice coperto di sangue, il volto contratto dallo sforzo e dalla fatica. Mentre sorrideva, durante i brevi momenti di riposo all'interno di un genocidio.
E mentre veniva torturato dagli aguzzini che avevano rubato la sua terra, e mentre chiudeva gli occhi per sempre nel cortile della prigione di Ofer, lasciato sanguinare a morte, da solo, dopo essere stato stuprato con corpi contundenti.
Poi vedo l'immagine dei suoi figli, che ne sfogliano l'immensa eredità raccolta in migliaia di testimonianze che certificano il valore assoluto di una vita, frammenti di pura bellezza. Penso al senso di ingiustizia cosmica che hanno sperimentato in maniera così malvagia, e pregnante.
Chi abbia subito un'ingiustizia del genere ne porterà per sempre i segni nella sua carne viva. Mangerà pane e incrollabile speranza nella nemesi per il resto dei suoi giorni.
E, come dicevo, penso al dottor Abu Safiya ed ai suoi figli superstiti. L' immagine di lui che incede verso i carri armati d'occupazione che ne reclamano la libertà e la vita, è divenuta una delle tante icone di cui è ricca la storia del suo sfortunato popolo, eredità di orgoglio e dignità per le generazioni che verranno.
Nonostante una blanda campagna internazionale per la sua liberazione, culminata nella denuncia di Medici per i Diritti Umani sulle condizioni fisiche e psicologiche del dottor Abu Safiya, compatibili con il reato di tortura continuata e aggravata, e nonostante i disperati appelli della famiglia, i governi complici, compresi quelli arabi, tacciono sugli abusi commessi nel carcere di Nitzan e si astengono dall'esercitare pressioni su un' entità già riconosciuta colpevole di genocidio secondo tutti i parametri di legalità internazionale.
L'epopea umana del medico eroe che si rifiutò di lasciare Gaza nonostante fosse in possesso di passaporto uzbeko, si avvia alla sua più probabile conclusione, nel silenzio assordante di un mondo sotto ipnosi.
Quando tutto sarà finito, quando la vita di ciascuno si avvierà verso l'inevitabile epilogo, terminati nell'anonimato e nella polvere i fugaci fasti della gloria e del potere, rimarremo da soli, chi con un enorme peso karmicol da scontare e chi con l'eterna, irrisolta domanda che lo accompagnerà fin nella tomba: ne sarà valsa la pena?
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