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05 luglio 2026
tutti gli speciali

Le violenze non sono tutte uguali: alcune sono utili al potere
di Giuseppe Franco Arguto

𝗤𝘂𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗹𝗹𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗶𝘁𝗮̀ 𝗮𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮𝗿𝗲, 𝘀𝗲𝘁𝘁𝗶𝗺𝗮𝗻𝗮 𝗱𝗼𝗽𝗼 𝘀𝗲𝘁𝘁𝗶𝗺𝗮𝗻𝗮, 𝗹𝗮 𝘃𝗶𝗼𝗹𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝘂𝗼𝘁𝗮 𝗶𝗻𝘁𝗼𝗿𝗻𝗼 𝗮𝗹 𝗰𝗮𝗹𝗰𝗶𝗼 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗼?

𝘗𝘦𝘳 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘵𝘦𝘮𝘱𝘰 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘥𝘰𝘣𝘣𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘢𝘳𝘦 𝘯𝘰𝘳𝘮𝘢𝘭𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘪𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘤𝘢𝘭𝘤𝘪𝘰 𝘳𝘪𝘤𝘩𝘪𝘦𝘥𝘢, 𝘧𝘶𝘰𝘳𝘪 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘰 𝘴𝘵𝘢𝘥𝘪𝘰, 𝘥𝘪𝘴𝘱𝘰𝘴𝘪𝘵𝘪𝘷𝘪 𝘥𝘪 𝘴𝘪𝘤𝘶𝘳𝘦𝘻𝘻𝘢 𝘥𝘦𝘨𝘯𝘪 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘴𝘪𝘵𝘶𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘪 𝘦𝘮𝘦𝘳𝘨𝘦𝘯𝘻𝘢?

Il grave ferimento di Marco Leonardo Basoccu, colpito alla testa prima del derby Torino-Juventus, apre una questione che non può essere ridotta alla responsabilità individuale del poliziotto oggi indagato per lesioni aggravate.

Secondo la ricostruzione della Procura di Torino, esisterebbe un grave quadro indiziario nei confronti dell’agente, accusato di avere sparato un lacrimogeno ad altezza d’uomo e con modalità non conformi a quelle previste. La Procura ne ha persino chiesto gli arresti domiciliari. Naturalmente sarà l’indagine a stabilire definitivamente le responsabilità.

Ma una cosa dovrebbe essere chiara: chi esercita la forza pubblica non può essere sottratto al giudizio che lo Stato pretende di esercitare sugli altri, perché portare un’uniforme non conferisce una zona franca dalla responsabilità personale; al contrario, proprio perché lo Stato attribuisce a qualcuno strumenti coercitivi che agli altri cittadini sono vietati, da quel qualcuno dovrebbe pretendere un grado ancora maggiore di disciplina e controllo.

Un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo non è più semplicemente uno strumento destinato a disperdere una folla, ma può diventare un proiettile. Tuttavia, fermarsi qui nel riflettere sul fatto significherebbe guardare soltanto una parte del problema: perché Marco Basoccu non è stato ferito mentre passeggiava tranquillamente davanti allo stadio; prima di quel derby erano in corso scontri tra ultras e forze dell’ordine, con lanci di pietre, bottiglie e bombe carta.

Questo ci porta a una domanda che viene posta assai più raramente: per quanto tempo ancora dobbiamo considerare normale che una partita di calcio richieda, fuori dallo stadio, dispositivi di sicurezza degni di una situazione di emergenza? Non è la prima volta e non sarà l'ultima.

Ogni campionato registra scontri tra tifoserie, assalti, agguati, spedizioni organizzate, devastazioni. Spranghe, bastoni, catene, coltelli, bombe carta. I giornali sportivi finiscono per pubblicare anche il bollettino dei feriti, degli arrestati, dei fermati e delle persone accompagnate in questura. È diventato parte dell'ordinaria follia.

Per le partite considerate più rischiose si mobilitano reparti di polizia e carabinieri, unità dei reparti mobili, personale delle questure e, in determinate circostanze, altre forze impiegate nel dispositivo di sicurezza. Prefetture e questure pianificano zone di contenimento, percorsi separati, scorte ai pullman, controlli ai caselli e alle stazioni, e tutto questo per una partita di calcio, ossia per una manifestazione che dovrebbe essere sportiva.

Sono dell'avviso che bisogna avere il coraggio di porre una domanda molto semplice: 𝙦𝙪𝙖𝙣𝙩𝙤 𝙘𝙤𝙨𝙩𝙖 𝙖𝙡𝙡𝙖 𝙘𝙤𝙡𝙡𝙚𝙩𝙩𝙞𝙫𝙞𝙩𝙖̀ 𝙖𝙢𝙢𝙞𝙣𝙞𝙨𝙩𝙧𝙖𝙧𝙚, 𝙨𝙚𝙩𝙩𝙞𝙢𝙖𝙣𝙖 𝙙𝙤𝙥𝙤 𝙨𝙚𝙩𝙩𝙞𝙢𝙖𝙣𝙖, 𝙡𝙖 𝙫𝙞𝙤𝙡𝙚𝙣𝙯𝙖 𝙘𝙝𝙚 𝙧𝙪𝙤𝙩𝙖 𝙞𝙣𝙩𝙤𝙧𝙣𝙤 𝙖𝙡 𝙘𝙖𝙡𝙘𝙞𝙤 𝙥𝙧𝙤𝙛𝙚𝙨𝙨𝙞𝙤𝙣𝙞𝙨𝙩𝙞𝙘𝙤? Non parlo soltanto degli stipendi, degli straordinari o dei trasferimenti delle forze dell’ordine, ma mi riferisco alle migliaia di ore di lavoro sottratte ad altri compiti, ai mezzi impiegati, alle città militarizzate per alcune ore, alle stazioni presidiate, alle strade chiuse, alle intere aree urbane sottoposte a dispositivi speciali.

Inevitabilmente, penso soprattutto a ciò che quelle risorse potrebbero produrre se venissero investite in un'altra idea dello sport: palestre pubbliche, campi accessibili, piscine, piste di atletica, spazi per bambini, anziani e persone con disabilità; quindi strutture nei piccoli centri e nelle periferie, dove spesso lo sport è un diritto teorico perché praticarlo costa troppo o perché semplicemente non esistono luoghi adeguati.

Arrivati a questo punto, emerge la questione politica: negli ultimi anni abbiamo assistito a governi sempre più solerti nell’inasprire le norme contro il dissenso. Il blocco stradale compiuto con il proprio corpo è diventato reato; sono state introdotte nuove fattispecie penali e aggravamenti che hanno suscitato fortissime critiche proprio per il loro impatto sul diritto di protesta. Perfino la Procura di Torino ha recentemente sollevato dubbi di legittimità costituzionale sulla criminalizzazione del blocco stradale pacifico.

Lo Stato, dunque, sa essere severo e si prodiga nell'emanare decreti, con la stessa solerzia con cui sa creare reati e aumentare le pene. La domanda è: contro chi? Contro chi si siede su una strada per protestare contro una guerra, un'opera pubblica o una scelta politica può diventare immediatamente un problema di sicurezza nazionale. Intorno alla violenza organizzata che accompagna da decenni una parte del calcio, invece, si continua soprattutto a costruire un gigantesco apparato di contenimento.

Non sto sostenendo che non esistano DASPO, divieti di trasferta, arresti o altre misure restrittive, perché esistono da anni; sto dicendo qualcosa di diverso: nonostante decenni di violenza, il sistema continua sostanzialmente a organizzarsi intorno alla permanenza del fenomeno.

La partita deve giocarsi; il campionato deve continuare; le televisioni devono trasmettere; gli sponsor devono essere visibili; i diritti devono essere venduti; i club devono incassare. Ne consegue, allora, che la violenza viene amministrata. Si schierano più uomini, si chiudono più strade, si separano le tifoserie, si vieta una trasferta, si emette un altro DASPO. Poi arriva la domenica successiva e si ricomincia.

𝙌𝙪𝙞 𝙚𝙢𝙚𝙧𝙜𝙚 𝙪𝙣'𝙚𝙣𝙤𝙧𝙢𝙚 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙖𝙙𝙙𝙞𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚: 𝙦𝙪𝙖𝙣𝙙𝙤 𝙪𝙣𝙖 𝙥𝙧𝙤𝙩𝙚𝙨𝙩𝙖 𝙥𝙤𝙡𝙞𝙩𝙞𝙘𝙖 𝙙𝙞𝙨𝙩𝙪𝙧𝙗𝙖 𝙡'𝙤𝙧𝙙𝙞𝙣𝙚, 𝙞𝙡 𝙥𝙧𝙤𝙗𝙡𝙚𝙢𝙖 𝙨𝙚𝙢𝙗𝙧𝙖 𝙚𝙨𝙨𝙚𝙧𝙚 𝙚𝙡𝙞𝙢𝙞𝙣𝙖𝙧𝙚 𝙞𝙡 𝙙𝙞𝙨𝙩𝙪𝙧𝙗𝙤; 𝙞𝙣𝙫𝙚𝙘𝙚, 𝙦𝙪𝙖𝙣𝙙𝙤 𝙞𝙡 𝙘𝙖𝙡𝙘𝙞𝙤 𝙥𝙧𝙤𝙙𝙪𝙘𝙚 𝙥𝙚𝙧𝙞𝙤𝙙𝙞𝙘𝙖𝙢𝙚𝙣𝙩𝙚 𝙫𝙞𝙤𝙡𝙚𝙣𝙯𝙖, 𝙞𝙡 𝙥𝙧𝙤𝙗𝙡𝙚𝙢𝙖 𝙙𝙞𝙫𝙚𝙣𝙩𝙖 𝙜𝙖𝙧𝙖𝙣𝙩𝙞𝙧𝙚 𝙘𝙝𝙚 𝙡𝙤 𝙨𝙥𝙚𝙩𝙩𝙖𝙘𝙤𝙡𝙤 𝙥𝙤𝙨𝙨𝙖 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙞𝙣𝙪𝙖𝙧𝙚 𝙘𝙤𝙢𝙪𝙣𝙦𝙪𝙚.

È difficile non vedere la differenza. Il calcio professionistico è un sistema economico enorme, poiché produce profitti, diritti televisivi, sponsorizzazioni, interessi finanziari, ma è anche un formidabile dispositivo di identificazione collettiva e di sfogo sociale. Milioni di persone investono nella squadra appartenenza, rabbia, frustrazione e bisogno di riconoscimento. Il vecchio panem et circenses non va ripetuto come una formuletta colta, ma va compreso politicamente.

Il potere non ha necessariamente bisogno di organizzare direttamente il diversivo; gli basta sapere quali fenomeni possono essere tollerati, protetti economicamente e amministrati affinché il conflitto sociale si scarichi altrove. Così una parte della popolazione può insultarsi, odiarsi e perfino affrontarsi fisicamente per una maglia, mentre la violenza politica contro l'esistente viene sorvegliata con ben altra attenzione.

Naturalmente non tutti i tifosi sono ultras violenti. Sarebbe una generalizzazione tanto stupida quanto falsa. La stragrande maggioranza delle persone va allo stadio per assistere a una partita e sostenere la propria squadra; ma proprio per questo dovrebbe essere ancora meno accettabile che un fenomeno violento minoritario continui a imporre costi, rischi e dispositivi eccezionali all'intera collettività.

Il caso di Marco Basoccu, allora, ci consegna due responsabilità che non devono cancellarsi a vicenda. Da una parte occorre accertare fino in fondo la condotta del poliziotto che avrebbe sparato il lacrimogeno ad altezza d'uomo. Nessuna violenza precedente può trasformarsi in una licenza per utilizzare indiscriminatamente una forza potenzialmente letale.

Dall'altra, però, non possiamo continuare a fingere che sia normale che un derby richieda lo schieramento di interi reparti per impedire che uomini adulti si affrontino con pietre, spranghe e bombe carta a causa di due squadre di calcio. Le due questioni non si escludono: chi porta una divisa con le insegne dello Stato deve rispondere dell'uso illegittimo della forza; chi partecipa a scontri organizzati deve rispondere della propria violenza.

Ma la politica deve rispondere di qualcosa di più grande: perché reprime con crescente durezza il conflitto sociale e politico, mentre continua da decenni ad amministrare la violenza del calcio come un costo inevitabile dello spettacolo?

Forse perché non tutte le forme di disordine disturbano il potere allo stesso modo. Alcune contestano l'ordine esistente, mentre altre gli permettono di continuare a funzionare.


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