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30 giugno 2026
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Il Vietnam e la guerra moderna
di Emma Buonvino

Il Vietnam: quando nacque la guerra contro un nemico invisibile.

Per comprendere le guerre del XXI secolo bisogna tornare indietro di oltre sessant'anni, nelle risaie e nelle giungle del Vietnam. Non fu solo una guerra. Fu un laboratorio.

Fu lì che vennero sperimentate molte delle strategie militari, di intelligence e di controinsurrezione che avrebbero influenzato conflitti successivi in Iraq, Afghanistan, Siria e in altri teatri di guerra.

Un nemico senza uniforme

Gli Stati Uniti arrivarono in Vietnam convinti di combattere una guerra convenzionale. Ben presto si trovarono invece di fronte a qualcosa di completamente diverso.

Il nemico non era facilmente identificabile. I guerriglieri del Fronte di Liberazione Nazionale, chiamati comunemente "Viet Cong", non combattevano in grandi eserciti schierati. Vivevano spesso negli stessi villaggi della popolazione civile, si spostavano attraverso una fitta rete di sentieri, gallerie e basi nascoste, colpivano rapidamente e poi scomparivano.

Per un esercito addestrato a conquistare territori e distruggere divisioni nemiche, era una sfida completamente nuova.

Alla base dell'intervento statunitense vi era la cosiddetta teoria del domino.

Nel clima della Guerra Fredda, molti dirigenti americani ritenevano che, se il Vietnam fosse passato sotto il controllo comunista, altri Paesi del Sud-est asiatico sarebbero caduti uno dopo l'altro sotto l'influenza dell'Unione Sovietica e della Cina.

L'obiettivo non era soltanto il Vietnam: era impedire un cambiamento dell'equilibrio geopolitico mondiale.

Fu proprio in Vietnam che prese forma una trasformazione profonda.

L'obiettivo non era più soltanto vincere sul campo di battaglia.

Bisognava individuare reti clandestine, informatori, fiancheggiatori, finanziatori e responsabili politici della guerriglia.

In altre parole, il bersaglio non era più soltanto il combattente armato, ma l'intera struttura che permetteva alla guerriglia di esistere.

Questa visione portò allo sviluppo di nuove strategie di intelligence, sorveglianza, interrogatorio e controinsurrezione.

La conseguenza più drammatica fu che il confine tra combattente e civile divenne sempre più difficile da tracciare.

Se il nemico viveva nei villaggi, chi era davvero un civile? Chi era un contadino e chi un collaboratore della guerriglia? Questa domanda influenzò profondamente le operazioni militari.

Ed è proprio qui che iniziano a emergere molti dei dilemmi che ancora oggi attraversano il diritto internazionale umanitario: come distinguere un obiettivo militare da un civile? Quando un attacco è proporzionato? Quali limiti devono rispettare gli eserciti nella lotta contro un'insurrezione?

Il Vietnam non fu solo una guerra combattuta con fucili, elicotteri e bombardamenti.

Fu una guerra combattuta con informazioni, schedature, operazioni psicologiche, infiltrazioni, programmi segreti e controllo del territorio. Molte tecniche sviluppate in quegli anni sarebbero state studiate e, in alcuni casi, adattate nei decenni successivi in altri conflitti. Per questo il Vietnam rappresenta un punto di svolta nella storia militare contemporanea.

Una domanda che attraversa il tempo: é possibile combattere una guerriglia nascosta tra la popolazione civile senza compromettere i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario?

Le risposte date dai diversi eserciti nel corso degli ultimi sessant'anni sono state molto diverse. Alcune hanno cercato di rafforzare la protezione dei civili; altre sono state oggetto di accuse di gravi violazioni del diritto internazionale.

Seconda domanda: non per giudicare in anticipo, ma per comprendere come la guerra moderna abbia trasformato il rapporto tra sicurezza, diritto e umanità.

Parlando dell'Operazione Phoenix, ci si chiede come queste idee si tradussero in una delle operazioni di controinsurrezione più controverse del Novecento.

Operazione Phoenix Nel 1968 gli Stati Uniti si trovarono davanti a un problema enorme.

Dopo anni di guerra, non riuscivano a sconfiggere il Viet Cong sul piano militare. Ogni volta che un villaggio veniva occupato, i guerriglieri sembravano sparire per poi ricomparire altrove. Ogni volta che una zona veniva "bonificata", l'insurrezione tornava.

Gli strateghi americani arrivarono a una conclusione: il problema non era l'esercito del Viet Cong, ma la sua organizzazione clandestina. Fu così che nacque l'Operazione Phoenix.

L'idea era semplice quanto radicale.

Invece di cercare di eliminare tutti i combattenti, bisognava colpire la rete che li sosteneva: responsabili politici; reclutatori; informatori; corrieri; addetti alla logistica; esattori delle tasse nei villaggi controllati dal Viet Cong.

L'obiettivo era "decapitare" l'organizzazione.

L'Operazione Phoenix univa intelligence, polizia e forze militari.

Le informazioni arrivavano da: informatori; infiltrati; prigionieri interrogati; documenti sequestrati; sorveglianza sul territorio.

Sulla base di queste informazioni venivano compilate liste di sospetti. Le persone inserite in queste liste potevano essere arrestate, interrogate e, in alcuni casi, uccise durante le operazioni.

Ma iniziarono i problemi.

In teoria il programma era diretto contro membri dell'infrastruttura del Viet Cong. In pratica, la distinzione era spesso difficile.

In molti villaggi bastava una denuncia, una rivalità personale o un errore di identificazione perché qualcuno venisse considerato un collaboratore della guerriglia. Questo aumentava il rischio di arresti ingiustificati e di colpire civili.

L'Operazione Phoenix è stata al centro di forti critiche per presunti: uso della tortura durante gli interrogatori; detenzioni arbitrarie; esecuzioni extragiudiziali; errori di identificazione con conseguenze fatali.

Queste accuse sono state oggetto di audizioni al Congresso degli Stati Uniti, studi storici e testimonianze di ex funzionari e militari. Resta però dibattito su alcuni numeri e sull'estensione di certe pratiche.

Secondo dati ufficiali statunitensi: decine di migliaia di persone furono arrestate; oltre 20.000 persone furono uccise nell'ambito del programma.

Alcuni studiosi ritengono che il numero complessivo delle vittime possa essere stato più elevato, ma le stime variano.

Phoenix non è ricordata solo per ciò che accadde in Vietnam. Molti analisti la considerano un punto di svolta nella storia della controinsurrezione: un tentativo di combattere non tanto un esercito, quanto una rete clandestina attraverso intelligence, operazioni mirate e controllo del territorio.

Per questo continua a essere oggetto di studio, sia per gli aspetti operativi sia per le questioni etiche e giuridiche che solleva.


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