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04 luglio 2026
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I giorni dell'apocalisse
di Rinaldo Battaglia *

Nel giugno del 1944 alcune compagnie partigiane (la “Chiatti” e “Castellani” della 22 bis brigata “Sinigallia”, operanti nel cavrigliese, e la Brigata “Fantasma”, appartenente sempre alla 22 bis brigata “Sinigallia” e operante anche in zone vicine) avevano compiuto varie azioni contro i tedeschi, fermatisi soprattutto in Toscana dopo la perdita della città di Roma del giorno 4. Molti i nazisti, allora, uccisi negli scontri.

Fra fine giugno ed inizio luglio, l’importante area del bacino minerario di Cavriglia divenne così punto centrale dell’azione nazista impegnata contro i gruppi partigiani locali, aiutata dai fascisti del luogo. Ad operare furono essenzialmente gli uomini della Divisione Hermann Göring.

Proprio in una di queste azioni e grazie a segnalazioni sull’attività partigiana ricevute da alcuni fascisti, riuscirono ad ottenere dalla confessione di un prigioniero, catturato il 29 giugno, i nomi e gli indirizzi di partigiani originari di Meleto Valdarno e Castelnuovo dei Sabbioni, paesetti vicini. Il giorno 4 luglio, domenica, avvenne l’Apocalisse.

L’azione fu completa, bene studiata, criminale al massimo. Castelnuovo venne circondato all’alba. E man mano che il cerchio si stringeva solo le donne e i bambini venivano lasciati passare. Per tutti gli altri uomini, vecchi, contadini – indipendentemente da tutto, sia che avessero avuto contatti o meno coi partigiani – furono invece rastrellati casa per casa e - verso le 7 - portati nella piazza principale e selezionati dopo il controllo dei documenti di identità.

Ma per i nazisti erano tutti 'partigiani'.

Una sola persona riuscì a sottrarsi al rastrellamento. Tra gli uomini radunati c’era anche il prete di Castelnuovo che, a differenza degli altri, sembrò subito capire quello che stava arrivando. Si dice che si sia rivolto all’ufficiale tedesco, che guidava la Hermann Goring, pregandolo di lasciare liberi gli uomini perché innocenti e offrendo in cambio la sua vita. L’ufficiale non rispose, anzi reagì in modo arrogante. Il prete chiese allora il permesso di somministrare almeno ai suoi fedeli la Comunione. Era domenica. Il nazista dette l’assenso: “Sì”, ma aggiunse anche: “Poi tutti contro il muro”.

Il muro era quello ai piedi del contrafforte della chiesa di Castelnuovo. I soldati spinsero tutti gli uomini lì rastrellati – circa 50 - contro il muro dove di fronte a loro era già pronta la mitragliatrice. Solo cinque di loro riuscirono a scappare, ma due vennero subito uccisi mentre tentavano la fuga. Tra le 9.30 e le 10, avvenne l’esecuzione. Poi fu condotto in piazza un secondo gruppo di altri trenta uomini, rastrellati nei paraggi, ed anche questi vennero mitragliati. I tedeschi poi presero mobili dalle case vicine e li misero sopra i corpi delle vittime, cosparsero il tutto con un liquido infiammabile e dettero fuoco.

I morti risultarono 74, tra cui un seminarista di 17 anni e molti anziani. Le case di Castelnuovo furono infine saccheggiate e messe a fuoco. Verso le 12 – a lavoro qui finito - i soldati della “Hermann Göring” si diressero a Massa dei Sabbioni, un’altra piccola frazione colpevole solo di essere vicina. Stesso copione: dissero alle donne di andarsene perché avrebbero messo a fuoco le case e arrestarono tre uomini del posto: il parroco e due giovani.

Ma successe un imprevisto: un aereo alleato, che aveva scorto la presenza dei tedeschi, sganciò delle bombe sulla piazza di Massa e nella confusione uno dei fermati, un ragazzo di 17 anni, riuscì a fuggire. I tedeschi uccisero però il prete e il giovane rimasto, incendiando poi i cadaveri.

Prima, tra le 6 e le 6.45 del mattino, truppe della Göring e – qui - anche tanto per cambiare alcuni soldati del Duce, erano entrati anche a Meleto. I fascisti potevano mancare? Il demonio - si sa - non gioca mai da solo.

Il paesetto venne subito circondato, poi i soldati si divisero in gruppi e iniziarono a rastrellare tutti i civili maschi, compresi gli sfollati dei paesi vicini, accusandoli di essere tutti partigiani. Le donne e i bambini anche qui spinti fuori dal paese, gli uomini radunati nella piazza principale intorno al monumento della Grande Guerra, dove erano anche qui già preparate da due mitragliatrici.

In questo caso non ci furono sorprese: gli uomini credevano che fosse un altro dei rastrellamenti che da tempo avvenivano in zona. Gli uomini venivano presi, deportati nei lager in Germania quale manodopera coatta – si diceva –, come ‘schiavi di Hitler’ diremmo oggi noi.

Ma il prete di Meleto, don Giovanni Fondelli, anch’egli trattenuto in piazza, cercò inutilmente di far recedere i tedeschi. Anch’egli somministrò ai suoi uomini la comunione prima che fossero uccisi. Al termine delle esecuzioni i soldati incendiarono i cadaveri. Le case di Meleto furono anch’esse saccheggiate e diverse vennero messe a fuoco. Gli uccisi saranno a Meleto Valdarno ben 93: il più giovane aveva 14 anni, il più anziano 83.

Invece a San Martino in Pianfranzese gli uomini della “Göring” entrarono in azione ancora prima, alle 5,30. Occuparono il borgo rastrellando circa quattordici uomini del posto, tra cui il parroco.

I soldati erano a conoscenza del fatto che nei pressi del borgo si trovava una banda partigiana. Il comandante tedesco, osservando col binocolo il bosco circostante, ed avendo evidentemente notato dei movimenti, ordinò di fare fuoco con una mitragliatrice nel folto del bosco. I tedeschi dissero agli uomini rastrellati che, se fossero risultati dei partigiani sarebbero stati fucilati, altrimenti li avrebbero messi in libertà; in seguito, quattro uomini furono prelevati e portati al comando tedesco di San Cipriano in qualità di ostaggi. Intorno alle 11.00 i soldati ricomparvero in paese e uccisero quattro civili, i cui cadaveri furono dati alle fiamme. I tedeschi lasciarono poi il borgo dando fuoco alle case del paese.

L’Apocalisse di Cavriglia si concluse il giorno 11 luglio con altri 10 uccisi a Le Matole, sempre lì vicino. Alla fine, saranno 192 i civili ammazzati dalla Goring.

Appena liberata la Toscana iniziarono le indagini da parte degli alleati (precisamente lo Special Investigation Branch inglese tra il 1944 ed il 1945), capitanate dal sergente maggiore Crawley, che interrogò centinaia di persone tra superstiti e testimoni. Individuò numerosi nominativi e raccolse anche fotografie e documenti.

Alla fine della guerra il governo britannico consegnò copia di tutta la documentazione al governo italiano.

Sembra che risultassero responsabilità certe (e non solo per il supporto logistico) - tanto per cambiare - anche dei fascisti repubblichini di San Giovanni Valdarno. Ma si arenò tutto fino agli anni Novanta negli archivi di Kew (Londra) e nel nostro 'Armadio della vergogna' a Roma.

Anni dopo, sul finire degli anni Novanta l’ex soldato britannico Goran Nash fotocopiò il fascicolo d’indagine britannico sulla strage e lo consegnò al sindaco Enzo Brogi. Poi tutto ancora si arenò.

Solo di recente un importante ricercatore di Storia Contemporanea all'Università di Firenze, il prof. Filippo Boni, riuscì a coinvolgere persone di Castelnuovo dei Sabbioni, e soprattutto tramite un figlio di una vittima - Emilio Polverini - ritrovare nomi, cognomi e fotografie dei soldati che quella mattina si resero protagonisti del massacro.

Ha pubblicato il tutto nel libro “Colpire la Comunità: 4-11 luglio 1944, le stragi naziste a Cavriglia” (edito dalla Regione Toscana), in cui - dicono altri storici - “in un'analisi storico-scientifica dettagliata e puntuale, dopo aver ricostruito il contesto storico e narrativo della strage, è riuscito a portare alla luce quella che fu la reale strategia del terrore nazista, politica di guerra che era sempre stata un caposaldo della Wehrmacht prima e durante la Seconda guerra mondiale".

Soprattutto in Italia dopo l’8 settembre 1943.

Resta il fatto che 192 vittime avrebbero diritto di non esser dimenticate. È la Storia a dirlo, ma - lo sappiamo - studiare la Storia non è mai stato il punto forte di noi italiani. E lo si vede ogni giorno. 4 luglio 2026 – 82 anni dopo

* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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