 |
Quirinale e Chigi: l'incastro perfetto
di Raffaele Florio
Ecco descritta la mappa della politica italiana odierna, accendete un cero a San Gennaro e provate a non ridere.
Perché quello che si sta consumando sull'asse Quirinale-Palazzo Chigi-Arcore ha tutta l'aria di essere l'ennesimo capolavoro del surrealismo nostrano, una roba che a confronto i quadri di Dalí sembrano fotografie segnaletiche.
Il quadro, stando alle ultime indiscrezioni di palazzo, sarebbe il seguente: Giorgia Meloni che punta nientemeno che al Colle, lasciando la poltrona di Palazzo Chigi a... Roberto Vannacci.
Sì, proprio lui, il Generale del "Mondo al contrario", l'uomo che ha trasformato i banchi delle librerie in un trampolino di lancio politico e che, nei sondaggi, continua a salire come se non ci fosse un domani (o come se gli italiani avessero perso del tutto la memoria).
La Premier, dal canto suo, non disdegna: strizza l'occhio, calibra i silenzi, asseconda la parabola del militare per un motivo molto semplice. Smontare, pezzo dopo pezzo, quel che resta della Lega di Matteo Salvini, ormai ridotto al ruolo di comparsa nel suo stesso film, costretto a inseguire a destra un subalterno che gli sta scippando voti, tessere e pure le felpe.
Però il capolavoro della commedia dell'arte va in scena sull'altro lato del "centrodestra di governo": la succursale politica della Fininvest, alias Forza Italia.
Qui assistiamo a un fenomeno biologico e giuridico unico al mondo: le conferenze stampa e i diktat geopolitici di Marina Berlusconi.
La primogenita del Cavaliere pontifica sui diritti civili, bacchetta il governo, dà ordini al dipendente Tajani, detta la linea sulla manovra ed emette editti bulgari contro i sovranisti. E uno, armato di santa pazienza e di Costituzione (questa sconosciuta), si chiede: ma a che titolo parla?
Nel resto del mondo civile, chi mette i soldi in un partito fa il finanziatore. Al massimo, se proprio vuole contare, si candida, si fa votare e assume un ruolo pubblico. Da noi no.
Marina Berlusconi non è la leader di Forza Italia. Non è il capo politico. Non si è mai presentata a un'elezione, non ha mai preso una preferenza manco nel condominio di Milano Due.
Il segretario formale del partito sarebbe un tale Antonio Tajani, un uomo la cui principale dote politica è l'ubiquità della noia. Eppure, quando parla Marina, Tajani scatta sull'attenti, prende appunti e si adegua.
È il trionfo della democrazia azionaria: il partito non è un'associazione di cittadini, è un'azienda di famiglia. Se possiedi le quote di maggioranza della cassaforte che paga i debiti del partito, allora hai automaticamente diritto di tribuna per decidere la linea politica dello Stato. Un feudalesimo di ritorno, in cui il blasone è sostituito dal bonifico bancario.
E in questo risiko da prima serata, dove tutti si scannano per un metro quadro di visibilità, non poteva mancare lui, l'immortale per eccellenza: Pier Ferdinando Casini. L'uomo che ha attraversato la Prima, la Seconda, la Terza Repubblica senza mai spettinarsi e, soprattutto, senza mai mollare la poltrona.
Mentre Meloni tesse la sua tela e il generale Vannacci marcia sui sondaggi, Pierferdi è già lì, mimetizzato tra le tende del Transatlantico, pronto a offrirsi come il "padre della patria" di riserva, il garante di tutti e di nessuno, l'usato sicuro che va bene sia a destra che a sinistra.
È la solita vecchia Dc che non muore mai: quando il gioco si fa duro e i sovranisti rischiano di sfasciare tutto, spunta lui, il professionista del compromesso, con quel sorriso democristiano stampato in faccia che sembra dire: "Tranquilli, alla fine voto sempre me stesso".
Così, mentre a sinistra si interrogano sul sesso degli angeli e sui "campi larghi" che somigliano sempre più a cimiteri, a destra va in scena l'incastro perfetto.
Meloni sogna il Quirinale per blindarsi a vita, Vannacci fa il pieno di voti spaventando Salvini, e Marina Berlusconi fa il capo politico ombra via comunicato stampa, ricordandoci che in Italia, per governare, non serve il consenso: basta il portafoglio.
 
Dossier
diritti
|
|