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22 giugno 2026
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Genova 2001, noi ci siamo ancora
di Giuseppe Franco Arguto

𝐆𝐞𝐧𝐨𝐯𝐚 𝟐𝟎𝟎𝟏: 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐜’𝐞𝐫𝐚𝐯𝐚𝐦𝐨, 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐜𝐢 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚
𝘕𝘰𝘯 𝘶𝘯𝘢 𝘮𝘦𝘮𝘰𝘳𝘪𝘢 𝘥𝘢 𝘢𝘳𝘤𝘩𝘪𝘷𝘪𝘢𝘳𝘦, 𝘮𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘭𝘰𝘵𝘵𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘭 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘪𝘯𝘶𝘢 𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘧𝘦𝘳𝘮𝘢𝘳𝘦

Questo libro non va letto come un reperto militante, né come una commemorazione rituale di ciò che accadde a Genova nel luglio del 2001; va letto, piuttosto, come si torna su una ferita storica non per compiacersi del dolore, ma per comprendere quale corpo politico essa abbia attraversato, quali vite abbia segnato, quale verità continui ancora a pulsare sotto la pelle apparentemente pacificata del presente.

A venticinque anni dalle mobilitazioni contro il G8, Genova non appartiene soltanto alla memoria dei movimenti; appartiene alla storia politica del nostro tempo, perché in quelle giornate non si concentrò soltanto la protesta contro otto potenti della Terra riuniti per amministrare il mondo come proprietà privata, ma si rese visibile, con una lucidità che allora molti non vollero ascoltare, la nuova grammatica del dominio globale: capitalismo finanziario, militarizzazione dell’ordine pubblico, precarizzazione del lavoro, devastazione ambientale, privatizzazione dei beni comuni, subordinazione dei popoli alla logica del mercato e della guerra.

Il cosiddetto “movimento dei movimenti” non fu una sommatoria confusa di rabbie disperse, come la narrazione dominante tentò di far credere; fu, al contrario, una delle più vaste intuizioni politiche del nostro tempo, perché comprese che pace e disarmo, diritti del lavoro, tutela ambientale, decrescita, diritto allo studio, beni comuni, autodeterminazione delle soggettività e dei popoli oppressi non erano questioni separate, rivendicazioni isolate, frammenti di protesta da ordinare in qualche programma, ma parti di un unico conflitto sistemico contro una fase nuova e più crudele del potere.

Chi era a Genova aveva intuito che il mondo stava entrando in una stagione più dura, più coloniale, più finanziaria e securitaria; forse proprio per questo doveva essere zittito, criminalizzato, piegato dentro la caricatura dell’ordine pubblico, perché quando una moltitudine comincia a collegare le cause, il potere smette di discutere e comincia a reprimere.

La violenza di quei giorni, la morte di Carlo Giuliani, la Diaz, Bolzaneto, la sospensione materiale dello Stato di diritto non furono incidenti laterali, né deviazioni momentanee di apparati sfuggiti al controllo; furono il segnale politico di ciò che il potere è disposto a fare quando qualcuno prova a sottrarsi alla sua liturgia, quando i corpi scendono in strada non per chiedere qualche briciola di compatibilità, ma per contestare l’architettura stessa del dominio.

Questo libro, raccogliendo voci, analisi e testimonianze, ha dunque il merito di sottrarre Genova alla malinconia e di restituirla alla continuità della lotta; non dice soltanto “c’eravamo”, ma afferma qualcosa di più scomodo e più necessario: ci siamo ancora, perché le ragioni di allora non sono state smentite dalla storia, sono state confermate dal presente.

La guerra permanente, la crisi climatica, la finanziarizzazione della vita, lo svuotamento della democrazia, la privatizzazione dei servizi essenziali, la repressione del dissenso, la precarietà come destino imposto, il saccheggio dei territori e dei corpi mostrano quanto quel movimento fosse lungimirante e quanto fosse comoda, per il potere, la sua liquidazione mediatica.

Non aveva torto: aveva visto troppo presto ciò che altri avrebbero capito troppo tardi. Leggere oggi “Genova 2001. Perché c’eravamo, perché ci siamo ancora” significa allora compiere un atto politico prima ancora che culturale; significa rifiutare l’archiviazione, contrastare la pacificazione della memoria, impedire che Genova venga trasformata in anniversario innocuo, in fotografia sbiadita, in dolore addomesticato.

Perché Genova non è finita nel 2001; Genova continua ogni volta che un popolo viene oppresso, ogni volta che il lavoro viene sacrificato al profitto, ogni volta che la guerra viene chiamata sicurezza, ogni volta che l’ambiente viene ridotto a risorsa, ogni volta che il potere pretende obbedienza e chiama ordine la propria violenza.

Ecco perché questo libro va letto: non per nostalgia, ma per riannodare il filo; non per tornare indietro, ma per capire perché siamo ancora qui, dalla stessa parte della storia, contro gli stessi dispositivi di dominio che hanno cambiato volto senza cambiare natura.


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