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Sembravano invincibili
di
Rinaldo Battaglia *
Il 22 maggio 1946 nel cortile del carcere Pankrac di Praga, veniva impiccato pubblicamente l’Obergruppenfuhrer delle SS, Generale della Polizia e Generale delle Waffen-SS, già governatore del protettorato della Boemia-Moravia e di esso Ministro del Reich, ossia uno degli ufficiali nazisti più potenti della Boemia-Moravia dall’estate 1942. Di nome faceva Karl Hermann Frank e quel nome voleva dire puro terrore.
Era originario di Karlsbad ai tempi del Kaiser e di Francesco Giuseppe e dopo la disfatta Austro-Ungarica del novembre 1918, nel cui esercito si era arruolato giovanissimo quale volontario, quella città divenne Cecoslovacchia. Ma si sentiva tedesco e già nel 1919 entrò a far parte del Partito Nazionalista Tedesco dei Sudeti. Quando il partito fu soppresso dal governo cecoslovacco, fu uno dei principali fondatori di quello che nel 1935 divenne il Partito Tedesco dei Sudeti (Sudetendeutsche Partei - SdP). In breve ne sarà il capogruppo e subito eletto nel parlamento cecoslovacco.
Con la presa nazista della Cecoslovacchia divenne il punto di riferimento del nuovo padrone, ma in breve subì l’ascesa dell’astro nascente, il preferito di Himmler ed erede probabile del Fuhrer: Reinhard Heydrich. Questo suo ridimensionamento e subalternità rispetto ad una figura che non riteneva superiore nei meriti, lo portò ad agire sempre più con violenza e senza nessun limite o freno. Ma il 4 giugno 1942, a seguito delle ferite subite in un attentato, a Praga, Reinhard Heydrich morì. Frank sperava così di prenderne il posto. Ma Berlino ancora una volta scelse altri e precisamente come nuovo Reichsprotektor fu promosso Kurt Daluege. Quello che amichevolmente Heydrich chiamava “dummi-dummi” ossia ‘stupido’.
La nuova cocente delusione di carriera e la sospetta convinzione che non fosse ben visto ai vertici del Terzo Reich, portò Frank ad una gara di atrocità per farsi notare e per attirare certe attenzioni da parte sia di Himmler che di Hitler.
E per la popolazione del protettorato della Boemia-Moravia sarà terrore. Puro terrore.
Il primo villaggio che subì le tremende sofferenze di questa lotta tra criminali, per un posto più in alto dell’altro, sarà Lidice. Criminali al lavoro talvolta assieme, talvolta uno contro l'altro.
E a Lidice saranno sulla stessa lunghezza d’onda. Avevano ricevuto l’ordine da Himmler e nessuno dei due voleva deluderlo.
Lo stesso ordine che ricevette anche un terzo: Horst Böhme, il capo della Sicherheitspolizei per il Protettorato di Boemia e Moravia, al comando su tutti i dipartimenti della Gestapo.
Erano così tre in azione, tre criminali, uguali e diversi, assetati di potere, in gara per il potere personale in nome del Fuhrer. Saranno i tre più grandi carnefici nella Shoah in terra di Cecoslovacchia.
E così la mattina di mercoledì 10 giugno, alle ore 10:00 con precisione teutonica, il gen. Kurt Daluege, d’accordo con Frank e Böhme, si vestì da boia. Si diresse poco lontano da Praga, verso Lidice, senza che questo villaggio di periferia avesse colpe precise. Ma servivano?
Forse qualche partigiano che aveva attentato ad Heydrich era originario di Lidice, forse qualcuno di Lidice lo aiutò. Forse. Mai fu provato.
Forse. Quello che è certo è che la ferocia delle S.S. fu diabolica, al massimo stadio. Come a Podhum, 32 giorni dopo, il 12 luglio 1942. E lì a massacrare al posto dei nazisti saranno i nostri italiani.
Durò 5 ore il massacro, 5 ore. Gesù, sul Golgota, morì prima.
La popolazione del villaggio – neanche mille in tutto, come a Podhum – venne divisa in gruppi. Chi era maschio, da 16 anni in su, venne portato fuori centro, nel granaio della fattoria Horàk e fucilato a gruppi di 10, per non perdere dell’inutile tempo. Furono 173 quelli che morirono così, come macabro spettacolo per i loro familiari, che dovevano sentire le fucilate.
Ad ognuno, tre colpi come ai banditi: due al petto e dopo uno alla nuca. I condannati dovevano camminare sui corpi dei loro amici e familiari per arrivare alla parete del muro, dove venivano ammazzati. Più fortunati forse i primi, non oso immaginare l’agonia degli ultimi. Alle ore 15:00 i soldati si riposarono. Qualche giorno dopo i nazisti scoprirono che altri 26 erano riusciti a fuggire, come a Podhum, ma a differenza di Podhum vennero trovati, identificati, chissà come e chissà da chi, e tutti fucilati il giorno 16 nel vicino villaggio di Kobylisy.
Tutte le donne, i bambini e i ragazzi sotto i 16 anni furono caricati in camion – come a Podhum – e già il 12 giugno portati alla stazione di Kladno su treni diretti a Ravensbruck. All’arrivo nel lager le donne più anziane – 35 – vennero subito spedite ad Auschwitz e da lì raggiunsero i mariti o figli in Cielo. Le altre donne vennero destinate a un block dedicato, con lavori forzati, pesantissimi, anche nella costruzione di strade o di materiale bellico.
E fu una fortuna perché di solito chi arrivava a Ravensruck, il più grande lager per sole donne, a 90 km da Berlino, aveva anche altre soluzioni. La più facile essere usata come prostituta per soldati nazisti negli altri campi di concentramento, Mauthausen e Gusen in primis, oppure lavorare come schiava nella filiale della Siemens – società molto legata al Fuhrer e che si ingrassò in quegli anni – fatta costruire lì a fianco, o peggio divenire cavia umana negli esperimenti del chirurgo personale di Hitler e Himmler, il diabolico prof. Ludwig Stumpfegger, e della sua equipe, non meno diabolica.
Alla liberazione di Ravensbruck, il 30 aprile ‘45, solo 143 delle donne di Lidice erano ancora vive, ma molte morirono poco dopo in quanto troppo malate o debilitate gravemente.
Dei 90 bambini o ragazzi, tutti prelevati, 8, i più ariani, vennero destinati a un programma di germanizzazione, gli altri mandati alle camere a gas di Chelmno. A guerra finita, le poche mamme di Lidice sopravvissute iniziarono una lotta contro il mondo per capire che fine avessero fatto i loro figli.
Riuscirono solo a individuare e recuperare gli otto bambini germanizzati. Solo otto.
Di Lidice, a Lidice, non era rimasto più nulla. Tutto era stato bruciato in quel giugno maledetto, tutto raso al suolo e fatto saltare in aria da quintali di dinamite. Non c’erano più nemmeno gli alberi secolari. Solo un pero e un melo, si racconta, sopravvissero. I nazisti del gen. Daluege avevano persino fatto distruggere il camposanto. A Lidice neanche le vecchie tombe dovevano rimanere a memoria del loro passato.
Si dice che Lidice fosse così spettrale da assomigliare a Hiroshima, dopo la bomba atomica. Karl Hermann Frank, Kurt Daluege e Horst Böhme erano stati peggio della bomba atomica.
A guerra finita, i primi due si consegnarono chi all'esercito americano (Frank a Plzeň il 9 maggio del 1945) e chi come Daluege preso dai russi a Lubecca sempre nel maggio ’45. Ma l’Obergruppenfuhrer delle SS, il terrore del protettorato della Boemia-Moravia, Karl Hermann Frank fu dagli Alleati poi lasciato processare sommariamente da un tribunale cecoslovacco, che lo riconobbe colpevole di più crimini e massacri. Non solo di Lidice ovviamente.
Non diverso il destino del Reichsprotektor Kurt Daluege. Fu processato e condannato a morte con impiccagione a Praga il 24 ottobre 1946. Anche la gara tra i due criminali dopo il sangue provocato e il terrore seminato si chiudeva con la medesima fine. Questa volta toccò prima, il 22 maggio, all’eterno secondo Karl Hermann Frank.
Per quanto riguarda il terzo, Horst Böhme sarà il tribunale distrettuale di Kiel, il 12 agosto 1954, a dichiararne la morte ufficiale, fermando così le ricerche che dall’immediata fine della guerra erano partite sulle sue tracce, per consegnarlo alla giustizia quale criminale di guerra. Tutto lasciava pensare infatti che fosse già morto il 10 aprile 1945 in combattimento nella difesa di Königsberg o forse suicida, per non cadere nelle mani dei sovietici oramai arrivati a Berlino.
Stessa gara, stesse atrocità, stessa fine. Ma non credo che per i pochi sopravvissuti di Lidice quella loro lotta di potere abbia avuto valore di carriera.
A Lidice si volle andare oltre comunque. Nel 1949, 4 anni dopo la guerra, si decise di ricostituire il paese. Ma per il rispetto a quei morti innocenti, lo si edificò solo poco vicino. Vent’anni dopo un’artista ceca, Marie Uchytilovà, iniziò un’opera che non riuscì a completare per problemi finanziari e l’improvvisa sua morte. Una città danese, la piccola Albertslund, venne in soccorso, mise i fondi e la fece concludere. Oggi è visibile. È una scultura in bronzo con gli 82 ragazzi gasati a Chelmno, 42 bambine e 40 maschi.
Nel 1962 la nostra Marzabotto si gemellò con la nuova Lidice, paesi diversi, lontani tra loro 1.000 km, ma con la porta d’entrata comunicante e resi vicini di pochi passi da storie uguali, parallele, segnate dal medesimo sangue. Marzabotto la Lidice italiana, Lidice la Podhum ceca, Podhum la Marzabotto croata. Anelli insanguinati della stessa catena.
Non sta a me dire cosa ci fosse di diverso in quelle tre stragi.
Chi cercasse, per ignoranza o convinzione politica – o peggio storica – delle differenze, è pregato di spiegarlo ai bambini, alle donne, agli uomini di uno, a sua libera scelta, di quei tre paesi.
Ma la domanda esatta a cui dover rispondere credo che sia un’altra: ha avuto senso?
Marzabotto, Podhum, Lidice sono risorte, come Gesù dopo esser stato ucciso dai soldati di allora. Quei soldati e i loro capi, Frank e Daluege o Horst Böhme, sono però finiti nella polvere.
Disse un giorno il Mahatma Gandhi:
“Ci sono stati tiranni,
ci sono stati assassini,
e per un po’ sembrano invincibili,
ma alla fine crollano.
Ricordatelo sempre.
In tutta la storia,
la verità e l’amore hanno sempre vinto.”
Sono passati i Frank e i Daluege o gli Horst Böhme di Lidice, sono passati gli altri criminali, passerano anche i criminali di oggi.
“Per un po’ sembrano invincibili, ma alla fine crollano”.
Per quanto certi criminali guerrafondai sembrassero invincibili coi loro regimi ‘ad personam’, alla fine crollarono. Tra un mondo di macerie e ceneri fumanti - certo - ma alla fine crollarono.
Sembravano invincibili. Sembravano.
Allora come ora. Ora come allora.
Ricordiamocelo sempre.
22 maggio 2026 – 80 anni dopo -
Liberamente tratto dal mio ’La colpa di esser minoranza’ - AliRibelli – 2020
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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